Più frequenti le morie di pesci

314

Dalle spiagge del Cile l’ultimo avviso all’umanità che potrebbe annunciare la morte dei mari. Allarme da Accademia Kronos. Ma il Sud America o le barriere coralline sono lontane e se non ci capita sotto il naso un disastro non si alza il senso di responsabilità e di allarme. È inutile cercare vie di fuga, Boero: «Non ci sono altri pianeti con condizioni ambientali adatte alla nostra sopravvivenza. Non basta la fisica di Hawking, ci vuole la biodiversità, e ci vogliono gli ecosistemi. Non ce li possiamo portare su un altro pianeta e pensare che ce ne possa essere un altro bell’e pronto per noi manifesta solo un’astrale abisso di ignoranza e di supponenza»

Spiaggiamenti, morie di pesci, pesca di creature degli abissi e poi defunti sulle spiagge e poi ancora foche e uccelli acquatici trovati morti a centinaia e a migliaia su tutte le spiagge del pianeta, sono fenomeni che stanno accadendo in modo sempre più ravvicinato.
Filippo Mariani, di Accademia Kronos, osserva che sono circa 15 anni che in maniera sempre più crescente, anno dopo anno, si registrano questi casi e, per meglio capire il fenomeno, scrive Accademia Kronos, «abbiamo fatto una ricerca dal 1800 ad oggi per documentarci su questi disastri ecologici. Abbiamo scoperto che soprattutto a partire dal 1900 si sono registrate improvvise morie di pesci in molti mari della Terra, ma questi eventi erano attribuibili ad inquinamenti locali, esperimenti nucleari in atolli oceanici e ad improvvise variazioni di temperatura delle acque dell’Oceano Pacifico lungo la corrente di Humboldt».
Tutto però collocabile ad eventi ben definiti localmente e avvenuti in maniera episodica e non continuativa. Uno o due fenomeni di consistenti morie di pesci ogni decennio al massimo.
«Si calcola – continua Mariani – che per questi motivi, molti dei quali attribuibili al surriscaldamento delle acque della Terra e all’inquinamento di origine antropica, gli abitanti di questo pianeta dal 2000 ad oggi hanno perso circa il 20% del pescato potenziale. Se poi aggiungiamo la rapina dei mari attraverso la pesca intensiva e criminale, si calcola che l’umanità abbia distrutto un altro 30% dell’alimentazione proveniente dai mari».

Purtroppo va anche detto che i media affrontano il problema dell’impressionante disastro ecologico lungo le coste del Cile, come un fatto di scarso interesse, come una curiosità effimera. Mentre puntuale è l’informazione su quanto ha detto, fatto e mangiato il Presidente del consiglio ed altri politici italiani, sui capricci di questo o quell’altro parlamentare o vip del cinema.

Ferdinando Boero, Professore di Zoologia presso l’Università del Salento, sottolinea che «queste cose succedevano anche in passato. A El Niño, si somma il riscaldamento globale. E stanno morendo anche le barriere coralline. Fenomeni naturali periodici si sommano all’impatto antropico che periodico non è: aumenta sempre. La sinergia è disastrosa. Ma il Cile è lontano. Il “not in my backyard” vale anche per queste cose: se non avviene nel nostro cortile, non ci interessa. Poi arriva Steve Hawking e ci dice che potremo trovare scampo su altri pianeti. Non ci sono altri pianeti con condizioni ambientali adatte alla nostra sopravvivenza. Non basta la fisica di Hawking, ci vuole la biodiversità, e ci vogliono gli ecosistemi. Non ce li possiamo portare su un altro pianeta e pensare che ce ne possa essere un altro bell’e pronto per noi manifesta solo un’astrale abisso di ignoranza e di supponenza».

Non ci resta che continuare ad informare, sperando che i cittadini sappiano scegliere correttamente le fonti senza andare dietro a fantasie complottistiche o a teorie scientifiche astruse e sepolte da secoli di conoscenze e prove moderne. Abbiamo solo questa Terra, se non cambiamo mentalità non ci serviranno le vie di fuga. Dobbiamo curare il pianeta ed incalzare la politica affinché si convinca che una carica non è per l’eternità…