L’etnobotanica non è… folclore

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Le poche conoscenze acquisite rimangono confinate nel mondo della ricerca e, pur se divulgate, non se ne tiene ancora debitamente conto; niente succede, infatti, sul piano alimentare, nonostante un parlare quasi ossessivo di prodotti tipici, e non si vede coinvolta la stessa scienza dell’alimentazione; niente ancora sul piano della farmaceutica, ancora troppo impegnata a cercare molecole in terre lontane o per altre vie; sono tante, ad esempio le specie che meritano di essere prese in considerazione per indagini fitochimiche

Scriveva Gaetano Baselice nel 1812: «Alcuni pastori di Monte S. Angelo coll’aver mangiato di questi Giusquiami (Hyosciamus niger) cotto all’acqua insieme al pane, divennero frenetici per circa ventiquattro ore»; la specie in questione è mortale e cresce abbondante anche nei centri abitati, ma è una testimonianza di quanta sperimentazione vi era in corso per trovare piante-cibo nella flora spontanea. Gaetano Baselice, nativo di Biccari, è un botanico, membro della Scuola napoletana di botanica, la prima in Europa, i cui maestri Michele Tenore e Giovanni Gussone restano ancora oggi i più grandi botanici di tutti i tempi. Baselice potrebbe essere considerato il primo etnobotanico pugliese per la ricca documentazione che ci lascia sul rapporto delle comunità daune con le piante.

tradizioniQueste conoscenze, per molti semplici curiosità, è materia dell’etnobotanica, branca della botanica che mira a conoscere tutti gli utilizzi delle comunità umane delle piante (uso domestico, medicinale, alimentare, ludico, rituale, simbolico); un uso etnico appunto e pertanto, costituisce uno dei patrimoni culturali più preziosi di una comunità. Non mancano altri studiosi locali che si sono approcciati al mondo delle piante in un’ottica etnica: è il caso di ricordare il poemetto di Carlo Pinto (1607), l’opera imponente Michelangelo Manicone (1802), passando per le memorie di Vincenzo Giuliani (1789). L’etnobotanica fino a qualche decennio fa, cattedra fondamentale per farmacisti e medici, oggi è sempre meno presente nelle nostre facoltà universitarie. Ma in questi ultimi decenni si stanno moltiplicando indagini e ricerche etnobotaniche, in Italia, in Europa e su tutto il Pianeta e sta venendo fuori un patrimonio di conoscenze incredibile.

La ricerca parte dal Gargano

In Puglia la ricerca etnobotanica è scarsa e quella disponibile ha indagato solo alcuni utilizzi; per la Capitanata alcuni capisaldi bibliografici sono relativi agli usi medicinali (Bianchi e Gallifuoco, 2004), alimentari (Biscotti, Pieroni, 2015), ludico/ricreativi e religiosi (Bonsanto, del Viscio, 2015) e, per gli usi più generali, alcune aree della regione (Leporatti and Guarrera, 2007). Già sulla base di questa letteratura è evidente la forte valenza etnobotanica della Puglia ed in particolare della Capitanata, ma si tratta ancora di una prima rappresentazione.
Tra le selve del Gargano e le pianure del Tavoliere sono ancora evidenti i segni, le testimonianze del rapporto intenso delle comunità umane con le piante, per alimentarsi, curarsi, costruire, giocare, pregare. Nei mercati di Foggia e San Severo i terrazzani con i loro banchi di erbe selvatiche sono gli ultimi testimoni dell’uso più diffuso delle piante spontanee: ci ricordano l’uso alimentare di Sivòni, Marasciuli e Sprucine, l’uso medicinale della miracolosa Malva e della Camomilla. Ci ricordano i nomi dialettali delle piante, gli unici, probabilmente meglio della botanica, con i quali le comunità sono riuscite a cogliere al massimo livello la biodiversità ecosistemica.
La ricerca etnobotanica è l’unica oggi che ricostruisce la tradizione (Tek, Conoscenze Ecologiche Tradizionali) anche sul piano lessicale, di alto valore bioculturale, ancor di valore oggi che perdiamo giorno per giorno i dialetti. I viaggi botanici di Baselice ci possono ricordare le tante piante usate per ricavarne coloranti: il Fior padre (Anthemis tinctoria L.), l’Erba peperella (Lepidium graminifolium L.), Sgaliazzo (Agrimonia eupatoria L.) per estrarre il colorante giallo e il Ciliegio canino (Prunus mahaleb) per il color viola, Cisti per creare profumi (Cistus creticus, C. monspeliensis, C. salvifolius).
Manicone (1806), Giuliani (1768) menzionano utilizzi anche sul fronte economico: «Pegolotti» (raccoglitori della pece) e «Mannajuoli» (raccoglitori della manna), attivi fino agli anni 60 del 900, che hanno da sempre animato l’economia di Peschici, Vico del Gargano, Monte S. Angelo e Vieste. Numerosi gli usi dello Zappino (Pino d’Aleppo), dalla pece alla «rosapine» a mo’ di incenso, alla trementina, all’uso tintorio (reti dei pescatori), impermeabilizzante (legno delle barche), veterinario contro le piaghe e per curare le ferite dei cavalli.

Un patrimonio di conoscenze

Si tratta di un patrimonio di conoscenze, saperi consolidati e tramandati oralmente nei secoli, attraverso una continua e non facile sperimentazione: piante-cibo, piante medicina, piante tessili, piante tintorie, piante per giocare. Sperimentazioni spesso rischiose sulle «piante-medicine» per fronteggiare malattie da raffreddamento, dermatiti, ferite, infezioni, artriti, aborti, gravidanze, mal di denti. Tutto questo spesso banalizzato come «medicina popolare», dimenticando che nella maggior parte delle volte ha funzionato divenendo la base di partenza per tante medicine che oggi troviamo nelle farmacie (esempio fra tutti la Vitamina C).
Sperimentazioni anche sul fronte delle erbe selvatiche da mangiare, tra le quali era facile imbattersi in piante tossiche e velenose; la sperimentazione di pastori, contadini e «villani» ci ha insegnato a conoscerle, evitarle o a utilizzarle: i pastori di san Marco in Lamis mangiavano la tossica Polygonatum verticillare, perché avevano sperimentato che i principi tossici erano tollerabili solo nelle sue fasi giovanili.
Oggi con la ricerca etnobotanica è possibile ricostruire questi saperi, banalizzati spesso come folklore o tradizione e trovare le radici storiche dell’uso popolare delle piante. Le poche conoscenze acquisite, ancor più grave, rimangono confinate nel mondo della ricerca e, pur se divulgate, non se ne tiene ancora debitamente conto; niente succede, infatti, sul piano alimentare, nonostante un parlare quasi ossessivo di prodotti tipici, e non si vede coinvolta la stessa scienza dell’alimentazione; niente ancora sul piano della farmaceutica, ancora troppo impegnata a cercare molecole in terre lontane o per altre vie; sono tante, ad esempio le specie che meritano di essere prese in considerazione per indagini fitochimiche.

Un recupero pionieristico

Con lo spirito di recuperare questi saperi sono state intraprese da chi scrive (insieme a Gennaro Del Viscio) una serie di indagini etnobotaniche nei territori di Puglia, a partire dalla Capitanata (Gargano, Tavoliere, Monti Dauni). I risultati, per quanto soddisfacenti, hanno potuto verificare quanta conoscenza è ormai andata perduta e che bisogna proseguire nella ricerca per non perdere quel che ancora resta. Le figure depositarie di questi saperi sono oggi marginali sul piano sociale, difficilmente riescono a raccontarsi perché sono il risultato di esperienze di derisione, paure che molto spesso compromettono la fiducia di rivelare i nomi e le origini sociali. Nonostante ciò, incuriositi loro stessi dal nostro interesse ci hanno permesso di entrare nel loro mondo, che in realtà lo è stato per tutti fino a pochi decenni fa, rendendoci partecipi del loro sapere.
Per il Tavoliere foggiano sono state censite 116 specie tradizionalmente utilizzate, numero sicuramente provvisorio, ma con una articolazione interessante: 67 specie di uso alimentare, 12 specie di uso domestico, incl. tintorio; 47 specie di uso medicinale; 11 economico; 6 artigianale; 5 ludico; 14 specie di interesse zootecnico e 5 veterinario. Nel Gargano possiamo documentare 194 specie di cui 88 in campo alimentare, 116 in campo medicinale, 16 zootecnico-forestale, 8 domestico, 7, artigianale, 3 ludico, 2 rituale.
Le nostre indagini hanno potuto registrare che le conoscenze etnobotaniche servono ancora oggi: i pastori di Monte S. Angelo e Vico del Gargano per alimentare i bovini, in questi giorni di prolungate nevicate, utilizzano (come da sempre) frascame di Edera (Hedera elix), Leccio (Quercus ilex),) e Agrifoglio (Ilex aquifolium). Ancora oggi le comunità di pescatori della Laguna di Varano non possono fare a meno della Canna (Arundo donax) e di pali di Castagno per la creazione di particolari labirinti nei quali intrappolare le anguille. Le memorie di anziani ci possono ricordare che alimentavano gli asini con la Firrastrina comune (Thapsia garganica), e usavano la stessa per filtrare il latte, il fico selvatico (Ficus carica subsp. caprificus) per ottenere cagli, i fusti di Verbasco (Verbascum pulvirulentum) per realizzare semplici scope.
L’etnobotanica può portare alla luce tutta quella conoscenza che ha permesso alle comunità locali di fronteggiare neve, freddi, piogge, alluvioni, carestie, fame, terremoti, malattie, climi difficili e le necessità che ne derivano sul piano sociale, alimentare, salutistico, domestico, artigianale. Senza queste conoscenze che pensavamo di surrogare con tecnologia, grandi ospedali, protezione civile e centri commerciali, le periferie di Capitanata (Gargano, Monti Dauni), l’Italia di borghi e paesi non reggeranno: l’omologazione culturale, sociale, tecnologica sta svuotando sempre più i territori di questi saperi. L’Italia tutta non reggerà di fronte ai cambiamenti climatici che ci chiedono nuove culture, nuovi approcci al territorio, nuovi stili di vita e un po’ di etnobotanica. Perché si tratta di conoscenze che possono dare contenuti di spessore alle tante iniziative di valorizzazione dei beni demoetnoantropologici materiali, oggi spesso banalizzati nei noti «musei di civiltà contadina». Solo con queste conoscenze, i territori «locali» possono realmente qualificare la loro stessa offerta turistica su un piano di alto valore culturale.
Le conoscenze etnobotaniche sono oggi preziosissime per conservare un patrimonio culturale, un serbatoio di logiche, principi, fondamenta, da cui attingere per costruire concreti modelli di sviluppo sostenibile. Un rischio che non possiamo correre poiché la stessa ricerca etnobotanica può insegnarci che nella storia, l’interesse alimentare, medicinale, per le erbe selvatiche affiora quasi sempre in periodi difficili come guerre e carestie; ma non è solo una fatto storico poiché anche nelle guerre recenti, come quelle del Kossovo, sono tornate ad essere utili le erbe selvatiche.

Bibliografia

BASELICE G. – 1812. Su di un viaggio fisico-botanico e sulle piante economiche della provincia di Capitanata. Giornale Enciclopedico di Napoli, Anno settimo, Numeri 3 e 4.
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PASQUALE G.A., LICOPOLI G. 1897 – Di un viaggio botanico al Gargano. Tipografia Domenico Pascarelli. Foggia.
CASSITTO R.V. 1925 – Piccole industri rurali in Capitanata. I Lampasciuli. Tipografia Paolo Cardone. Foggia.
BISCOTTI N., 2012 – Peregrinazioni fioalimugiche. Dal Gargano alle Puglie. Centro Grafico S.r.l. Foggia.
LEPORATTI M.L., GUARRERA P.M., 2007 – Ethnobotanical remarks in Capitanata and Salento areas (Puglia, Southern Italy). Etnobiologia 5: 51-64 (2005).
BISCOTTI N., PIERONI A., 2015 – The hidde Mediterranean diet: wild vegetables traditionally gathered and consumed in the Gargano area, Apulia, SE Italy. Acta Soc Bot Pol 84(3): 327-338.
BIANCHI A., GALLIFUOCO G., 2004. Farmacopea popolare del Gargano. Natural 1, Maggio, pag. 54-66.
BONSANTO D., del VISCIO G., 2015 – Una prima sintesi di ricerche etnobotaniche sul Gargano, pag. 20-23. Parco giochi, saperi e sapori. 3° corso di educazione ambientale e culturale del Parco Nazionale del Gargano.