Può esistere l’economia circolare?

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Oggetti con materiali diversi indissolubilmente accoppiati fra loro e non riciclabili né biodegradabili non dovrebbero più esistere. Allora materie rare e preziose (spesso pericolose per gli ecosistemi anche in piccole quantità) dobbiamo riciclarle noi, senza disperderle in ambiente e scongiurando così anche il loro esaurimento

Può esistere l’economia circolare? È questo il quesito che si sono posti anche illustrissimi ecologisti scientifici (quelli che ci credono su base tecnica, per intenderci), non ultimo Giorgio Nebbia nel suo ultimo libro «Non superare la soglia…». Ma che intendiamo per economia circolare? Si tratta in sostanza di una organizzazione dell’attività antropica che superi la linea aperta di prelievo di risorse, produzione, consumo, generazione e smaltimento rifiuti. Come? La fantasia vorrebbe che si agisse come si fa quando da un segmento dritto si vuole ottenere un cerchio: basta unire le due estremità e dargli una forma regolare.

Nel caso dell’economia magari la forma geometrica non sarebbe importante; basterebbe unire le punte. Cioè riciclare tutti i rifiuti reimmettendoli negli stessi percorsi di produzione da cui originano, al posto di materie prime prelevate dall’ambiente.

Facile a dirsi; molto meno a farsi. E questo per tante ragioni oggettive, che nulla hanno a che vedere con le ovvie resistenze delle lobby economiche prosperanti con l’attuale sistema aperto. Pur considerando che la transizione ad un’economia a ciclo chiuso è l’unica opzione di sopravvivenza sul pianeta che abbiamo, sfatiamo subito l’idea che per realizzarla basti riciclare i rifiuti, cioè quelli attualmente prodotti, intendo. Possiamo puntare a gestirli al meglio, recuperandone una gran parte, ma è impossibile riutilizzare tutto a ciclo corto. Come facciamo, ad esempio, con la CO2? Anche questa è un rifiuto, forse più problematico di altri. E che dire del mare di plastica che, se vogliamo pulire il mondo, dobbiamo recuperare da terre e oceani e che si aggiungerebbe a quella che continuiamo a produrre finché consumiamo petrolio?

A volerla riciclare tutta dobbiamo immaginare di averne molta più fra i piedi, sotto varie forme, al posto di altri materiali. E addio al sogno di circondarci di materie naturali e salubri. Allora la bruciamo per fare energia? Per carità, anche se evitassimo di liberare sostanze molto pericolose, sarebbe comunque altra CO2 in atmosfera, e addio circolarità.

Qui serve qualche grande e saggio maestro che illumini il nostro percorso, qualcuno che sappia già come si fa, senza sbagliare tutto e stare punto e a capo. Beh, qualcuno molto esperto ci sarebbe, e la sa lunga da qualche miliarduccio di anni; guarda caso è femmina, come quelle a cui ci si rivolge sempre quando i modelli maschili falliscono: si chiama natura.

È lei che ha inventato i sistemi circolari perfetti, che noi abbiamo ribattezzato cicli bio-geo-chimici. Tramite essi tutto, prima o poi, si recupera e rigenera; qualche ciclo è corto e veloce, come quello del carbonio o dell’acqua, altri più lenti e ampi, come quello non perfettissimo del Fosforo. Allora come possiamo pensare di fare lo stesso da soli, senza né copiarla fedelmente né coinvolgerla perché ci aiuti? Il nodo è forse proprio questo, e da ciò dipendono tutti i nostri problemi.

Abbiamo interrotto i cicli, li abbiamo deviati e sconnessi, col risultato del troppo da un lato e troppo poco dall’altro, incluse le aree geografiche, le componenti etniche e sociali. Lo scompenso è il vero problema. Quello che comunemente chiamiamo inquinamento, infatti, raramente è la presenza di sostanze dove non dovrebbero esserci per niente, ma spessissimo una loro presenza in eccesso rispetto all’equilibrio naturale, e questo perché il nostro sistema di vita ne sta causando uno spostamento più veloce di quanto avvenga nel suo ciclo spontaneo.

In sostanza l’equilibrio sulla terra si basa sull’eterno riciclo naturale a ritmi definiti, e in qualsiasi punto di questo ciclo ritroviamo qualcosa già destinata al passaggio successivo, senza intoppi o complicazioni. Ecco, allora, la prima lezione della nostra saggia maestra: già quando produciamo qualche cosa dobbiamo aver deciso come recuperarne le parti e le materie per riutilizzarle, e sapere perfettamente quali vogliamo gestire noi in un riciclo tecnologico, imitando la natura, e quali invece le riaffidiamo perché ci pensi lei. Si chiama studio del ciclo di vita dei prodotti e dei materiali, e se vogliamo la circolarità questo deve essere un cruciale input nei processi produttivi.

Oggetti con materiali diversi indissolubilmente accoppiati fra loro e non riciclabili né biodegradabili non dovrebbero più esistere. Allora materie rare e preziose (spesso pericolose per gli ecosistemi anche in piccole quantità) dobbiamo riciclarle noi, senza disperderle in ambiente e scongiurando così anche il loro esaurimento; tutto ciò che è organico e biologico, o ad esso strettamente connesso naturalmente, va invece riaffidato ai cicli naturali secondo il loro verso e ai compartimenti così detti vocazionali (suolo, aria, acque), anche perché ne hanno un bisogno vitale.

In un disegno di economia circolare, quindi, la parte ecosistemica e quella tecnologica si devono perfettamente integrare. E per CO2 e plastica? Capiamoci di più. Il riciclatore di CO2 non può essere tecnologico; non ce la faremmo mai se non per minime quantità. Smettere oggi stesso di immetterne ancora in atmosfera neanche basterebbe, ammesso che ne fossimo capaci, perché l’enorme massa di carbonio che prima era bloccata nel sottosuolo come fossile, oggi viaggia tutta in superficie, come plastica e materiali derivati e come anidride carbonica in atmosfera (quasi raddoppiata in un secolo). Solo il mondo vegetale prima, e animale poi, di terra e di mare, è in grado di riacchiapparla e tenerla per più tempo via dall’aria. Quindi, dopo aver smesso di scaricarne circa 32 miliardi di tonnellate l’anno, basterà (sic!) aumentare il verde, far ripopolare i mari e riportare al suolo tutti i residui organici stabilizzati.

Insomma l’economia circolare migliore la fa la natura, se glielo consentiamo. Ma ci resta sul groppone la plastica (quale esempio di materiali non bioriciclabili), e siccome l’abbiamo inventata noi, se la diamo alla natura per riciclarla non la riconosce e ce la ripresenta quasi intatta appena possibile, magari dopo aver ucciso qualche tartaruga o miliardi di gamberetti che la scambiano per pappa. La benedetta plastica tende ad aprire tutti i cicli, naturali e tecnologici, ed è un vero dilemma per l’economia circolare. Fino a che non lo risolveremo accontentiamoci di avviare il processo verso la circolarità. Intanto pensiamoci.