Xylella, c’è una ricerca che dà risposte

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Lavorazioni terreno agricoltura ulivo
Il tipo di lavorazione del terreno è strategico nel controllo dell'epidemia

È il caso dei lavori di Marco Scortichini del Crea. In 3.300 alberi che mostravano sintomi ascrivibili al «disseccamento rapido dell’olivo» il batterio non è stato individuato. Quest’ultimo dato è spiegabile col fatto che i sintomi del «disseccamento rapido dell’olivo» non sono specifici di Xylella fastidiosa. Uno studio conferma che il complesso zinco-rame-acido citrico è in grado di portare il metabolismo degli alberi infetti verso una normalità che in quelli non sottoposti ai trattamenti non avviene

Il caso del batterio della Xylella fastidiosa che da anni affligge gli olivi pugliesi, ben lungi dall’essere risolto, si è mutato in una ferita aperta che coinvolge cultura, tradizioni, storia, economia e ricerca.

Sì, proprio ricerca, che tradisce se stessa perché si è trasformata in dogma, in schieramenti contrapposti che piuttosto che confrontarsi sul piano dei risultati e dei metodi, preferisce le faide. E gli ulivi pugliesi stanno a guardare, esterrefatti e increduli di fronte alla mutazione genetica che ha colpito gli italiani.

Dall’alto delle decisioni burocratiche, prese da una ricerca arroccata nelle sicure stanze del potere e incapace di interagire e confrontarsi, lo scempio degli uliveti continua e se qualcuno porta dati diversi viene sospettato di magia, traffici, interessi, fanfaroneria. Proprio come è successo ad altri ricercatori che si sono permessi, in un altro campo, di mettere in discussione i dati ufficiali. Il riferimento è al caso della Basilicata e dell’inquinamento petrolifero che è stato pagato a caro prezzo e che solo l’intervento della magistratura sta portando un po’ di giustizia e verità.

Sputacchina
La Sputacchina è il vettore della Xylella

Tornando agli ulivi e agli interventi, non si capisce perché una ricerca non debba essere rispettabile quanto le altre, perché non si debbano esaminare gli aspetti in maniera scientifica corretta.

E così tante sono le domande ancora senza risposta: la sputacchina, il vettore della Xylella, è presente solo sull’olivo? sappiamo di no, e allora perché non radere al suolo tutta la vegetazione pugliese? Ci sono prove documentate che attestano che il metodo di eradicare anche piante sane fermi l’espansione? Se alcuni metodi hanno fermato l’espansione del batterio perché non sperimentare?

Un esame dettagliato a Brindisi e a Taranto

Marco Scortichini del Crea (Centro di ricerca per la patologia vegetale), in un recente studio con Gianluigi Cesari (An evaluation of monitoring surveys of the quarantine bacterium Xylella fastidiosa performed in containment and buffer areas of Apulia, southern Italy), ha portato alla conoscenza della comunità scientifica una valutazione effettuata sulla base dei risultati ufficiali prodotti dall’Arif (Agenzia regionale attività irrigue e forestali) della Regione Puglia, in seguito al recepimento del Decreto Ministeriale del 7 dicembre 2016 «Misure di emergenza per la prevenzione, il controllo e l’eradicazione di Xylella fastidiosa Wells et al. nel territorio della Repubblica italiana» che prevede, tra le altre misure contenitive, un’attività di monitoraggio degli oliveti situati nelle cosiddette zone di «contenimento» e «cuscinetto» al fine di accertare l’eventuale presenza di Xylella fastidiosa negli impianti e in altre aree olivetate.

«L’indagine — dice Scortichini in una sintesi — ha riguardato ben 220.279 alberi di olivo, presenti nei circa 190.000 ha di territorio monitorato, tra il settembre 2017 e il marzo 2018, nelle province di Brindisi e Taranto. Il territorio è stato suddiviso in maglie reticolari, fino a raggiungere l’estensione operativa di 1 ettaro. Per ogni azienda e sito ispezionato è stata compilata una scheda conoscitiva inerente l’oliveto contenente informazioni sul nome della varietà, età dell’impianto e modalità di conduzione agronomica dell’oliveto. Inoltre, ogni singolo oliveto è stato ispezionato per verificare l’eventuale presenza di sintomi ascrivibili a patogeni quali la “rogna” e la “lebbra” nonché per verificare la presenza/assenza di sintomi del “deperimento rapido dell’olivo” (avvizzimento di foglie, rami e branche, disseccamento di porzioni di chioma). Sono stati prelevati campioni di foglie sia da alberi che presentavano sintomi di disseccamento che da alberi asintomatici, seguendo le metodiche ufficiali previste dall’Organizzazione europea per la protezione delle piante (Eppo). Un albero per ettaro, in caso di olivi asintomatici e cinque alberi per ettaro in caso di impianti che mostravano la presenza di sintomi. I campioni vegetali prelevati sono stati sottoposti ad analisi sierologiche e molecolari che consentono di individuare la presenza di Xylella fastidiosa nelle foglie».

Nell’analisi della situazione è tornata la relazione con il tipo di intervento fatto sul campo nella coltivazione, un aspetto avanzato già all’inizio della comparsa di questo problema.

«Nel territorio ispezionato — specifica lo studio — è stata rilevata la presenza di ben 33 differenti varietà di olivo. Sulla base della sintomatologia ascrivibile al “disseccamento rapido dell’olivo”, 17.755 alberi (8,06% sul totale di quelli ispezionati) mostravano qualche sintomo potenzialmente imputabile alla nota sindrome. Le varietà “Nociara” (16,3%), “Cima di Melfi (13,0%), Cellina di Nardò (10,9%) e Leccino (8,4%) erano tra quelle che mostravano più sintomi di malattia. Inoltre, le ispezioni hanno evidenziato che olivi di età superiore ai 100 anni ed aziende nelle quali le buone pratiche agricole non erano effettuate con regolarità erano quelle che mostravano maggior segni di deperimento. Negli oliveti visitati era piuttosto diffusa la presenza dei tipici sintomi di “rogna” mentre inferiore era la presenza di sintomi di “lebbra”. Su oltre 10.000 alberi erano, altresì, presenti sintomatologie non riconducibili a fitopatie di sicura eziologia.

«Le analisi sierologhe e molecolari sono state effettuate su oltre 13.700 olivi, di cui più di 8.300 non mostravano sintomi apparenti di deperimento. Xylella fastidiosa è stata diagnostica su 2.078 alberi con sintomi e su 1.653 olivi asintomatici. In 3.300 alberi che mostravano sintomi ascrivibili al “disseccamento rapido dell’olivo” il batterio non è stato individuato. Quest’ultimo dato è spiegabile col fatto che i sintomi del “disseccamento rapido dell’olivo” non sono specifici di Xylella fastidiosa; possono essere provocati, infatti, anche da una serie di funghi ed insetti fitopatogeni che colpiscono, con diversa virulenza, l’olivo.Tale dato permette di concludere che il semplice rilievo dei sintomi di campo non è sufficiente ad accertare nell’albero la presenza di Xylella fastidiosa.

«Da un punto di vista dell’epidemiologia del batterio – si continua nella sintesi della ricerca – questi dati lasciano intravvedere che altri patogeni potrebbero colonizzare alberi già infetti da Xylella. Si ricorda, infatti, che olivi colpiti dalla malattia possono impiegare anche più di due anni a collassare completamente e che, lungo tale periodo, potrebbero instaurarsi ulteriori infezioni da parte di microrganismi in grado di contribuire agli esiti finali della sindrome. Tali aspetti andrebbero indagati sperimentalmente».

E lo studio indica che per aumentare l’efficacia dei monitoraggi si dovrebbero analizzare più alberi per ettaro.

Carenza di nutrienti

In un altra ricerca (Xylella fastidiosa subsp. pauca on olive in Salento, Southern Italy: infected trees have low in planta micronutrient content) fatta da Scortichini con altri ricercatori (Migoni Danilo, Angilè Federica, Del Coco Laura, Girelli Chiara Roberta, Zampella Luigi, Mastrobuoni Francesco, Fanizzi Francesco Paolo) si mette in evidenza il basso contenuto di micronutrienti.

«In questo studio — specifica Scortichini — è stato analizzato il contenuto in microelementi nel terreno e nelle foglie di alberi di olivo di 23 aziende situate nell’area dove sono stati osservati i primi casi di “disseccamento rapido dell’olivo”, vale a dire le aree del Gallipolino e dei comuni limitrofi. Attraverso analisi di spettroscopia ad emissione atomica e successiva analisi statistica secondo il metodo delle componenti principali è stato misurato il contenuto di manganese, zinco, rame, molibdeno, boro, ferro, magnesio e calcio. In tutte le aziende analizzate è stata accertata la presenza di Xylella fastidiosa.

«Dallo studio — sintetizza Marco Scortichini — emerge che nell’area di Gallipoli e dintorni esiste un basso contenuto di molibdeno sia nel suolo che nelle foglie di piante infette dal batterio. Inoltre, in tutte le aziende esaminate è stato rilevato un basso contenuto di rame delle foglie. L’analisi delle componenti principali ha evidenziato che le aziende del Gallipolino hanno, in generale, un contenuto più basso di microelementi quando confrontate con il resto delle aziende. L’aver verificato un basso contenuto di rame nelle foglie degli alberi infettati dal batterio è un elemento epidemiologico del tutto nuovo e può essere messo in relazione con le caratteristiche del processo infettivo che alcuni batteri fitopatogeni mostrano durante la colonizzazione delle piante ospiti».

E viene così messa in risalto una novità: un basso contenuto di rame nelle foglie di olivo che è del tutto anomalo e, apparentemente, non è mai stato riscontrato in precedenza negli oliveti italiani. «Tale peculiarità sembra, quindi, correlata all’infezione che Xylella fastidiosa esplica nei confronti delle piante, in quanto anche altre sottospecie del batterio mostrano le stesse strategie di colonizzazione e virulenza. Questo studio rafforza precedenti esperienze che indicano nello ione rame un microelemento in grado di ridurre la popolazione di Xylella fastidiosa all’interno delle piante e che, unitamente allo zinco, è in grado di poter contenere il progredire dell’infezione in situazioni dove questa non abbia già devitalizzato porzioni importanti dell’albero.

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Analisi delle componenti principali effettuata sul contenuto in microelementi delle foglie prelevate da 23 aziende olivicole del Gallipolino e comuni limitrofi colpite dal «disseccamento rapido dell’olivo». Si può osservare come le aziende situate nel comune di Gallipoli mostrino una distribuzione raggruppata ad indicare una certa differenza rispetto alle altre aziende situate in altri comuni (Da: Scortichini et al., Phytopathologia Mediterranea, 2019, 58: 39-48).

E si passa all’azione

In un altro studio si è passati a verificare le reazioni al trattamento individuato dopo l’analisi delle carenze riscontrate negli ulivi.

Lo studio effettuato da Marco Scortichini con altri ricercatori (Chiara Roberta Girelli, Federica Angilè, Laura Del Coco, Danilo Migoni, Luigi Zampella, Simone Marcelletti, Nicola Cristella, Paolo Marangi, Francesco Paolo Fanizzi) è un’analisi sui metaboliti fogliari effettuata tramite 1H-NMR evidenzia la presenza di un marcatore di malattia ed una risposta verso un trattamento di campo in olivi infetti da Xylella fastidiosa subsp. pauca.

«In questo studio — dice Scortichini — mediante la risonanza magnetica nucleare, vengono analizzati i metaboliti di alberi delle cultivar Ogliarola salentina e Cellina di Nardò infetti da Xylella fastidiosa subsp. pauca e di altri alberi delle medesime cultivar sottoposti, durante il periodo primaverile-estivo, a trattamenti alla chioma con un biofertilizzante a base di zinco-rame-acido citrico.

«Lo studio evidenzia chiaramente come tutti gli alberi, sia di Ogliarola salentina che di Cellina di Nardò allevati in aree diverse del Salento, naturalmente infetti dal batterio mostrano un netto innalzamento del contenuto di acido chinico nelle foglie. Si tratta di un composto fenolico presente costitutivamente nelle foglie dell’olivo che, a seguito dell’infezione del batterio, innalza il suo contenuto nel tentativo di arrestare il processo infettivo. Una possibile applicazione di tale risultato potrebbe essere quella di sviluppare kit diagnostici in grado di rilevare la presenza del batterio ancora in uno stadio iniziale in modo di poter applicare idonee strategie di controllo della malattia.

«Le piante sottoposte al trattamento con il biofertilizzante, al contrario di quelle non trattate, hanno mostrato profili metabolici del tutto differenti. In particolare, gli alberi di Ogliarola salentina mostrano un innalzamento di acido malico mentre quelli di Cellina di Nardò un innalzamento di acido amino butirrico. Entrambi i composti sono coinvolti nei meccanismi di difesa che le piante superiori mettono in moto per cercare di fronteggiare gli attacchi dei patogeni. Questo studio conferma che il complesso zinco-rame-acido citrico è in grado di portare il metabolismo degli alberi infetti verso una normalità che in quelli non sottoposti ai trattamenti non avviene».

Negli alberi di Ogliarola salentina sottoposti, lungo il periodo primaverile-estivo, a trattamenti con un biofertilizzante a base di zinco-rame-acido citrico (parte in alto del grafico b) viene innalzato il livello di acido malico mentre in quelli non sottoposti ai trattamenti è il livello di acido chinico che risulta nettamente innalzato (parte in basso del grafico b).

E quanto ancora si deve aspettare prima che gli studi si trasformino in azioni?

Le uniche azioni sono le faide, i ricorsi al Tar, i diktat burocratici e la ricerca, da dover avere il ruolo di protagonista si è trasformata in modesto gregario che ossequia il potere e bastona chi fa veramente ricerca. Un modello, purtroppo, diventato la norma da quando politica e affari hanno trasformato la nostra società in una melassa amorfa, informe e senza dignità scientifica. Dal clima alla sanità, dalla qualità dell’aria all’erosione di suolo, dai rifiuti al mare di plastica. Tutti parlano pochi agiscono. Questa è la musica in Italia, altrove il metodo è diverso, quando gli italiani si sveglieranno?

 

Ignazio Lippolis