Piantare monocolture non è riforestare

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Un Rapporto di Greenpeace in occasione della Giornata mondiale foreste. «Colossi delle energie fossili come Shell, Total e Bp sono responsabili di alcune delle più devastanti distruzioni ambientali della storia umana. E ora vorrebbero far passare la creazione di piantagioni ad uso commerciale come riforestazione»

In occasione della Giornata internazionale delle foreste che ricorre domani, Greenpeace Italia diffonde il rapporto «Le piantagioni non sono una soluzione per i cambiamenti climatici» per denunciare la tendenza di governi e multinazionali a spacciare per «riforestazione» la creazione di piantagioni ad uso commerciale, in modo da poter continuare ad investire nell’industria estrattiva.

«Colossi delle energie fossili come Shell, Total e Bp sono responsabili di alcune delle più devastanti distruzioni ambientali della storia umana. E ora vorrebbero far passare la creazione di piantagioni ad uso commerciale come riforestazione, facendoci credere che piantare qualche albero possa autorizzare a continuare ad estrarre petrolio, gas e carbone», afferma Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia.

Ripristinare le foreste e ricorrere alle cosiddette «soluzioni basate sulla natura» per affrontare le sfide socio-ambientali è essenziale per mantenere l’aumento medio della temperatura globale entro 1,5°C. Tuttavia, le multinazionali del petrolio e del gas, così come le compagnie aeree che sostengono di poter compensare le proprie emissioni di CO2 e diventare «carbon neutral» grazie ad alcune iniziative di piantumazione di alberi, stanno abusando pericolosamente del concetto di «soluzioni basate sulla natura».

Inoltre, alcuni negazionisti dei cambiamenti climatici, come il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, hanno recentemente aderito alla campagna per piantare «mille miliardi di alberi» lanciata a Davos durante il World Economic Forum.

In realtà un recente studio pubblicato dalla rivista scientifica «Nature» ha rivelato che quasi la metà delle aree che i governi hanno promesso di destinare al rimboschimento diventeranno in realtà monocolture a uso commerciale, cioè destinate alla produzione di legno, gomma o simili.

«Tanti alberi non fanno una foresta. Oltre ad ospitare gran parte della biodiversità terrestre, le foreste hanno la capacità di assorbire e immagazzinare grandi quantità di carbonio. Sono la casa di numerose comunità tradizionali e Popoli Indigeni, nonché fonte di aria e acqua pulite. Le piantagioni, invece, diventano spesso luogo di sfruttamento per le popolazioni locali, sono inaccessibili alla fauna selvatica e inadatte ad ospitare specie animali e vegetali in pericolo di estinzione. Nonostante la capacità di catturare attenzione mediatica, non riescono a fare altrettanto con la CO2», prosegue Borghi.

Il rapporto di Greenpeace contiene alcune raccomandazioni riguardanti il ruolo centrale della giustizia sociale nella gestione delle foreste, sottolineando l’importanza di coinvolgere comunità tradizionali e indigene. Enfatizza infatti l’importanza di evitare che i meccanismi di finanziamento per la mitigazione dei cambiamenti climatici includano la creazione di piantagioni, favorendo invece progetti di sviluppo comunitario sostenibile in grado di dare spazio all’agricoltura ecologica e alla produzione di energia pulita e rinnovabile.

«Il carbonio è per lo più immagazzinato nei fusti massicci e nelle radici profonde di alberi che hanno centinaia di anni. Piantare mille miliardi di alberi dicendo di voler “compensare” le emissioni di CO2 prodotte dall’estrazione dei combustibili fossili e continuare a distruggere foreste antiche non è la soluzione. Anzi, è parte del problema. È fondamentale piuttosto agire immediatamente per ripristinare e conservare le foreste, riconoscendo l’enorme potenziale degli ecosistemi naturali nella lotta contro i cambiamenti climatici e la perdita di biodiversità», conclude Borghi.

Sarebbe meglio imparare qualcosa dal momento storico che stiamo vivendo. La diffusione di nuovi virus sarebbe l’inevitabile risposta della natura all’assalto dell’uomo, come spiega la virologa Ilaria Capua, che dal 2016 dirige uno dei dipartimenti dell’Emerging Pathogens Institute dell’Università della Florida: «Tre coronavirus in meno di vent’anni rappresentano un forte campanello di allarme. Sono fenomeni legati anche a cambiamenti dell’ecosistema: se l’ambiente viene stravolto, il virus si trova di fronte a ospiti nuovi».

 

(Fonte Greenpeace)