La transumanza negata

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Cavalli al pascolo brado sul lago del Matese Foto Fabio Modesti
Cavalli al pascolo brado sul lago del Matese (Foto Fabio Modesti)

La Regione Abruzzo a guida centrodestra limita l’uso delle terre civiche da parte degli allevatori transumanti, dando priorità ai locali. I (pochi) transumanti che protestano sono soprattutto pugliesi. Ma la Puglia di centrosinistra ha da tempo dimenticato l’allevamento brado, quello a contatto con la natura e la transumanza

Al grido di «ci negano la transumanza» alcune associazioni di categoria, più di agricoltori che di allevatori, hanno inveito contro una norma contenuta in una recente legge regionale abruzzese in materia di contrasto al Covid-19 (la legge regionale Abruzzo n. 9/2020). La norma in questione sancisce sostanzialmente che nella concessione per il pascolo di terre civiche abruzzesi vengano privilegiati gli allevatori regionali «iscritti nel registro della popolazione residente da almeno 10 anni che abbiano un’azienda con presenza zootecnica, ricoveri per stabulazione invernale e codice di stalla riferito allo stesso territorio comunale o ai comuni limitrofi». Secondo alcuni, una sorta di «Abruzzo first» che la Regione a recente guida «sovranista» ha voluto dire forte e chiaro.

E certo, dicono pure, in questo modo si mette a rischio la transumanza ed è come se il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio avesse «rinnovato verga d’avellano» per darla in testa a chi volesse far pascolare armenti e greggi provenienti da altre regioni. E poi, proprio ora che l’ineffabile Unesco ha decretato la transumanza «patrimonio immateriale dell’Umanità». No, proprio non ci voleva.

Nulla di più materiale della transumanza

O forse sì. Dichiarare la transumanza «patrimonio immateriale» è già di per sé una contraddizione in termini perché non c’è nulla di più materiale di pecore, vacche e cavalli che si muovono con persone e cani. Non c’è nulla di più materiale degli jazzi e di tutte le strutture per ricovero degli animali; non c’è nulla di più materiale del formaggio, della ricotta, della lana e della carne che se ne produce. Il vero problema è forse almeno un altro. E cioè che in Abruzzo hanno pensato in qualche modo a chi porta ancora gli animali al pascolo vagante. Certo, si può contestare la limitazione di fatto alla movimentazione degli animali da altre regioni ma di certo in Abruzzo si è cominciato a pensare di nuovo ad una pastorizia che vive con e nell’ambiente naturale.

Vacca maremmana con vitelli al pascolo brado nel Parco Regionale della Maremma Foto Fabio Modesti
Vacca maremmana con vitelli al pascolo brado nel Parco Regionale della Maremma (Foto Fabio Modesti)

Ma la Puglia non ci pensa

Ci chiediamo se anche la Puglia ci pensa. Ci chiediamo se l’amministrazione regionale guidata da Michele Emiliano abbia idea delle condizioni in cui versa il settore zootecnico più legato alle risorse naturali che ai mangimi con soia transgenica con i quali coloro che, pronti a definirsi «Ogm free», non esitano ad alimentare i propri animali.

La sensazione, purtroppo ben più che tale, è che non ne abbia affatto idea. E non sono alle viste progetti e programmi che cerchino di recuperare quel po’ che è rimasto in Puglia dell’allevamento estensivo.

Nessuna idea di come poter recuperare le strutture architettoniche tradizionali pastorali per destinarle nuovamente a quell’uso. Nessuna idea di come alleviare costi e fatiche di allevatori ai quali i prezzi offerti per il latte e per la carne non coprono che una parte infinitesimale di essi. Nessuna idea di come stringere patti tra pubbliche amministrazioni ed allevatori estensivi per una corretta gestione dei territori.

Forse alberga, questo è quel che purtroppo emerge, l’idea di rendere la transumanza una specie di manifestazione folkloristica da sagra paesana e di destinare jazzi, mungituri e masserie a centri congressi e centri benessere, quando non a sale ricevimenti. Ma non possiamo non sperare che ci sia ancora un lumicino d’idea per incentivare l’economia zootecnica e l’allevamento estensivo delle aree interne, il pascolo brado, la sanità degli animali e per aiutare lo sbocco sul mercato dei relativi prodotti.

Un’idea per pagare quegli allevatori, anche con sane politiche di vantaggio fiscale, per i «servizi ecosistemici» che forniscono e dei quali noi cittadini godiamo gli effetti.

L’oblío dei tratturi

E così tratturi e tratturelli, infrastrutture fondamentali per l’allevamento estensivo anche per una transumanza domestica, non potranno essere più destinati esclusivamente ad un turismo che, comunque, non approfondirà nulla del senso antropologico ed umano delle «migrazioni» dannunziane. La fiammella della speranza resta accesa in attesa che, quantomeno in Puglia, l’avere speranza si incarni in qualcuno che sia speranza.

 

Fabio Modesti