Discariche e impianti, la selva di leggi danneggia il Tarantino

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gravina castellaneta

Bloccato un intervento di Antonio Albanese. In un territorio dove gli agrumeti, ormai quasi del tutto soppiantati da tendoni di uva da tavola, convivono con impianti di incenerimento dei rifiuti, con discariche mai recuperate ma anche con importanti lembi di naturalità delle gravine che dall’anfiteatro a monte scendono verso il golfo di Taranto, non è il caso di insistere sulla localizzazione di ulteriori insediamenti industriali. Forse sarebbe il caso di ricucire quel territorio e di sanare le ferite infertegli

Questa volta Antonio (detto Tonino) Albanese, uno degli imprenditori più attivi in Puglia, non ce l’ha fatta a vincere una battaglia legale contro il Comune di Massafra (TA). Albanese, che negli ultimi anni ha diversificato molto i suoi investimenti puntando soprattutto sul ramo immobiliaristico ed ora anche in quello editoriale con una delle due offerte (in tandem con la società Ecologica del gruppo Miccolis di Castellana Grotte) per rilevare «La Gazzetta del Mezzogiorno», aveva intenzione di attivare un impianto per l’essiccamento, mediante combustione, di fanghi derivanti da impianti di trattamento delle acque reflue con recupero energetico. Un tipico impianto che, alla moda d’oggi, si potrebbe definire di «economia circolare».

L’impianto, tra l’altro, sarebbe dovuto sorgere in adiacenza alle discariche esaurite del Comune di Massafra e all’impianto di preselezione, biostabilizzazione e produzione di Cdr e relativa discarica, entrambi gestiti dalla Società Cisa Spa di proprietà sempre dello stesso Albanese. Il problema è che il nuovo stabilimento lo voleva realizzare, attraverso un’altra delle sue società, la Stf, in una zona non idonea ad ospitarlo cioè ad una distanza inferiore ai 2 chilometri dai Siti Natura 2000 (in questo caso dalla Zona di protezione speciale, Zps, «Area delle gravine» che è anche parco naturale regionale) stabilita dal Piano di gestione dei rifiuti della Regione Puglia del 2015. Nonostante il parere contrario del Comune di Massafra e dell’Arpa Puglia, la Provincia di Taranto ha concluso favorevolmente il procedimento di autorizzazione unica ambientale e di valutazione di impatto ambientale.

Il Comune di Massafra ha così fatto ricorso al Tar Lecce il quale, nel gennaio 2019, ha accolto le tesi del Comune tarantino ed ha annullato il provvedimento provinciale. Le motivazioni dei giudici amministrativi pugliesi sono numerose quanto i motivi di ricorso. Il Consiglio di Stato, cui la società Stf si era appellata, nella sentenza pubblicata il 2 agosto scorso, le ha confermate assorbendole in una, risolutiva. Infatti, la società riteneva che il limite dei 2 chilometri di distanza dai Siti Natura 2000 per realizzare l’impianto, stabilito dal Piano regionale di gestione dei rifiuti, fosse stato superato dal successivo Piano paesaggistico territoriale regionale (Pptr). Quest’ultimo non consente la realizzazione di quel tipo di impianti solo all’interno dei parchi naturali, ed in un’area di rispetto di 100 metri da essi, ed all’interno dei siti di rilevanza naturalistica (come le Zps) ma per questi ultimi non definisce l’area di rispetto.

Sostanzialmente, il Consiglio di Stato afferma che le disposizioni contenute nel Piano di gestione dei rifiuti siano più restrittive di quelle contenute nel Pptr e che lo stesso Pptr sancisce, all’art. 4, comma 3., che le proprie disposizioni normative «individuano i livelli minimi di tutela dei paesaggi della regione. Eventuali disposizioni più restrittive contenute in piani, programmi e progetti […] sono da ritenersi attuative del Pptr, previa acquisizione del parere di compatibilità paesaggistica di cui all’art. 96 volto alla verifica di coerenza rispetto alla disciplina del Pptr».

Ora, bisognerà vedere se la distanza stabilità dal Piano di gestione rifiuti urbani pugliese del 2015 sarà confermata nel suo aggiornamento all’esame dell’attuale Giunta regionale. Ma in quel contesto ambientale e paesaggistico, dove gli agrumeti, ormai quasi del tutto soppiantati da tendoni di uva da tavola, convivono con impianti di incenerimento dei rifiuti, con discariche mai recuperate ma anche con importanti lembi di naturalità delle gravine che dall’anfiteatro a monte scendono verso il golfo di Taranto, non è il caso di insistere sulla localizzazione di ulteriori insediamenti industriali. Forse sarebbe il caso di ricucire quel territorio e di sanare le ferite infertegli. Ma a quanto pare, al di là delle chiacchiere sul futuro di Taranto e del suo hinterland, questo non interessa a nessuno, neanche in tempi di Pnrr.

 

Fabio Modesti