Violenze, un fuoco sotto la cenere mai spento

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Capire questo presente è obbligo: se la peste non la argini con la partecipazione alla sua migliore cura radicale ma la assumi come occasione dello sfascio allora il passo al «fascio» è logica conseguenza e in esso pullulano tutti i rigurgiti della manovalanza violenta, della ribellione e del passo prossimo all’eliminazione dell’altro chiamato nemico

Capire il presente: è l’enigma più ostico da interpretare e risolvere. La comprensione dell’attualità necessita di chiave interpretativa a più dimensioni.

Una prima strada è la conoscenza della storia antica e recente, l’unica maestra che apre la via della conoscenza dei rapporti tra premesse ideologiche, azioni derivanti ed effetti prodotti.

La seconda è la piena coscienza della partecipazione in cui il cittadino si immerge con consapevolezza e responsabilità ben lontano dal qualunquismo della folla manzoniana anonima animata dal bisogno e governata dalla violenza.

La terza via è la coscienza morale educata nella famiglia e nella scuola e non sugli spalti delle tifoserie cieche e bieche dove il grido sostituisce il ragionamento, la bandiera copre volti anonimi e feroci ad un tempo dove lo squadrismo si ammanta di amore della squadra la cui brillantezza tifata è mirabile per l’estro dei piedi e non per il genio del pensiero.

La quarta via è il sentiero calpestato dalle orme dell’organizzazione dei partiti su cui grava la responsabilità di ergersi a canali di convogliamento dei diritti e dei bisogni e non solo della ribellione al sistema intonata in coro di rabbia e di sovversione ma di progetto dell’alternanza cadenzata dalla misura democratica e dal rispetto della Legge fondamentale dello Stato.

Capire questo presente è obbligo: se la peste non la argini con la partecipazione alla sua migliore cura radicale ma la assumi come occasione dello sfascio allora il passo al «fascio» è logica conseguenza e in esso pullulano tutti i rigurgiti della manovalanza violenta, della ribellione e del passo prossimo all’eliminazione dell’altro chiamato nemico.

Se più di settant’anni di assetto democratico sono capaci di germinare ora terrorismo ora violenze di genere ora morti sul lavoro ora ruberie erette a sistema ora mafie serpeggianti e coordinate ora deturpazioni del territorio ora veleno nell’aria e nell’acqua ora virus dilaganti e scienza applicata al diluvio universale pandemico… allora ben altra via è stata aperta, coltivata e nutrita perché in serbo è stato nutrito il cobra dalle mille spire che, drago feroce e famelico, lancia la sua fiamma divoratrice e dissacrante.

Il Governo è chiamato nella persona di tutti i suoi servitori a nutrire di senso questa nostra democrazia sfregiata, queste aule stipate e sguarnite, il lavoro agognato e sognato, la famiglia sospesa in attesa della ricomposizione del futuro dei giovani disoccupati e disincantati, dei lavoratori che agitano il fazzoletto dell’addio ad un lavoro che migra in altri porti a beneficio di profitti emergenti per chi aveva aperto cancelli effimeri e alimentato speranze interrotte.

Il governo democratico è la via che può nutrire di speranza i disobbedienti moderni nel cui alveo si camuffa l’operatore violento profittatore della folla e del corteo creato dal vero bisogno e ignaro della serpe sommersa profittatrice.

In questa deriva riemergono i vecchi simboli dello sterminio, fotografia fedele dell’animo dissacratore, diapositiva esplicativa del disordine morale che nessuna delle vie sopra citate è riuscita a convertire in partecipazione democratica.

È giusto e sacrosanto ribellarsi a questa via facile della violenza: riprendiamoci nelle mani la ricostruzione, partigiani di nuovo rinascimento sociale, proprio adesso quando il nostro Stato ha qualche euro in tasca per lenire ammanchi trascurati per decenni mentre il profitto sommerso ha gareggiato sul lavoro sommerso vantando la sua effimera vittoria.

 

Francesco Sofia