Donne e lavoro: sì, ma quale? Ecco i settori a prevalenza femminile

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(Adnkronos) – Parlare di inclusione significa anche considerare la parità di genere nel mondo del lavoro e la parità salariare come due problematiche da affrontare a livello internazionale. Ci sono settori in cui le donne sono quasi totalmente assenti, Paesi in cui le disparità sono più evidenti che in altri territori e “mestieri” nei quali, invece, la componente femminile la fa da padrona.  A restituire una panoramica sul tema sono i dati Eurostat risalenti al terzo trimestre del 2023 che hanno mostrato che la maggioranza degli occupati di età compresa tra i 15 e i 64 anni erano uomini (53,3% media Ue) rispetto al 46,5% delle donne. Nonostante questa disparità, ci sono settori nei quali le donne sembrano primeggiare, ma che potrebbe rivelarsi solo uno spazio alimentato da uno stereotipo generalizzato. Ma vediamo nel dettaglio di quali settori parliamo.    In alcuni dei principali gruppi professionali classificati dall'International Standard Classification of Occupations (ISCO), le donne rappresentavano la quota maggiore: il 65,8% degli impiegati di supporto erano donne, il 63,5% degli addetti ai servizi e alle vendite, il 54,3% dei professionisti, ad esempio scienziati, insegnanti e il 53,0% di coloro che svolgevano professioni elementari erano donne.  Tra i tecnici e i professionisti associati le donne erano equamente rappresentate quanto gli uomini (50,0%).  Al contrario, le donne erano raramente impiegate come artigiane e mestieri affini (11,1%) e come operatrici e assemblatrici di impianti e macchine (17,9%). E tra i manager solo il 34,7% erano donne.   Ma c’è un settore che più di tutti vede le donne primeggiare. Osservando la classificazione ISCO più dettagliata, le donne nell’UE costituiscono la stragrande maggioranza delle persone impiegate in professioni specifiche, tra cui assistenti all’infanzia e assistenti insegnanti (92,6% del totale degli occupati in questa professione nel terzo trimestre del 2023), segretarie (89,3%), insegnanti della scuola primaria e della prima infanzia (88,2%), professionisti infermieristici e ostetrici (87,5%) e colf e aiutanti domestici, alberghieri e d'ufficio (86,5%). Le donne rappresentavano solo una piccola minoranza tra i lavoratori del settore edilizio e affini (1,4% del totale delle persone occupate in questa professione nel terzo trimestre del 2023), tra i lavoratori impiegati nei meccanici e riparatori di macchinari (2,9%), tra gli installatori e riparatori di apparecchiature elettriche (3,1%), lattonieri, carpentieri, scorniciatori, saldatori e operai affini (3,7%) e autisti di autocarri pesanti e autobus (3,8%). —sostenibilita/csrwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Ecocidio, cos’è il crimine ambientale “punibile fino a 10 anni di reclusione”

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(Adnkronos) –
Ecocidio è il reato punibile fino a 10 anni di reclusione. L’ha stabilito la nuova direttiva, concordata con il Consiglio il 16 novembre 2023 e approvata nelle scorse settimane con 499 voti favorevoli, 100 contrari e 23 astensioni. Tra i nuovi reati figurano il commercio illegale di legname, l'esaurimento delle risorse idriche, le gravi violazioni della legislazione dell'UE in materia di sostanze chimiche, e l'inquinamento provocato dalle navi.  Una specifica, voluta dai deputati, ha inserito nel testo i “reati qualificati”. Sono quei reati che portano alla distruzione di un ecosistema, paragonabili a incendi boschivi su vasta scala e inquinamento diffuso di acqua, aria e suolo.  Ma cos’è un ecocidio? Scopriamolo insieme. Il termine “ecocidio” non è una scoperta recente, ma il suo uso nel linguaggio comune fa le prime apparizioni negli anni Settanta, quando comparve per la prima volta nella Conferenza sulla guerra e la responsabilità nazionale a Washington. Venne coniato nel 1970 dal biologo statunitense Arthur Galston per descrivere i danni causati dal cosiddetto “agente arancio”, un defoliante che l’esercito Usa sparse in enormi quantità sulle foreste tropicali durante la guerra del Vietnam. Nel ‘73 Richard Falk, docente di Diritto internazionale fornì la prima analisi legale di questo termine: la distruzione consapevolmente perpetrata di un ambiente naturale.  Da quel momento in poi molti accademici e studiosi di diritto hanno sostenuto la criminalizzazione dell’ecocidio: cioè, far sì che venisse riconosciuto come un crimine internazionale a livello giuridico. Distruggere la vita di un ecosistema ambientale equivale a danneggiare anche la salute di persone coinvolte e/o che vivevano in quel sistema danneggiato.  “Farebbe la differenza tra un piante abitabile e uno non abitabile”, aveva affermato il giornalista George Monbiot al The Guardian in merito all’instaurazione dell’ecocidio come crimine internazionale. E non sono mancate le critiche in merito alla sua stessa esistenza, considerata da una parte anche della stampa italiana come l“ultima follia europea”.  Divenendo un tema divisivo per l’opinione pubblica, il reato di ‘ecocidio’ si è fatto strada, sino a raggiungere le stanze dei decisori politici europei e appropriandosi di un posto tra i reati punibili fino a 10 anni. Chi commetterà reati ambientali, fa sapere il Parlamento europeo, sarà punibile con la reclusione, a seconda della durata, della gravità e della reversibilità del danno. Che si tratti di persone fisiche e rappresentanti d’impresa, i reati qualificati saranno punibili con un massimo di otto anni. Per chi causerà la morte di una persona si rischierà fino a 10 anni e per tutti gli altri reati cinque anni.  Il danno causato dovrà essere risarcito e sarà necessario ripristinare l’ambiente danneggiato. Per le imprese, l’importo dipenderà dalla natura del reato e sarà pari ad una percentuale del fatturato annuo (3 o 5%) o, in alternativa, pari a 24 o 40 milioni di euro. Gli Stati membri potranno decidere se perseguire i reati commessi al di fuori del loro territorio. Una figura emersa durante i negoziati, ma già ben nota a livello internazionale, è quella del whisteblower. Si tratta dell’informatore, il “segnalatore” che denuncia reati ambientali e che sarà sostenuto e riceverà assistenza nei contesti dei procedimenti penali. Può essere interno ad un’azienda della quale scopre gli illeciti o esterno e indirettamente collegato ad essa.  Ulteriori misure a supporto consisteranno nella formazione tramite corsi specializzati per forze dell'ordine, giudici e pubblici ministeri. Redigere strategie nazionali e organizzare campagne di sensibilizzazione contro la criminalità ambientale saranno le prossime mosse. I dati sui reati ambientali raccolti dai governi dell'UE dovrebbero inoltre consentire di affrontare meglio la questione e aiutare la Commissione ad aggiornarne regolarmente l'elenco. "È giunto il momento che la lotta alla criminalità transfrontaliera assuma una dimensione europea, con sanzioni armonizzate e dissuasive che impediscano nuovi reati ambientali – ha dichiarato il relatore per il Parlamento europeo Antonius Manders (PPE, NL) -. Con questo accordo, chi inquina paga. Ma non solo: è anche un enorme passo avanti nella giusta direzione. Qualsiasi dirigente d'impresa responsabile di provocare inquinamento, infatti, potrà essere chiamato a rispondere delle sue azioni, al pari dell'impresa. Con l'introduzione del dovere di diligenza, poi, non ci sarà modo di nascondersi dietro a permessi o espedienti legislativi". La criminalità ambientale si classifica al quarto posto tra le attività criminali nel mondo. Rappresenta una fonte di guadagno per le organizzazioni criminali ed viene dopo il traffico di droga, quello di armi, e la tratta di essere umani. Con la direttiva approvata in Pe, i deputati hanno dato una risposta chiara alle proposte dei cittadini nelle conclusioni della Conferenza sul futuro dell’Europa. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

I cambiamenti climatici influenzano le disuguaglianze di genere, come e quanto?

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(Adnkronos) – I cambiamenti climatici non sono solo un fenomeno astratto che influisce sulle temperature globali e sui livelli del mare, sono un terremoto sociale che scuote le fondamenta delle comunità più vulnerabili, tra cui le donne rurali, le fasce povere della popolazione e gli anziani. Questi gruppi, già marginalizzati dalla società, subiscono un impatto sproporzionato dalle condizioni meteorologiche estreme e dalle variazioni climatiche, come sottolinea un nuovo rapporto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura (FAO). Il rapporto, intitolato 'Unjust Climate' (Il Clima Ingiusto), rivela una realtà agghiacciante: ogni anno, nei paesi a basso e medio reddito, le famiglie a guida femminile nelle zone rurali subiscono perdite finanziarie nettamente maggiori rispetto ai nuclei familiari con uomini capofamiglia. Questa disparità è evidente, con le famiglie guidate dalle donne che perdono mediamente l'8% in più del reddito a causa dello stress termico e il 3% in più a causa delle inondazioni rispetto ai loro omologhi maschili. In termini monetari, questo si traduce in una perdita pro capite di 83 dollari per lo stress termico e di 35 dollari per le inondazioni, rappresentando un totale di 37 miliardi e 16 miliardi di dollari rispettivamente in tutti i paesi a basso e medio reddito. E se le temperature medie dovessero aumentare anche solo di 1°C, queste donne subirebbero una perdita del reddito totale del 34% superiore rispetto agli uomini. Ma le conseguenze non si fermano qui. Lo studio indica che le barriere socio-economiche, come l'accesso limitato alle risorse e ai servizi, aggravano ulteriormente la vulnerabilità delle popolazioni rurali. Le donne si trovano spesso a fare i conti con norme e politiche discriminatorie che sovraccaricano loro di responsabilità domestiche e di cura, limitano i loro diritti alla terra e ostacolano il loro accesso a informazioni, risorse finanziarie e tecnologie cruciali. Gli anziani, d'altra parte, si trovano spesso senza opportunità di lavoro al di fuori dell'ambito agricolo, rendendo i loro redditi ancora più vulnerabili agli eventi climatici estremi. E quando queste condizioni meteorologiche avversate si manifestano, le famiglie rurali impoverite sono costrette a strategie di sopravvivenza inadeguate, come la vendita del bestiame e la riduzione dei flussi di reddito, che non fanno che acuire la loro vulnerabilità a lungo termine. Ma cosa stanno facendo i governi per affrontare questa crisi? Il rapporto rivela un quadro preoccupante: solo una piccola percentuale delle azioni per il clima proposte menziona specificamente le donne, gli anziani o le comunità rurali. Eppure, l'urgenza di rispondere a queste sfide è più grande che mai. Analogamente, una parte esigua dei finanziamenti per il clima tracciati nel 2017-2018 è stata destinata alle misure di adattamento ai cambiamenti climatici, con una percentuale ancora inferiore destinata all'agricoltura, alla silvicoltura e ad altri investimenti legati all'agricoltura, mentre solo una frazione minima ha raggiunto i piccoli produttori. Le politiche agricole attuali non affrontano adeguatamente le sfide della parità di genere e dell'emancipazione femminile, specialmente in relazione ai cambiamenti climatici. Un'analisi delle politiche agricole in 68 paesi a basso e medio reddito ha rivelato che la maggior parte di esse non considera il legame tra condizione femminile e cambiamenti climatici. Il rapporto esorta quindi a investire in politiche e programmi che comprendano la complessità delle vulnerabilità climatiche delle popolazioni rurali e affrontino le loro specifiche difficoltà, inclusi l'accesso limitato alle risorse produttive. Raccomanda inoltre di creare sinergie tra programmi di protezione sociale e servizi di consulenza per incoraggiare l'adattamento e compensare gli agricoltori per le perdite subite. Sono necessarie anche metodologie trasformative di genere che sfidino direttamente le norme discriminatorie e permettano alle donne di partecipare attivamente alle decisioni economiche che influenzano la loro vita. Queste azioni possono contribuire a ridurre le forme di discriminazione radicate che spesso limitano il coinvolgimento delle donne nelle decisioni economiche. L'analisi sottolinea la necessità di interventi mirati che consentano alle varie popolazioni rurali di adattarsi ai cambiamenti climatici. Questo richiede un impegno politico e finanziario più significativo a livello globale e nazionale, con un'enfasi particolare sull'inclusione e sulla resilienza nelle politiche climatiche. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Quanto inquina produrre la neve artificiale?

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(Adnkronos) – Sciare è bello, ma la neve cade sempre meno copiosa sul territorio italiano a causa del surriscaldamento climatico. Tanto che da anni si provvede a produrre e sparare neve artificiale per far sì che gli impianti sciistici continuino a popolarsi, che il turismo continui a girare. Questa tecnologia è diventata di vitale importanza per l’economia di alcune zone di Italia, che dipendono dal successo della stagione invernale e, più in particolare, sciistica. La produzione di neve artificiale si rese necessaria in primis per le competizioni agonistiche. La prima edizione dei giochi olimpici invernali nella quale fu inevitabile ricorrere a sistemi di innevamento artificiale fu quella che si svolse a Lake Placid nel 1980. Inizialmente, la neve artificiale era considerata una soluzione “di emergenza”, ma negli anni a seguire è diventata sempre più comune nelle località turistiche. Si arriva allora alla fatidica domanda: quanto costa la neve artificiale alle strutture sciistiche e all’ambiente? Tanto, in entrambi i sensi. Sotto il profilo ambientale, i consumi sono essenzialmente di due tipi: energia elettrica e acqua. Sul primo punto bisogna evidenziare che solo raramente si ricorre a fonti di energia rinnovabile, e quindi c’è un grande dispendio economico, ma soprattutto ambientale, visto l’utilizzo di fonti fossili. La stessa National Geographic parla di una “enorme impronta di carbonio” lasciata nell’atmosfera da questi impianti. Computo ambientale negativo anche sotto il profilo idrico, dal momento che l’acqua viene prelevata dalle fonti locali con un enorme impatto negativo sulla disponibilità di acqua potabile e sulla vita acquatica nelle zone circostanti. Un problema che, chiaramente, non riguarda solo l’Italia. Secondo le stime del centro di ricerca Cipra per innevare un ettaro di piste occorre 1 milione di litri di acqua, per i circa 25000 ettari delle piste alpine in un anno si prelevano 95 milioni di metri cubi d’acqua, pari al consumo di una città di oltre un milione di abitanti.  Sotto il profilo dell’energia elettrica, occorrono circa 3.5 kWh per metro cubo di neve, una stima per la Francia indica che ogni anno, per produrre neve artificiale, si produce energia come per 130.000 famiglie di 4 persone. Il tutto al netto dei danni provocati all’ambiente e all’ecosistema dalla costruzione degli impianti, soprattutto perché la neve artificiale resta in alcuni tratti di montagna anche a primavera inoltrata, quando, per natura, non dovrebbe esserci. Sotto il profilo dei costi per le strutture, un metro cubo di neve costa 3-4 euro, un costo che sale quando si inneva in condizione termiche al limite. Innevare completamente una pista da discesa libera in assenza di neve naturale può arrivare a costare 250.000 euro. Alcuni ricercatori dell’Università di Basilea, in Svizzera, stanno svolgendo ricerche sull’innevamento tecnico e sui consumi idrici correlati sino al 2100. Il titolo della notizia pubblicata sul sito dell’Università in relazione al paper è abbastanza eloquente: “Sciare durante le vacanze di Natale non è più garantito, nemmeno con gli sparaneve”. L’anno scorso, per la prima volta, la temperatura media globale ha superato i +2°C rispetto al periodo preindustriale e, nonostante l’impegno più o meno di facciata di enti e aziende, negli anni a venire non si prevede un miglioramento. Anzi, dalle simulazioni delle condizioni meteorologiche dei prossimi anni, secondo i ricercatori emerge un dato: sarà sempre più difficile garantire stagioni sciistiche lunghe come quelle di oggi. Prima di vedere le condizioni che consentono di produrre neve in questo modo, diamo uno sguardo al processo, molto sofisticato, che porta alla produzione della neve artificiale. Appositi “cannoni” vaporizzano l’acqua in minuscole goccioline. Queste vengono immesse in aria attraverso ugelli e portate a distanza con grosse ventole o pressurizzando l’acqua. Esistono due sistemi per produrre neve artificiale: a bassa pressione (cannoni), o ad alta pressione (lance posizionate in alte aste). Dietro, ci sono tubazioni che richiedono scavi, macchinari, sale di controllo e spesso appositi bacini idrici artificiali. Ben circa 150 sono stati realizzati nelle Alpi. Infatti, anche la neve artificiale ha bisogno di determinate condizioni metereologiche: queste tecnologie, infatti, non usano sistemi di refrigerazione e se le temperature esterne non sono abbastanza basse (sotto lo zero) producono solo acqua. La temperatura ideale va dai -2°C ai -4°C. Fondamentale anche il tasso di umidità, che deve essere molto basso. Se l’aria è particolarmente secca, gli impianti riescono a creare neve artificiale anche con temperature leggermente sopra lo zero. Il vento è un fattore di disturbo, perché può danneggiare i cristalli di ghiaccio che compongono i fiocchi di neve, facendoli disaggregare. Malgrado i miglioramenti tecnologici, la neve artificiale resta diversa dalla neve naturale e risulta più dura e densa. Il che è un risultato positivo per l’impianti sciistici, dato che la neve artificiale rende le piste più compatte e più veloci. Esiste anche il cosiddetto “innevamento programmato”: quando l’impianto rileva le condizioni atmosferiche opportune si avvia in automatico e spara acqua che viene trasformata in neve. Dallo studio elvetico emerge che negli anni a venire sarà necessario una quantità sempre maggiore di acqua per avere un manto nevoso idoneo all’attività sciistica.  Non sempre, però, l’innevamento artificiale viene fatto per assenza di neve naturale. A volte la neve artificiale viene utilizzata anche in presenza di abbondante neve naturale per rispondere al crescente interesse verso l’attività sciistica. Il che, chiaramente, aumento l’impatto ambientale di questa tecnica. Le risorse necessarie per produrre neve artificiale creano danni anche sotto il profilo sociale, altro aspetto cruciale dell’ambito Esg.  La principale autrice dello studio elvetico, la dott.ssa Maria Vorkauf, ha spiegato che, nel corso di pochi decenni, le riserve idriche sempre più scarse potranno causare situazioni di conflitto legate alla gestione dell’acqua, che in montagna viene utilizzata anche per gli impianti idroelettrici. Non a caso, da anni la neve artificiale è oggetto di critiche da parte di organizzazioni ambientaliste e di contenziosi sociali per l’uso delle risorse idriche. I consumi infatti sono veramente elevati, comportando costi che spesso sono sostenuti da contributi pubblici. I problemi connessi all’impatto ambientale degli impianti sono noti e da tempo si cerca di capire come minimizzarli attraverso tecnologie, materiali e buone pratiche che consentano di ridurre l’impatto ambientale (energia elettrica, acqua, danni sull’ecosistema). Per questo si sta cercando il modo per: – alimentare le strutture utilizzando
fonti rinnovabili
; – riutilizzare e riciclare le acque impiegate dagli sparaneve  Un esempio in tal senso viene dagli ultimi giochi olimpici invernali, quelli di Pechino 2022 a cui il Cio (Comitato olimpico internazionale) chiedeva di garantire la neutralità delle emissioni.  Per raggiungere quest’obiettivo l’organizzazione delle Olimpiadi ha utilizzato le fonti rinnovabili per alimentare tutti gli impianti e, per ridurre l’impatto ambientale legato all’innevamento artificiale, ha introdotto sofisticati sistemi di refrigerazione a CO2 naturale, alimentati da energia pulita, con l’obiettivo di ridurre notevolmente le emissioni di carbonio connesse ai processi di raffreddamento dell’acqua.  Come ultimo punto della strategia, gli organizzatori di Pechino 2022 hanno anche previsto un sistema per recuperare l’acqua disciolta dalla neve artificiale convogliandola in serbatoi locali.  Spunti da non perdere di vista se si vuole che la transizione ecologica sia effettiva e conciliabile con le attività turistiche ed economiche. Un approccio del genere può evitare che le promesse green, almeno quelle, non si sciolgano come neve al sole. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Ma l’uomo progredisce o regredisce?

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֎La paura dell’ignoto segna ancora i rapporti dell’uomo con l’ambiente. A nulla valgono i progressi scientifici e culturali. Ormai lo stato attuale del Pianeta è in una condizione di guerre costante che non fanno che accrescere odi ed egoismi֎

Ridurre lo spreco idrico con la tecnologia: a Rieti arriva lo smart metering

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(Adnkronos) – In Italia quasi la metà dell’acqua potabile messa in circolo viene persa a causa delle infrastrutture idriche obsolete. La tecnologia è l’unica speranza per risolvere questo annoso problema? Un esempio virtuoso arriva dalla provincia di Rieti che integrerà un avanzato sistema di smart metering per ridurre lo spreco idrico. Il progetto prevede l’installazione di oltre 54 mila contatori intelligenti in 19 comuni. L’obiettivo è quello di ridurre gli sprechi idrici, migliorare la fatturazione e ottimizzare l’efficienza energetica. Con questi strumenti, sarà anche più utile intervenire su eventuali guasti e segnalazioni fatte dai cittadini, graazie a una gestione digitalizzata che funziona anche da remoto. Il sistema, realizzato in partenariato pubblico-privato tra Acqua Pubblica Sabina (Aps) e Unidata, si inserisce nel più ampio contesto della gestione intelligente delle risorse idriche, in linea con il Pnrr e gli obiettivi europei di sostenibilità ambientale. Elemento portante del progetto di smart metering a Rieti è il partenariato pubblico-privato con Unidata, società quotata in Borsa a Milano al segmento STAR, attiva in ambito tecnologico, informatico e delle comunicazioni. Una sinergia che conferma quanto più volte sottolineato su queste pagine: la transizione ecologica necessita della sinergia tra pubblico e privato. Non solo: la transizione energetica richiede investimenti ingenti che non possono prescindere dal supporto delle banche e degli istituti finanziari. Lo stesso Mario Draghi ha ricordato pochi giorni fa come senza investimenti, l’Ue non potrà andare lontano anche, e soprattutto, sul fronte della transizione energetica.  L’investimento di oltre 3,1 milioni di euro da parte di Unidata nell’accordo siglato con la provincia di Rieti diventa dunque un esempio da riprodurre in tutta la penisola. L’operazione avrà la durata di 14 anni, 1 anno di realizzazione e 13 di gestione, con un valore della concessione di 9,6 milioni di euro. L’intervento consentirà tempi record per assicurare una svolta decisiva per Aps, che potrà beneficiare di un sistema di monitoraggio all’avanguardia che consentirà una gestione virtuosa della risorsa idrica. La “misurazione intelligente” contribuirà anche ad una decisa crescita dell’efficienza energetica di Aps, Gestore del Servizio Idrico Integrato per la provincia di Rieti. Il progetto di smart metering, inoltre, metterà a disposizione delle pubbliche amministrazioni del territorio un’infrastruttura di rete su cui attivare ulteriori servizi in logica Smart City/Smart Area, favorendo la crescita della qualità dei servizi e, quindi, della qualità della vita nell’area di Rieti. L’investimento consentirà ad Ads di: – raccogliere in maniera automatizzata, più veloce e più frequente le misurazioni di consumo idrico con una riduzione delle spese di lettura; – individuare tempestivamente le dispersioni al fine di ridurre drasticamente gli sprechi idrici; – rilevare immediatamente eventuali manomissioni o malfunzionamenti; – monitorare pressione e portata in acquedotto al fine di ottimizzarne i valori, ridurre i consumi elettrici e idrici; – fornire ai consumatori dati immediati che consentano di conoscere precisamente i propri consumi quasi in tempo reale. Lo smart metering per l’acqua è uno dei principali campi applicativi dell’Internet of Things (IoT) e delle reti LoRaWAN, che consentono una comunicazione wireless a lunga distanza e a basso consumo energetico tra i dispositivi. Un progetto totalmente in linea con il Pnrr, che prevede 900 milioni di euro per progetti di riduzione delle perdite nelle reti di distribuzione dell’acqua, compresa la digitalizzazione e il monitoraggio delle reti. In Italia, le perdite idriche nella rete di distribuzione risultano mediamente pari al 42,2% del volume acqua immessa. Una cifra che equivale a 3,4 miliardi di metri cubi annui di acqua persi ogni anno, come riprota l’Eurispes. Praticamente la quantità di acqua necessaria per il fabbisogno 44 milioni di persone. Tutta acqua che non arriva agli utenti a causa di tubazioni vecchie, rotte o danneggiate, di errori di misura dei contatori ma anche di allacci abusivi.  Il problema idrico in Italia, però, non parte solo dall’amministrazione pubblica, ma anche dal comportamento degli stessi consumatori, tra i più “spreconi” d’Europa. Gli italiani, infatti, consumano in media 215 litri di acqua al giorno a testa, circa dieci volte più di quanto necessario per soddisfare i bisogni umani di base. Tra le attività domestiche che consumano più acqua ci sono le docce, i servizi igienici, il lavaggio delle stoviglie e il bucato. Spesso si lasciano i rubinetti aperti inutilmente o si usano elettrodomestici non efficienti. Su quest’ultimo punto, si registra un miglioramento nelle scelte di acquisto degli italiani che optano sempre più spesso per elettrodomestici di classe A (qui per vedere come sono cambiati i consumi degli italiani). Anche l’irrigazione intensiva dei campi contribuisce al problema idrico dello stivale, anche considerando che l’agricoltura è il settore che consuma più acqua in Europa, il 59% del totale. In Italia, l’irrigazione dei campi avviene spesso in modo inefficiente, con sistemi che provocano una forte evaporazione o che non si adattano alle condizioni climatiche e alle esigenze delle colture. Inoltre, l’agricoltura intensiva e l’allevamento rendono il suolo meno capace di trattenere l’acqua e più vulnerabile alla siccità. Rischi di cui occorrerebbe ricordarsi prima che avvengano nuove alluvioni o frane, soprattutto dopo l’annus horribilis del 2023. Lo spreco idrico in Italia varia a seconda delle regioni, sia per quanto riguarda la dispersione che il consumo. Le regioni con la maggiore dispersione sono il Lazio (50,8%), la Campania (49,9%) e la Sicilia (49,6%), mentre quelle con la minore sono il Trentino-Alto Adige (18,9%), la Valle d’Aosta (19,9%) e il Friuli-Venezia Giulia (23,9%). Sotto il profilo dei consumi, quelle con il maggiore utilizzo sono la Puglia (287 litri al giorno a testa), la Basilicata (279) e la Calabria (269), mentre quelle con il minore sono il Molise (144), la Valle d’Aosta (149) e il Piemonte (156). In un’epoca in cui la sosteniblità ambientale è sempre più al centro delle strategie istituzionali e aziendali, è fondamentale che anche i consumatori facciano la loro parte. Sull’altro fronte, c’è la tecnologia che può aiutare a ridurre le perdite, i malfunzionamenti e i consumi. Il caso di smart metering a Rieti è, in tal senso, una buona notizia per lo stivale. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Pari opportunità, De Dea (Onde rosa), “Tampon tax, non si può tornare indietro su diritti donne”

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(Adnkronos) – La riduzione della tampon tax, ovvero l’Iva sui prodotti mestruali, “non è soltanto una questione di giustizia economica, ma è una questione di giustizia sociale. Se ogni volta che si parla di diritti, come nel caso di quelli delle donne, questi diritti restano ‘una virgola’ in una Legge di bilancio, e non diventano mai un tema vero e strutturale, allora abbiamo perso una battaglia importante. Continuiamo a portare avanti questa petizione perchè quando si parla di diritti delle donne e di piena parità non si può tornare indietro”. Così Silvia De Dea, tra le fondatrici del collettivo Onde Rosa, a margine della presentazione della quarta edizione della campagna Coop per l’inclusione e la parità di genere “Close the Gap. Riduciamo le differenze”.  In questa occasione è stata proposta la sottoscrizione della petizione “Il ciclo è ancora un lusso!”, per l’abbassamento dell’IVA sui prodotti mestruali, rilanciata dal collettivo Onde Rosa su Change.org dopo che l’IVA su questi prodotti è tornata al 10%. Lanciata dal collettivo Onde Rosa nel 2019 e sostenuta da Coop fin dal 2021, la petizione punta al milione di firme.  “La campagna è stata creata nel 2019 per dare un obiettivo tangibile alle tante giovani ragazze interessate alla politica, ma non abbastanza da impegnarsi, alzare la voce e scendere in piazza per i loro diritti – racconta De Dea – Abbiamo pensato quindi che un'ingiustizia così semplice e così potente come quella della tampone tax potesse essere compresa da tutte e da tutti, che potesse entrare nelle case delle italiane e degli italiani per spiegare effettivamente cos'è la disparità di genere”. Il successo della precedente raccolta firme testimonia quanto l’approccio di Onde Rosa sia stato vincente. Ora il collettivo, assieme a Coop, di raggiungere lo stesso risultato positivo: “Abbiamo deciso di rilanciare questa petizione – spiega De Dea –  Quello dell’Iva sui prodotti mestruali non è un tema nuovo, ma è sempre stato trattato con disinteresse dalla politica, che lo riteneva addirittura scomodo o imbarazzante, quando invece non lo è. Noi vogliamo ribadire invece che questo è tema vero e concreto, che riguardava la vita e la salute di tante donne e tante famiglie, di cui la politica si doveva occupare senza più tabù”. – —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

L’acqua presente dalla formazione planetaria

Tempo di lettura: 4 minuti Gli astronomi rivelano un nuovo legame tra acqua e formazione dei pianeti ֎Un team internazionale di ricercatori ha scoperto la presenza di vapore acqueo nel disco protoplanetario orbitante una giovane […]

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Ok definitivo del Parlamento Ue al Nature Restoration Law, esultano gli ambientalisti

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(Adnkronos) – I trattori in protesta non hanno bloccato l’approvazione definitiva del Nature Restoration Law da parte del Parlamento europeo.  Il regolamento, che mira a garantire il ripristino degli ecosistemi degradati in tutti i Paesi dell’Ue, è stato approvato il 27 febbraio 2024 con 329 voti favorevoli, 275 contrari e 24 astensioni. Tra i favorevoli, insieme a centristi, sinistra e verdi, ci sono anche 25 eurodeputati del Partito popolare europeo, che in tutto ne conta 170 e si è schierato per il no. Importante spaccatura anche all’interno di Renew Europe, gruppo centrista e liberale dove i due terzi hanno votato a favore del provvedimento: circa 60 voti decisivi ai fini dell’approvazione del Nature Restoration Law.  La proposta di regolamento del Nature Restoration Law è stata presentata dalla Commissione nel giugno del 2022 partendo da una constatazione: oltre l’80% degli habitat europei versa in cattive condizioni e molti habitat naturali rischiano di essere distrutti. Trattandosi di un regolamento, l’esecutivo Ue ha introdotto obiettivi giuridicamente vincolanti per gli Stati membri. Riguardo al provvedimento, qualche traguardo è stato raggiunto dalle proteste degli agricoltori. Tra le misure previste dalla Commissione e cassate durante l’iter, è stata cassata una di quelle più contestate: la Commissione chiedeva infatti la riduzione del 50% l’uso dei pesticidi chimici entro il 2030 e il divieto di tutti i pesticidi nelle aree sensibili (le aree verdi urbane, compresi parchi e giardini pubblici, i campi ricreativi o sportivi, i sentieri pubblici, le zone protette Natura 2000 e qualsiasi area ecologicamente sensibile da preservare per gli impollinatori in pericolo). Ecco cosa prevede il Nature Restoration Law: • Tre miliardi di alberi: in tutto, i 27 Stati dovranno piantare tre miliardi di nuovi alberi; • Fiumi:gli Stati membri dovranno inoltre ripristinare almeno 25.000 km di fiumi, trasformandoli in fiumi a scorrimento libero; • Habitat: gli Stati membri dovranno ripristinare il buono stato di salute di almeno il 30% degli habitat contemplati dal regolamento (foreste, praterie e zone umide a fiumi, laghi e coralli) entro il 2030. Questa percentuale aumenterà al 60% entro il 2040 e al 90% entro il 2050. Fino al 2030 la priorità andrà accordata alle zone Natura 2000. Non solo: i Paesi dovranno garantire che le zone, una volta ripristinate, non tornino a deteriorarsi; • Piani di ripristino: entro due anni dalla pubblicazione in Gazzetta ufficiale, gli Stati dovranno adottare dei Piani nazionali di Ripristino che saranno sottoposti al controllo della Commissione. Verranno anche inviati rapporti annuali sui progressi e l’attuazione delle misure previste. In caso di mancato rispetto degli obiettivi prefissati, gli Stati potrebbero essere esposti ad una procedura d’infrazione; • Ecosistemi agricoli: per migliorare la biodiversità negli ecosistemi agricoli, i singoli Paesi dovranno registrare progressi in almeno due di questi tre indicatori: o European grassland butterfly indicator (l’indicatore delle farfalle delle praterie): misura lo stato do salute di 17 specie selezionate di praterie selezionate e monitorate in tutta Europa; o precisa percentuale di superficie agricola con elementi caratteristici del paesaggio con elevata diversità (fasce tampone, incolti a rotazione o meno, siepi, alberi singoli o in gruppo, filari di alberi, margini dei campi, macchie, fossi, ruscelli, piccole zone umide, muretti di pietra, piccoli stagni e elementi culturali) o stock di carbonio organico nei terreni minerali coltivati. Si prevede che i Paesi membri dovranno anche adottare misure per migliorare l’indice dell’avifauna comune, dato che gli uccelli sono un buon indicatore dello stato di salute generale della biodiversità; • Torbiere: questi ambienti caratterizzati da grande abbondanza di acqua quasi stagnante e a bassa temperatura rappresentano una delle soluzioni più economiche per ridurre le emissioni nel settore agricolo. Per questo, i Paesi europei dovranno ripristinare almeno il 30% delle torbiere drenate entro il 2030 (almeno un quarto dovrà essere riumidificato), il 40% entro il 2040 e il 50% entro il 2050 (con almeno un terzo riumidificato). La riumidificazione continuerà a essere volontaria per agricoltori e proprietari terrieri privati; • Impollinatori: i Paesi europei dovranno invertire il declino delle popolazioni di impollinatori entro il 2030 e aumentarne la concentrazione. I risultati devono essere monitorati almeno uja volta ogni sei anni; • Verde in città: i 27 dovranno garantire che non vi sia alcuna perdita netta né della superficie nazionale totale degli spazi verdi urbani, né di copertura arborea urbana (l’insieme delle superfici vegetali presenti in una città, incluse piante rampicanti, giardini privati, tetti verdi, ecc.).  Come per ogni dibattito sulla sostenibilità, la sfida è bilanciare gli interessi dell’ambiente (e dell’essere umano a restare sulla Terra) con quelli economici. Ma per trasformare il “mito” della decrescita felice in crescita felice, occorre intervenire subito e con decisione per ridurre le emissioni e l’inquinamento degli ambienti naturali. Per questo, il Nature Restoration Law prevede obbiettivi molto sfidanti e da attuare nel giro di pochi anni.  Il Parlamento è però intervenuto prevedendo un freno di emergenza al provvedimento. In pratica, qualora gli obiettivi del regolamento stiano riducendo la superficie coltivata al punto da compromettere la produzione alimentare e renderla inadeguata ai consumi dell’Ue, questo strumento consentirà di sospendere gli obiettivi relativi agli ecosistemi agricoli. Esultano gli ambientalisti, protestano i partiti di destra, seppure con delle eccezioni individuali.  “Definire storico questo momento non è affatto eccessivo. – dichiara Lipu-BirdLife Italia – L’Europa si dota di una legge senza precedenti per rigenerare gli habitat naturali e gli ecosistemi di tutto il continente. È la cosa più importante accaduta nell’Unione Europea, sotto il profilo naturalistico, assieme alle direttive Uccelli e Habitat”. Il Wwf condivide l’entusiasmo per l’ok definitivo del Nature Restoration Law da parte del Parlamento, anche se manca ancora un ultimo step, come si vedrà a breve: “[Questa norma] è un’opportunità storica per riportare la natura in Europa. In un momento in cui il continente è devastato da inondazioni, siccità e incendi, questa legge contribuirà a garantire un futuro più sicuro e più sano per gli europei. […] La maggioranza dei parlamentari è rimasta fedele al processo democratico europeo, approvando l’accordo adottato lo scorso novembre”. Il Wwf condivide l’entusiasmo per l’ok definitivo del Nature Restoration Law da parte del Parlamento, anche se manca ancora un ultimo step, come si vedrà a breve: “[Questa norma] è un’opportunità storica per riportare la natura in Europa. In un momento in cui il continente è devastato da inondazioni, siccità e incendi, questa legge contribuirà a garantire un futuro più sicuro e più sano per gli europei. […] La maggioranza dei parlamentari è rimasta fedele al processo democratico europeo, approvando l’accordo adottato lo scorso novembre”.  Il relatore del provvedimento all’Europarlamento è stato César Luna (S&D) che commenta così: “Oggi è un grande giorno per l’Europa, perché passiamo dalla protezione e dalla conservazione della natura al suo ripristino. La nuova legge ci aiuterà anche a rispettare molti dei nostri impegni internazionali in materia di ambiente. Inoltre, ripristinerà gli ecosistemi degradati senza compromettere il settore agricolo, lasciando agli Stati membri una grande flessibilità”. Stessa enfasi da parte della destra, ma di segno opposto: “È l’impostazione cardine di quell’approccio ideologico e di quel percorso che va fermato, perché ha messo in ginocchio il nostro sistema produttivo” commenta il ministro dell’Agricoltura e della Sovranità Alimentare Francesco Lollobrigida. La Lega parla di “attacco al mondo agricolo” e Confagricoltura lancia l’allarme: “Verrà messo a rischio il potenziale produttivo del settore”. Fratelli d’Italia esprime “sgomento” per il Nature Restoration Law. A pochi giorni dal primo ok dell’Europarlamento di luglio scorso, lo stesso presidente del Consiglio Giorgia Meloni aveva parlato di un caso di “fanatismo ultraecologista” intervenendo a un comizio elettorale del partito di estrema destra di Vox, in Spagna. Per Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, l’effetto sarà quello di “diminuire la produzione e appesantire la burocrazia”.  Critiche e timori respinti in partenza dalla Commissione Ue: “Il ripristino – scriveva l’organismo nel 2022 presentando la proposta – non preclude l’attività economica. Il ripristino consiste nel vivere e produrre insieme alla natura, riportando una maggiore biodiversità ovunque, anche nelle zone in cui si svolge un’attività economica, come ad esempio le foreste gestite, i terreni agricoli e le città”. Insomma, sostenibilità ambientale ed economica possono coesistere. A sostegno di questa tesi, la Commissione affermava che per ogni euro investito in azioni di ripristino della natura ci fosse un ritorno economico tra gli 8 e i 38 euro, “grazie ai servizi ecosistemici che favoriscono la sicurezza alimentare, la resilienza degli ecosistemi e l’attenuazione dei cambiamenti climatici, nonché la salute umana”. Adesso manca solo un ultimo step per l’entrata in vigore del Nature Restoration Law: l’approvazione del Consiglio Ue, il cui voto è previsto entro aprile. Una volta che anche il Consiglio avrà confermato il suo via libera formale, il provvedimento sarà pubblicata nella Gazzetta ufficiale dell’Ue ed entrerà in vigore 20 giorni dopo. Trattandosi di un regolamento (e non di una direttiva), la norma non ha bisogno di una legge di recepimento dei singoli Stati per diventare efficace.  —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Produrre legname senza abbattere gli alberi: come funziona il Daisugi

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(Adnkronos) – Creare legname senza abbattere alberi: questa è la “lezione” di economia circolare regalata dal Daisugi, una tecnica sostenibile per la silvicoltura che affonda le proprie radici in Giappone. Letteralmente “Daisugi” significa “cedro piattaforma” e consiste nel potare gli alberi di cedro per ottimizzarne la crescita, aumentare le superfici verdi ed evitare abbattimenti. I germogli alla base dell’albero vengono potati in modo che il tronco rimanga dritto. Su di esso spuntano così nuovi germogli come appoggiati al tronco, simili a piccoli alberelli su un albero più grande. Questa tecnica è stata inventata tra il XV e il XVI secolo nella regione giappionese di Kitayama, dove la mancanza di selva e di aree pianeggianti portò gli abitanti ad elaborare una nuova tecnica per sopravvivere. All’epoca era molto difficile piantare e far crescere alberi sui ripidi pendii della zona e non tutti potevano avere il legno necessario per costruire le loro case. La tecnica Daisugi nacque quindi con lo scopo di ridurre il numero di piantagioni, accelerare il ciclo di raccolta e produrre legno più resistente ed ebbe il suo massimo sviluppo a Kyoto dove la presenza di molte case da tè, il cui tetto era interamente realizzato con taruki (legname perfettamente tondo e dritto), richiedeva una enorme quantità di materia prima. La tecnica del Daisugi è sostenibile a tutto tondo, toccando anche l’aspetto sociale dell’ambito Esg.  In primo luogo, questa tecnica permette di ottenere legno pregiato senza abbattere completamente gli alberi, ma sfruttando quelli che già ci sono. Invece che abbattere l’intero albero, infatti, si possono abbattere solo le porzioni superiori, lasciando intatte la base e la struttura radicale. Grazie al Daisugi un singolo albero rimane in grado di fornire legna anche per 300 anni! Inoltre, lavorando sul particolare Cedro Giapponese, è possibile produrre un legno non solo maggiormente resistente, ma anche più flessibile rispetto a quello derivato dalle tecniche più classiche, una caratteristica cruciale per le esigenze dell’uomo. Nonostante i suoi benefici, il Daisugi non è una tecnica priva di svantaggi, a partire dal lavoro intensivo e specializzato, che non tutti sono in grado di svolgere. La potatura degli alberi deve essere fatta a mano, seguendo delle regole precise e rispettando i tempi di crescita dei germogli. Esattamente ciò che si intende per sostenibilità. Inoltre, il Daisugi è una tecnica che richiede molto tempo per raggiungere la maturità degli alberi e quindi la produzione di legno. Si stima che ci vogliano circa 20 anni per poter raccogliere i primi tronchi, e altri 10 anni per poterli utilizzare. Infine, questa tecnica non si adatta a tutti i tipi di alberi e di ambienti. Il Cedro Giapponese è una specie particolarmente adatta a questa pratica, ma non è detto che altre specie possano avere lo stesso comportamento e la stessa qualità del legno. Arriviamo quindi ai motivi per cui la tecnica Daisugi non è stata esportata in altre parti del mondo. In primis, questa particolare potatura richiede una conoscenza specifica e una tradizione secolare, che non sono facilmente trasferibili ad altre realtà. In secondo luogo, basandosi sul Cedro Giapponese, il Daisugi non è diffuso in altre aree geografiche. Inoltre, il Daisugi è una tecnica che non è conveniente nel breve termine, perché richiede un elevato investimento iniziale e produce i suoi benefici sul lungo periodo. Aspetti economici a parte, si tratta di una tecnica che ha un impatto positivo anche sul clima, perché contribuisce a ridurre le emissioni di CO2 causate dall’abbattimento degli alberi. Si stima che ogni ettaro di foresta Daisugi possa assorbire circa 12 tonnellate di CO2 all’anno grazie alla maggiore superficie fogliare e alla minore decomposizione del legno. Inoltre, il Daisugi favorisce la conservazione del suolo e della biodiversità, in quanto previene l’erosione, il degrado e la perdita di habitat.  Seppure difficilmente esportabile, il Daisugi offre degli spunti interessanti su come evitare la deforestazione, uno dei peggiori prodotti della società consumistica. Sul punto, segnaliamo lo staordinario esempio del fotografo Sebastião Salgado e di sua moglie Lélia Wanich che in 20 anni hanno piantato quasi 3 milioni di alberi in Brasile. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Errore umano e scarsa manutenzione, le principali cause dei danni ambientali in Italia

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(Adnkronos) – I danni all'ambiente rappresentano una grave minaccia per le risorse naturali, la salute pubblica e l'economia. Ogni anno in Italia si verificano oltre 1.000 casi di danni ambientali e, in quasi il 70% dei casi, la causa è attribuibile alla scarsa manutenzione (52%) e all'errore umano (17,1%). Tuttavia, è possibile ridurre significativamente questi danni intervenendo sulle principali cause, identificate da un rapporto redatto da Pool Ambiente, consorzio di coriassicurazione con expertise nel campo dei rischi ambientali e dei sinistri. Secondo il rapporto "Riscrivere le priorità per la tutela dell'ambiente e della nostra salute", danni e impatti si possono ridurre intervenendo su scarsa manutenzione, in primis la corrosione delle vasche interrate, e su errore umano, che rappresentano le principali cause di questi danni ma anche le due aree in cui è più facile intervenire per ridurre drasticamente il numero e la gravità degli incidenti. Con l'adozione della prassi volontaria PdR UNI 107:2021, nata grazie al contributo di Pool Ambiente, è possibile ridurre fino al 73% il numero dei casi di danno all'ambiente. Le principali fonti di danni ambientali includono serbatoi, vasche e condutture interrate (40,5%), seguiti dalle aree d’impianto, deposito e movimentazione (22,8%), da incendi, scoppio o esplosione (10,1%) e dai reflui industriali (9,9%). La scarsa presa di coscienza delle imprese italiane sull'importanza della copertura assicurativa per i danni all'ambiente è un problema critico, come evidenziato dal report del Pool Ambiente. Solo lo 0,45% delle imprese ha sottoscritto una polizza di questo tipo (secondo i dati ANIA – Associazione Nazionale per le Imprese Assicuratrici), esponendosi così a rischi finanziari significativi in caso di incidenti ambientali. Un'organizzazione priva di una polizza assicurativa per i danni all'ambiente rischia seriamente il fallimento. Le spese di interventi d'emergenza e di ripristino possono raggiungere cifre elevate, talvolta anche di diversi milioni di euro, mettendo a dura prova la stabilità finanziaria dell'impresa; anche una sola contaminazione ambientale può essere sufficiente a causare il fallimento di aziende solide e ben strutturate che non sono protette da una copertura assicurativa adeguata. Oltre al danno economico per le imprese stesse, c'è da considerare il peso aggiuntivo per i contribuenti. Se un'impresa fallisce, le spese di bonifica e ripristino spesso ricadono sullo Stato e/o sulla Regione, generando un costo sociale significativo. In molti casi, gli interventi di bonifica vengono posticipati per anni a causa della mancanza di fondi disponibili, creando un impatto duraturo sul tessuto urbano e sulla qualità della vita delle persone nelle aree inquinate. Questo ciclo di eventi negativi può anche portare a gravi conseguenze sulla salute pubblica, con un aumento del rischio di sviluppare gravi patologie nella popolazione esposta all'inquinamento ambientale. È quindi fondamentale che le imprese comprendano l'importanza di dotarsi di una copertura assicurativa completa per i danni all'ambiente, non solo per proteggere se stesse, ma anche per preservare la salute pubblica e il benessere delle comunità in cui operano. “La prevenzione è il modo più efficace ed economico per limitare i danni all’ambiente” dichiara Lisa Casali, manager di Pool Ambiente, appoggiata dall’On. Maria Chiara Gadda, vicepresidente della XIII Commissione Agricoltura, che sottolinea l'importanza di supportare e accompagnare le imprese nella transizione sostenibile: “Confido che la Proposta di Legge n. 445, depositata a mia prima firma alla Camera a maggio 2023, venga presto calendarizzata per aprire un dibattito in parlamento e nel Paese. Bisogna incentivare i comportamenti virtuosi delle imprese volti a rendere più complete ed efficaci le politiche ambientali di prevenzione a tutela delle risorse naturali, della sicurezza e della salute dei cittadini”. “Occorre, per questo, – spiega l’On. Gadda- riconoscere incentivi e vantaggi economici alle aziende che sottoscrivono una polizza ambientale e s’impegnano concretamente nella gestione dei rischi derivanti dai danni ambientali”. L'obiettivo di promuovere iniziative concrete sulla cultura assicurativa del rischio ambientale è condiviso sia dall'ANIA che dall'AIBA (Associazione Italiana Brokers di Assicurazioni e Riassicurazioni). Entrambe hanno contribuito, insieme ad altre associazioni e istituzioni come l'ISPA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) e Cineas, alla stesura del rapporto Pool Ambiente 2024.  La diffusione delle polizze assicurative per i rischi catastrofali ambientali è una priorità per il settore assicurativo, secondo Umberto Guidoni, Co-Direttore Generale ANIA. L'ANIA promuove da anni l'introduzione di uno schema assicurativo nazionale basato su una partnership pubblico-privato per colmare il gap di protezione assicurativa per eventi come terremoti e alluvioni. Per il presidente di AIBA, Flavio Sestilli, “l’attenzione ai potenziali danni ambientali deve diventare un elemento cardine della condotta delle imprese, per le quali l’incorporazione dei criteri ESG, costituirà nel prossimo futuro un fattore fondamentale di competitività e attrattività sui mercati”. A tutela dell’ambiente e della salute delle persone ecco, in conclusione, un decalogo, suggerito da Pool Ambiente, con gli interventi prioritari da parte delle imprese: —economiawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Siccità, la situazione a Città del Messico è critica

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(Adnkronos) – A Città del Messico si avvicina il day 0, il giorno in cui si esauriranno le scorte idriche a disposizione dei cittadini. A lanciare l’allarme è Jorge Alberto Arriaga, esperto della Universidad Nacional Autonoma de Mexico. I provvedimenti adottati dalle autorità, infatti, non sarebbero sufficienti a scongiurare la catastrofe, che potrebbe concretizzarsi in pochi mesi. Intanto non sembrano diminuire i comportamenti irresponsabili: tra questi, il consumo di suolo e le emissioni di sostanze inquinanti. Ignorare i segnali provenienti dal nostro Pianeta può essere molto rischioso. —sostenibilita/tendenzewebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Sfide e soluzioni per il rischio climatico: cosa possiamo fare?

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(Adnkronos) – Sono tre le gravi minacce climatiche globali che richiedono un'azione immediata. Il mondo si trova di fronte a un punto critico: le temperature globali hanno superato i livelli preindustriali di 1,48°C nel 2023, avvicinandosi pericolosamente alla soglia di 1,5°C, al di là della quale gli effetti sul pianeta diventano imprevedibili. Tra le principali minacce poste in evidenza dal Global Risks Report 2024 del World Economic Forum, tre rischi sono strettamente interconnessi e si rafforzano reciprocamente, creando una spirale di impatti negativi: Un esempio tangibile di questa interconnessione è rappresentato dalle barriere coralline, fondamentali per la protezione dalle mareggiate costiere. Il riscaldamento globale mette a rischio la loro sopravvivenza; gli scienziati prevedono che il 99% di esse non sopravvivrà a un aumento di temperatura di 1,5°C, un traguardo che potrebbe essere raggiunto nei prossimi anni. Il collasso di questi ecosistemi avrà conseguenze devastanti non solo per la vita marina, ma anche per il turismo e la sicurezza alimentare globale.  Queste minacce legate al clima si affiancano a sfide come la disinformazione, la concorrenza geopolitica e l’inflazione, secondo il rapporto sul rischio globale pericoli definitivi del 2024 e oltre. La riduzione delle emissioni e l'adozione di iniziative credibili per una transizione pulita rappresentano la priorità assoluta nel contrastare i cambiamenti climatici, secondo il World Economic Forum. Le emissioni umane sono la leva più immediata per evitare o ritardare cambiamenti critici nei sistemi terrestri. Ritardare questi cambiamenti il più possibile darà alla civiltà il tempo di sviluppare strategie di adattamento e resilienza efficaci. Una volta superato il punto di non ritorno climatico, i sistemi naturali della Terra rafforzeranno i cambiamenti, rendendo ancora più difficile affrontarli. Perciò, la seconda priorità è adattarsi efficacemente ai cambiamenti futuri. Questo richiede un ecosistema di soluzioni interconnesse per affrontare minacce alla vita umana, al paesaggio e alle proprietà. Le soluzioni esistenti, come le politiche dell'UE per gli sfollamenti forzati, possono essere adattate e migliorate per gestire la migrazione di massa causata dai cambiamenti climatici. Inoltre, le innovazioni degli agricoltori africani nella gestione della siccità e delle inondazioni possono essere applicate anche in altre regioni del mondo per proteggere i raccolti. È fondamentale che ogni programma di sviluppo sostenibile e ogni sistema sociale ed economico sviluppino approcci di resilienza. Possiamo imparare molto dalla natura e dalla sua capacità di adattarsi a estinzioni di massa precedenti attraverso la biomimetica. È importante, inoltre, mantenere un equilibrio tra realismo e ottimismo nell’affrontare la minaccia climatica. Un'eccessiva enfasi sui rischi può portare a risposte traumatiche che favoriscono l'inazione, mentre un ottimismo eccessivo basato solo su soluzioni tecnologiche future può essere ingannevole.  L'umanità si trova di fronte a una sfida senza precedenti, ma ha anche l'opportunità di plasmare il futuro del pianeta e garantire la sopravvivenza delle generazioni future. —sostenibilita/lifestylewebinfo@adnkronos.com (Web Info)

In Brasile una coppia ha piantato 2,7 milioni di alberi in 20 anni

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(Adnkronos) – “Non chiedete cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete cosa potete fare voi per il vostro Paese”, con queste parole John Fitzgerald Kennedy concludeva il suo discorso di insediamento da presidente Usa il 20 gennaio 1961. Un invito che, diversi chilometri più a Sud, gli sposi Lélia Deluiz Wanick e Sebastião Salgado dovranno aver preso seriamente. Lei è un’autrice e produttrice cinematografica, lui uno dei più grandi fotografi e fotoreporter viventi. Insieme hanno creato una fondazione e piantato 2,7 milioni di alberi nella foresta del Brasile. Una storia lunga 20 anni che permesso il ritorno di 172 specie di uccelli, 33 mammiferi, 15 anfibi, 15 rettili e 293 specie di piante selvatiche. Ma andiamo con ordine. Negli anni ‘90, il fotoreporter brasiliano fu inviato in Ruanda per documentare il genocidio, un’esperienza che lo lasciò profondamente traumatizzato. Al termine di questo lavoro, nel 1994, Sebastião decise di tornare in Brasile, in quell’angolo di Vale do Rio Doce che per entrambi è sempre stato sinonimo di casa. Qui, Sebastião sperava di trovare conforto nella rigogliosa foresta verde che aveva colorato la sua infanzia. Almeno fino alla sconvolgente scoperta: di quella terra non restava più nulla, una terra deserta e quasi completamente sterile, priva di qualsiasi forma di vita: “La terra era malata quanto lo ero io. Solo circa lo 0,5% del suolo era coperto da alberi”, spiegò il celebre fotografo. La deforestazione è una delle principali conseguenze dell’attività umana, che minaccia la biodiversità, il clima e la salute delle persone. In Brasile, la perdita di boschi è stata responsabile di circa il 15% di tutte le emissioni di gas serra.  In un primo momento, Sebastião si sentì inerme di fronte a così tanta distruzione, fu la moglie Lélia a proporgli una sfida molto ambiziosa: ripiantare l’intera foresta. Da allora, la coppia ha iniziato a ricostruire l’intero ecosistema utilizzando solo piante locali e l’area è rifiorita, con annesso ritorno della fauna locale. Grazie al loro impegno, Lélia e Sebastião hanno salvato decine di specie in via di estinzione e ridato vita a parte del polmone verde del pianeta. Il progetto della coppia è iniziato nel 1998 con la fondazione dell’Instituto Terra e ha superato notevolmente le aspettative di piantare almeno 1 milione di alberi. Un progetto che parte da lontano, una missione condotta nel suolo arso della Fazenda Bulcão che la famiglia del fotoreporter aveva acquistato già negli anni ’40. Deciso a favorire il pascolo degli animali, il padre di Salgado aveva progressivamente disboscato il terreno per vendere legname e piantare erba da foraggio. Prima di diventare uno dei fotografi più amati al mondo, Salgado lavorava come economista per la International Coffee Organization. Fu sua moglie a incoraggiarlo ad abbandonare la sicurezza del lavoro fisso e a perseguire con determinazione i suoi sogni nel campo della fotografia: “Mi ha salvato due volte. Prima con la fotografia e poi con la fantastica idea di riportare in vita questa foresta. Sono ritornati tutti gli animali e grazie a questa rinascita della flora, sono rinato anch’io. C’è un solo essere che può trasformare l’anidride carbonica in ossigeno: l’albero. Dobbiamo ripiantare le foreste”, dice Sebastião. La lotta al cambiamento climatico viene spesso presentata come una prerogativa o un obbligo in capo alle sole aziende, le principali responsabili del cambiamento climatico. I risultati, però, dicono che nonostante i miglioramenti degli ultimi anni, siamo ancora e gravemente indietro nella lotta alla crisi climatica. La storia di Sebastião e Lélia ricorda, invece, come ciascuno di noi possa essere al centro della rivoluzione (o meglio, reazione) verde, ciascuno con i propri mezzi. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Diritti umani in azienda: in che direzione vanno le realtà italiane?

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(Adnkronos) – Parlare di diritti umani in azienda è obbligatorio quando si ha a che fare con sistemi di sfruttamento che calpestano quegli stessi diritti. I lavoratori chiedono sempre più flessibilità, retribuzione commisurata ad un sistema di welfare aziendale e percorsi di formazione e carriera attivi. Ad affermarlo è il Global Health Monitor secondo il quale, la salute mentale assume un ruolo significativo sul luogo di lavoro e spesso preoccupa i datori, anche al pari di malattie croniche o tumori.  Dalla gestione del tempo in grado di equilibrare vita privata e professionale sino ad una maggiore tutela della diversità e dell’inclusività, non si può più fare a meno di guardare ai diritti dei dipendenti come fossero un importante beni materiali del core business.  “Qualche segnale si intravvede – ha dichiarato Davide Dal Maso, Ceo di Avanzi-Sostenibilità per Azioni in occasione della presentazione del secondo report dell’Osservatorio Italiano Imprese e Diritti Umani (Oiidu) – Sarà perché gli investitori cominciano a fare domande via via più pertinenti, sarà perché, in generale, l’importanza delle questioni di sostenibilità è sempre più percepita tra le imprese, il sistema aziendale di tutela e promozione dei diritti umani si sta mettendo in moto”. Scopriamo quindi insieme cosa è emerso dai dati dell’Osservatorio.  Il secondo Report dell'Osservatorio Italiano Imprese e Diritti Umani ha analizzato l'avanzamento delle politiche e delle pratiche di grandi e medie imprese italiane, quotate e non quotate. Rispetto allo scorso anno, il monitoraggio 2023 ha ampliato l'ambito di osservazione aumentando da 28 a 50 le società monitorate. Il perimetro complessivo del monitoraggio 2023 ha incluso 40 società quotate e 10 grandi società non quotate. a presenza dei diritti umani tra gli aspetti considerati materiali dalle imprese monitorate è – per definizione – un indice della rilevanza da loro attribuita al tema. Costituisce pertanto un’informazione interessante di per sé, ma è anche un elemento guida nel valutare se alla materialità corrispondano effettive conseguenze in termini di politiche, procedure e iniziative aziendali. Considerando le sole citazioni del tema nella sua generalità (diritti umani), il campo di osservazione si è diviso a metà: nel 50% delle imprese il tema è risultato presente tra quelli materiali (nel 14% dei casi tra i temi di maggiore rilevanza), mentre per le altre è dichiaratamente non materiale (18%) oppure non citato (32%). Guardando al sottoinsieme costituito dalle società rientranti nel FTSE MIB non emergono differenze significative: il tema è materiale nel 46% dei casi, tra i più materiali nel 18%. Il 72% delle società monitorate (86% tra quelle del FTSE MIB) ha citato tra gli aspetti materiali proprio alcune voci come ‘diversità, equità, inclusione’ (il tema più diffuso, citato dal 36% delle imprese), ‘formazione e sviluppo del personale’ o ‘benessere dei dipendenti’. La considerazione dei diritti umani come tema materiale è cresciuta negli ultimi tre anni: nei loro report pubblicati nel 2020, il 32% delle (25) società che oggi ritengono il tema materiale non lo segnalavano come tale. È assai probabile che su questa crescita di considerazione abbiano influito le aspettative di maggiore rilevanza dei diritti umani e della catena di fornitura, anche in termini di nuovi obblighi per le imprese, ingenerate dai testi della Corporate Sustainability Reporting Directive e della proposta di direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence.  Adottare una politica dei diritti umani non significa automaticamente che vengano considerati realmente importanti nella pratica e viceversa. Ecco perché tutte le 20 società che non hanno adottato una specifica politica in merito hanno comunque dato evidenza alla necessità di rispettare tali diritti in documenti quali i Codici etici.  I diritti legati ai rapporti di lavoro, in particolare quelli più basilari e a rischio soprattutto fuori del contesto europeo sono quelli dove maggiormente di incentra l'impegno delle società. A preoccupare, invece, è il dato che "diversità", "pari opportunità" e "inclusione" sono meno frequentemente citati (41% delle politiche, 20% delle società monitorare), anche meno dello scorso anno. Si presume che siano assorbiti nella più ampia politica aziendale di non discriminazione e, comunque, risultano secondari alla privacy.  

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Energia sostenibile dai tornelli delle metro: risultati incoraggianti da Parigi

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(Adnkronos) – La metropolitana di Parigi è una delle più antiche e frequentate al mondo, con oltre 4 milioni di passeggeri al giorno. E alcuni di questi passeggeri contribuiscono anche a produrre energia elettrica ogni volta che attraversano i tornelli. Il tutto grazie a un progetto sperimentale avviato nel 2023 presso la stazione della metropolitana Miromesnil, dove sono state installate 6 mini turbine
eoliche sui tornelli. Queste turbine sono in grado di convertire l’energia cinetica generata dal movimento dei passeggeri in elettricità, che viene poi immagazzinata in una batteria o utilizzata per alimentare le luci e i display della stazione. L’idea è nata da un gruppo di studenti della scuola di ingegneria Junia della città di Lille, che hanno partecipato a un concorso di open innovation lanciato dalla Ratp, l’azienda che gestisce la metropolitana di Parigi. Il concorso aveva lo scopo di trovare soluzioni innovative e sostenibili per migliorare l’esperienza dei viaggiatori e ridurre l’impatto ambientale della metropolitana. Il progetto delle mini turbine eoliche ha vinto il primo premio e ha ricevuto il sostegno dell’azienda per essere realizzato e testato. I risultati sono stati incoraggianti: in un anno, le turbine hanno prodotto circa 120 kWh di energia, equivalenti al consumo annuo di energia elettrica di quattro famiglie. Sebbene si tratti di una quantità minima rispetto al fabbisogno energetico della metropolitana, che è di circa 1,5 TWh all’anno, il progetto dimostra il potenziale di questa tecnologia, che, se estesa a tutta la rete metropolitana e ad altre infrastrutture urbane potrebbe generare una considerevole mole di energia elettrica. La battaglia contro il cambiamento climatico e a favore di una economia più sostenibile passa da due filoni. Il primo è quello di un uso più consapevole delle risorse (energetiche e non solo, cibo in primis), l’altro è quello della ricerca. Questo settore apre a sua volte ad una doppia possibilità: utilizzare energie sostenibili e ridurre i consumi già esistenti. Spicca tra i vari esempi, il tentativo di ottenere biocarburante dai mozziconi di sigarette. Sul fronte dell’energia cinetica prodotta in maniera sostenibile, l’esperimento della metro parigina non è il primo al mondo. Ecco altri esempi: – A Londra, nel 2009, è stata inaugurata la prima discoteca ecologica al mondo, dove il pavimento è dotato di piastre che si comprimono sotto il peso dei ballerini e generano energia elettrica; – A Rotterdam, nel 2016, è stato installato il primo ponte pedonale intelligente al mondo, dove i mattoni che lo compongono sono in grado di catturare l’energia cinetica dei pedoni e trasformarla in luce; – A Rio de Janeiro, nel 2014, è stata realizzata la prima pista ciclabile solare al mondo, dove i pannelli fotovoltaici integrati nel pavimento producono energia elettrica per illuminare la pista stessa e le strade circostanti. Questi esempi mostrano come sia possibile sfruttare le risorse rinnovabili e le tecnologie innovative per creare città più verdi e sostenibili, dove i cittadini diventano parte attiva del processo di produzione energetica. Sullo sfondo la possibilità di aumentare la consapevolezza dei privati sulla necessità della transizione energetica. E un messaggio di speranza: con investimenti coraggiosi, si può evitare che il cambiamento climatico diventi irreversibile. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

I giapponesi pronti al lancio del primo satellite ecosostenibile

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(Adnkronos) – Ogni anno i residui metallici dei satelliti lanciati nello spazio contribuiscono all’inquinamento del Pianeta, indebolendo le sue difese. È per questo motivo che gli scienziati dell’Università di Kyoto, in Giappone, hanno messo a punto LignoSat, il primo veicolo spaziale dall’involucro in legno, interamente ecosostenibile. Quando, in futuro, i traffici tra la Terra e gli altri pianeti si intensificheranno, questa soluzione potrebbe rivelarsi molto utile, riducendo l’impatto ambientale del settore aerospaziale. —sostenibilita/tendenzewebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Grimaldi (Federcalcio servizi): “Parola d’ordine sostenibilità impianti sportivi”

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(Adnkronos) – “Ci stiamo avviando verso un modello nuovo di gestione, dove la parola d'ordine è sostenibilità e tutto quello che oggi ci porta a ragionare su modelli diversi deve partire da questo presupposto. L’impiantistica sportiva nel nostro Paese non è virtuosa. Spero che la politica di pensiero sportiva diventi uno dei principali punti di riferimento anche del Governo, perché qualsiasi modello, qualsiasi sistema senza infrastrutture, non cresce e per noi gli impianti sportivi sono infrastrutture importanti”. Con queste parole Mauro Grimaldi, amministratore delegato Federcalcio Servizi, ha aperto il suo intervento al panel ‘Sustainable infrastructures’ che si è tenuto giovedì 22 febbraio nell’area ‘Verde sportivo’ del salone internazionale del verde, Myplant & Garden, a Rho Fiera Milano.  —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Blasetti (Figc): “Europei 2024 saranno i più sostenibili di sempre”

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(Adnkronos) – “I prossimi campionati che ci saranno in Germania 2024 sono stati definiti gli Europei più sostenibili di sempre. La Uefa ha redatto delle linee guida affinché tutte le nazioni partecipanti, affinché il soggetto organizzatore, affinché la Uefa stessa, adottino degli standard per ridurre il consumo di CO2 tra i trasferimenti dei tifosi e le emissioni prodotte dalle squadre. La riduzione degli impatti e la sostenibilità degli eventi sono aspetti previsti dalla strategia di sostenibilità Uefa e Figc”. Così Cristina Blasetti, Sustainability Manager Figc durante il suo intervento a panel ‘Sustainable infrastructures’ che si è tenuto giovedì 22 febbraio nell’area ‘Verde sportivo’ del salone internazionale del verde, Myplant & Garden, a Rho Fiera Milano.  —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

Ambiente, ass. Alfonsi (Roma): “Essere sostenibili è responsabilità per metropoli”

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(Adnkronos) – “Nel giro di poche decine di anni il 70% della popolazione mondiale vivrà nelle grandi città, e saranno queste a produrre la maggior parte dell'inquinamento. Siamo dunque chiamati a diventare sostenibili, così da produrre meno inquinamento”. Lo ha detto Sabrina Alfonsi, assessora all’Agricoltura, Ambiente e Ciclo dei rifiuti di Roma Capitale, intervenendo al panel ‘Il verde e la salute sono il futuro delle nostre città’, svoltosi nel corso della giornata inaugurale dell’ottava edizione di ‘MyPlant & Garden, il salone internazionale del verde’, in svolgimento nei padiglioni di Rho Fiera Milano dal 21 al 23 febbraio. Un impegno, quello indicato dall’assessora, che andrebbe perseguito attraverso un lavoro congiunto "tra grandi città e piccole città" e attraverso "una rete di lavoro italiano ed europeo che consenta di creare un futuro vero" sotto il profilo della sostenibilità. “Oggi la concezione del verde è quella di un'infrastruttura che serve per mitigare le temperature, gli effetti dell'inquinamento atmosferico e soprattutto per far diventare le metropoli sostenibili”, sottolinea l’assessora. Nell’ultimo anno, l’impegno della Capitale è andato proprio in questa direzione: “Roma è arrivata a votare in Consiglio un piano di adattamento climatico che è diventato oggetto di dibattito pubblico, intorno al quale ruotano tantissimi incontri in città che coinvolgono tutte le parti sociali, datoriali e le associazioni”. Un piano che identifica "il verde di Roma, non solo come decoro, ma anche come salute dei cittadini e della città", chiarisce Alfonsi. “Importante anche il lavoro che stiamo facendo sulle aree agricole pubbliche, cinque delle quali sono state recuperate perché i giovani agricoltori potessero creare nuove aziende agricole all’interno del Comune”, sottolinea l’assessora. “Tutti i terreni pubblici che possono diventare nuovi spazi verdi stanno andando al recupero. Un altro grande lavoro che stiamo facendo è quello sulla rete ecologica, che comprende anche la rete idrografica e quindi il masterplan del fiume Tevere, con il recupero di tutti gli spazi verdi che si affacciano sul fiume”, spiega Alfonsi. In questo senso, "per quel che riguarda il recupero dei parchi fluviali -aggiunge l’assessora – Roma in questo momento dispone di fondi ulteriori rispetto a quelli del Pnrr, ovvero quelli per il Giubileo, che finanziano cinque parchi in affaccio sul fiume”. Inoltre, Alfonsi illustra la possibilità di ripensare completamente anche l'indirizzo turistico del territorio: “Abbiamo la grandissima pineta di Castelfusano, che abbiamo ripreso in mano dopo due grandi incendi. Si può venire a Roma pensando al mare e arrivando, attraverso parchi e paesaggi, alla storia e l'archeologia. Ma si può anche venire a Roma soggiornando in uno dei bellissimi parchi, come quello della Valle dell'Aniene, all'interno di un agriturismo, per poi godere delle bellezze della città in bicicletta. È il merito di un’altra Roma, quella che nessuno racconta e che invece noi pensiamo possa rientrare proprio nel ragionamento del verde, della salute e della città sostenibile”, conclude. —sostenibilitawebinfo@adnkronos.com (Web Info)