Per la ricerca gli americani spenderebbero un dollaro al giorno

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Un primato a cui non intendono rinunciare e non a caso i risultati si vedono, come il «mistero» sul comportamento diverso dell’Hiv nell’uomo e nella donna

Uno studio americano pubblicato su «Nature Medicine» svela uno dei misteri dell’Hiv: lo stesso virus progredisce in maniera differente negli uomini e nelle donne a causa di una diversa risposta del sistema immunitario che dipende dal sesso di chi contrae la malattia.
Le differenze di genere individuate dai test indicano una diversa reazione delle cellule dell’immunità del nostro organismo: quello femminile verrebbe messo ko dal virus molto più velocemente.
Una scoperta scientifica della quale si fa vanto come sempre la ricerca in campo medico, nella quale detengono il primato gli Stati Uniti.
E questo primato sta veramente a cuore agli americani.
La maggior parte di loro sarebbe disposta a versare un dollaro a settimana per sovvenzionare la ricerca in medicina.
Lo afferma una ricerca statistica voluta dal governo americano.

Dal 1990 la società di consulenza Research! American intervista gli americani per capire quale sia la loro percezione delle imprese pubbliche.
Impressiona che il 75 per cento degli intervistati abbia risposto che per mantenere la leadership mondiale, per continuare ad essere una potenza, è importante essere al vertice della ricerca medica. Sembrerebbe, dunque, che i cittadini americani abbiano chiara l’idea di quanto investire nella ricerca sia importante per il benessere di una società in termini di salute, ricchezza, lavoro, potenza internazionale.
Dalla ricerca è emerso che i cittadini Usa sono anche molto attenti nei confronti degli studi clinici sperimentali che vengono condotti prima dell’approvazione di nuove terapie e nuovi farmaci. In non poche occasioni è successo che studi pensati male abbiano finito per essere dannosi per la salute dei partecipanti. Negli anni si sono diffuse le «associazioni dei pazienti» che, nate da una forma spontanea di associazionismo, hanno ricevuto tali e tanti consensi da parte della popolazione che oggi si collocano a pieno titolo come interlocutori del governo e di aziende farmaceutiche quando ci sono delle decisioni importanti da prendere.
In Italia, invece, si investe ancora troppo poco nella ricerca medica e biologica.
Non solo, anche il modo in cui le poche risorse vengono distribuite pecca di mancanza di qualità.

È importante sottolineare che l’Italia disattende le indicazioni fornite dall’Unione europea: del 2% del Pil indicato come obiettivo a Lisbona circa 8 anni fa, noi spendiamo per la ricerca solo la metà.
Attualmente i pochi finanziamenti disponibili sono assegnati in misura sempre crescente attraverso negoziati diretti tra pubblica amministrazione e singoli ricercatori (o istituzioni scientifiche), mentre meno del 10% delle risorse viene assegnato secondo «peer review», cioè seguendo procedure di valutazione di merito affidate ai membri della comunità scientifica.
La più grave conseguenza di questa cattiva gestione delle risorse economiche è la mancata affermazione dei giovani ricercatori e lo scoraggiamento dei tentativi di rinnovamento da parte degli Istituti di Ricerca e Università, causando la «fuga dei cervelli».

(Valentina Nuzzaci)