Juárez, quando il degrado ecologico genera violenza

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È la Città in cui si concentra tutta la depravazione di cui è capace la natura umana: la misoginia, l’approccio sessista del maschio nei confronti di tutti gli elementi di cui si compone un’esistenza, quindi lavoro, famiglia…

Esiste tutta una linea di pensiero e di speculazioni sull’ecologia sociale, sui non luoghi, sul rapporto fra colonialismo guerre e sfruttamento dell’uomo sull’uomo che la cultura dominante tende ad ignorare e tenere separati per poter meglio «gestire» i vari problemi. Ma questo non vuol dire che non siano in relazione e la divisione porta spesso alla non soluzione.
Le grandi aree urbane sono lì a ricordarcelo ed esempi come Juárez sono drammatici atti d’accusa.
In Messico, tutta l’area di Juárez è un’immensa discarica, con un altissimo grado di inquinamento atmosferico. È una città di frontiera del nord del href=”http://amolt.interfree.it/Messico/” target=”_blank”>Messico, cresciuta disordinatamente ed in fretta, che deve la propria sfortuna proprio al fatto di essere ubicata qui, ad un passo dal sogno americano e con un piede ancora ben saldo sull’afflitto suolo messicano.
Città in cui si concentra tutta la depravazione di cui è capace la natura umana: la misoginia, l’approccio sessista del maschio nei confronti di tutti gli elementi di cui si compone un’esistenza, quindi lavoro, famiglia… Juárez, città simbolo dell’evoluzione dei tempi moderni, o meglio, dell’aberrazione dei costumi che ha raggiunto questa nostra società malata. Juárez, negazione della verità da parte del governo locale, ma anche e soprattutto statunitense.
La verità: dal 1993 si contano centinaia di corpi senza vita di donne orribilmente sfigurate, torturate, seviziate sessualmente e poi assassinate da mani maschili e profumate di soldi di medio-alta borghesia, mani non abituate a chiedere, ma a prendere; mani di uomini che sono in Messico i primi promotori della nuova realtà che sta vivendo il paese: la realtà del profitto, ma quello impudente, irrispettoso, schiavizzante, ingrato ed ignobile, che predilige il sesso debole per lo svolgimento del lavoro in fabbrica, perché le donne, si sa, lavorano per meno, si lamentano meno e producono di più dell’uomo anche in catena di montaggio.
Donne messicane: mamme, mogli, figlie private di ogni identità, ridotte a meri numeri identificativi di una mansione in fabbrica, sempre la stessa mansione, per ore, all’infinito; e poi, una volta terminato il turno di lavoro massacrante, tornano alle proprie abitazioni con meno di cinque dollari per 12 ore di lavoro al giorno; dopodiché non finisce qui lo strazio della loro giornata, perché, ormai da quasi quindici anni, al ritorno da lavoro, vivono il tragitto al contrario con la consapevolezza di poter anche non riuscire a tornare indietro. Autobus fetidi e straripanti di operaie stanche e tramortite dalla dura giornata, si fanno complici dei loro carnefici, si ipotizza che ne siano almeno due, scegliendo delle donne la più inerme e sola, per poi scaricarla da qualche parte concordata già in precedenza e abbandonarla al proprio destino infame e crudele.
Tutto fa parte di un meccanismo di violenza, di una cultura della violenza, che non si esaurirà mai nel momento, per ora ancora non sopraggiunto, dell’arresto di questi assassini seriali, perché se il marcio vive e prospera nella mentalità di un’intera comunità, come si può debellarlo? E qui non si tratta della comunità


crimini sistematici di simile fattispecie è, paradossalmente, il trinomio inscindibile per la realizzazione di un mondo unico: libero scambio, multimedialità, globalizzazione.
Sono i tre obiettivi che la nuova classe sociale messicana vuole raggiungere ad ogni costo, affinché il passo che li porterà al raggiungimento dei valori standard del mondo occidentale diventi il più breve possibile; e non importa se a discapito di vite umane.
Questo articolo è un tentativo di riflessione.
In Messico, la sua linea di confine, è quella più sconosciuta e forse volontariamente ignorata, affinché fosse possibile creare situazioni come questa di super-sfruttamento della manodopera, con tutto quello che ne deriva.
La frontiera è la fine o l’inizio di qualcosa. Ma forse dovrebbe solo essere un ponte di congiunzione tra la fine e l’inizio, tra il vecchio ed il nuovo, tra popoli diversi che decidono di iniziare insieme un cammino di comune interesse.

(Valentina Nuzzaci)