Donne in Azienda, pochi cambiamenti significativi

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Le condizioni di lavoro delle donne nelle aziende toscane
non presentano un miglioramento significativo rispetto alle
rilevazioni precedenti. E’ questo che emerge dal rapporto di
monitoraggio sulla situazione occupazionale delle donne in
azienda svolta, come ogni anno, dalla Consigliera regionale
di Parità della Regione Toscana. Secondo questo rapporto, che si riferisce al biennio 2004-2005, nelle 442 imprese della Toscana prese in esame (quelle con oltre 100 addetti, secondo la norma che regola l’obbligo di rapporti biennali sul personale) lavorano il 43,3% di donne: nell’agricoltura sono il 32,84% , nell’industria il 24,09% e nel terziario il 54,4%. Percentuali più elevate di donne si riscontrano nelle province di Pistoia (54,7%) e in quella di Massa Carrara (51,60%), mentre i valori più bassi, con uno scarto addirittura di 5 punti percentuali dalla media regionale, si ottengono nella provincia
di Prato (37,2%), Lucca (38,7%), Firenze (39,8%) e Livorno
(41,2%).
Questo primo scorcio del decennio in corso ha visto una
continua diminuzione di addetti nell’industria, mentre una
crescita si è registrata nell’edilizia e soprattutto nel terziario.
Proprio in quest’ultimo settore la forza lavoro femminile
è stata occupata durante una fase peculiare dell’economia
toscana. Nel contesto generale rimangono fenomeni di segregazione orizzontale, cioè di impiego delle donne principalmente in specifici settori, e di segregazione verticale, cioè di difficoltà nella carriera professionale.
I nodi da rimuovere riguardo ai limiti della partecipazione
delle donne al mercato del lavoro appaiono fortemente connotati da fattori strutturali come lo sfasamento tra domanda e offerta di lavoro, segmentazioni settoriali e professionali, persistenza di discriminazione, inadeguatezza della normativa del lavoro, difficoltà di conciliazione tra attività per il mercato e impegno di cura familiare e personale. L’attenzione della Regione Toscana alle questioni del lavoro delle donne è massima e i contributi di analisi e monitoraggio rafforzano la convinzione che le politiche di conciliazione rappresentano uno dei cardini per incrementare la partecipazione al mercato del lavoro e favorire in tal modo
l’aumento dell’occupazione femminile.
Dai dati illustrati dalla Consigliera regionale di Parità emerge
che nelle medie e grandi imprese della Toscana ci sono
più impiegate (49,8%) che operaie (30%), e queste ultime si
concentrano comunque in ambiti precisi come le confezioni
in serie (91,5%), la lavorazione della pelle e del cuoio
(38,6%), quella delle calzature (61,9%). Nel terziario la
punta più alta di occupazione femminile è nella sanità pubblica
(67,1%).
La situazione non sembra cambiata rispetto a dati del decennio scorso, così come non è cambiata la difficoltà, per le
donne, di fare carriera. Nel mondo dell’industria la presenza
di donne dirigenti e quadri è minima: 7,8% e 15,8%. Il
settore in cui la presenza femminile nelle posizioni professionali più elevate è maggiore è quello della pelle e del
cuoio (38,7% e 45,7%).
Nel terziario la situazione migliora, ma non di molto. Se dal
totale dei dati si toglie la sanità pubblica, uno dei pochi settori
in cui è possibile per le donne fare carriera – le donne
sono il 71% degli impiegati, il 37,4% dei dirigenti, il 75,7%
dei quadri -, la presenza femminile cala drasticamente a livello generale sia tra dirigenti (6,9%) che quadri (23,2%).
I comparti maggiormente femminilizzati sono quello delle
pulizie, con l’86% di dipendenti donne sul totale ma si deve
notare come la femminilizzazione non vada di pari passo
con la presenza di donne nelle posizioni di vertice nelle imprese. Infatti il comparto delle pulizie – già piuttosto povero
di figure apicali per come è strutturato – conta soltanto 2 dirigenti e nessuno di sesso femminile e 3 quadri, dei quali
solo uno è donna. L’elevata percentuale di lavoratrici coinvolte nei licenziamenti collettivi (44,8%), nelle cessazioni di lavoro causate da una scadenza di contratto (62,1%) e nei licenziamenti individuali (61%), conferma che le donne sono le prime vittime di crisi aziendali.