Immolati sul mercato della mozzarella di bufala

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La produzione di un formaggio non è percepita come potenziale causa di crudeltà e poi si presume che l’allevamento bufalino rispetti le norme vigenti a livello Comunitario. L’impegno delle Associazioni e delle forze dell’ordine

Le bufale devono continuamente partorire per mantenere l’assetto ormonale della lattazione e trascorrono la loro esistenza gravide oppure muggendo alla ricerca della prole. L’allattamento sarebbe antieconomico, quindi i vitelli vanno allontanati al più presto e svezzati artificialmente in anguste gabbie singole per evitare che altrimenti si suggano istintivamente tra loro.
Sin qui la situazione è analoga a quella dell’allevamento bovino ma ben diverse sono le richieste del mercato per i due settori.
Attualmente in Italia la carne di bufalo incontra scarso favore, per cui l’obiettivo precipuo dell’allevamento è la produzione del latte per l’industria casearia. Ne consegue un surplus di neonati maschi da eliminare nel modo meno dispendioso possibile.
La mattanza è proseguita indisturbata per anni, con metodi barbari (dall’uso di mazze all’impiccagione) e comunque non conformi alle leggi per il benessere degli animali, neppure di quelli da reddito. Indisturbata perché pare che se ne siano rese conto solo le associazioni di volontariato che fronteggiano il problema sul campo come la Lav (Lega Anti Vivisezione), Legambiente e la Fondazione «Mondo Animale» creata dalla veterinaria Dorotea Fritz.
A differenza di altri temi animalisti, questo è tuttora nell’ombra: innanzitutto perché la produzione di un formaggio non è percepita come potenziale causa di crudeltà, poi perché si presume che l’allevamento bufalino rispetti le norme vigenti a livello Comunitario.
Invece pare quasi si tratti di un mondo a parte. Poiché lo smaltimento a norma ha un costo di circa 200 euro per capo, talvolta i cadaveri, o i presunti tali, vengono seppelliti in «fosse comuni». Come si vedrà più avanti, vi è anche la finalità di eludere i controlli sanitari.
Sino allo scorso anno capitava di trovare bufalotti in avanzato stato di putrefazione lungo il ciglio delle strade di campagna e addirittura lungo canali d’irrigazione, con buona pace della salubrità delle falde. Poi il caso ha voluto che, nell’estate del 2004, alcuni turisti stranieri si rendessero conto della situazione e, al ritorno in patria, si attivassero per chiederne conto al nostro Governo. Per ora si è trattato semplicemente di lettere nelle quali si poneva l’accento sia sugli aspetti etici della zootecnia sia sui rischi per la salute pubblica, laddove si eludessero i controlli da parte dei Servizi Veterinari. La risposta della Regione Campania è stata cortese e sollecita. Questo, insieme alla testimonianza della dottoressa Fritz che iniziava a riscontrare un certo interesse da parte delle autorità ha scongiurato un’azione di boicottaggio che avrebbe avuto pesanti ricadute sul nostro export.
Basti pensare che la quasi totalità della mozzarella di bufala consumata negli Stati Uniti proviene dall’Italia e dal Sudamerica, per non parlare della recente conquista del mercato giapponese, e si comprenderà quanto sarebbe opportuna una maggior trasparenza.
Soprattutto occorrerà render conto di quanto si sta facendo per cambiare rotta ed eliminare ogni ombra dall’immagine del nostro prodotto. Altrimenti, in assenza di rigorosi provvedimenti e di risposte concrete, all’estero si rinnoverebbe il malcontento.
Si rischierebbe d’intaccare una notevole fonte di guadagno per vaste aree


del Sud, che già devono combattere contro difficoltà ataviche. Poiché esistono paesi in cui la quasi totalità di abitanti è composta da addetti alla produzione e dalle loro famiglie, è logico aspettarsi reazioni forti. Già se ne ha sentore quando si chiede una testimonianza diretta: o ci si scontra contro un mutismo ostile oppure si raccolgono gli sfoghi di chi implora l’anonimato perché ogni giorno deve far quadrare l’istinto di ribellione con i bisogni più ovvi, dall’evitare ritorsioni al sentirsi accettato nella propria comunità.
Si è già compiuto un primo passo facendo in modo che i bufali maschi venissero acquistati da aziende produttrici di cibo per piccoli animali. Tuttavia i ricavi sono esigui e certo non sufficienti a far sì che gli allevatori decidano di accollarsi i costi dell’assistenza veterinaria. Ad esempio si potrebbe presumere che ben pochi dei neonati che s’ammalano di gastroenterite vengano adeguatamente curati; delle due l’una: o li si lascia morire tra atroci dolori, oppure si decide che non ha senso tirare avanti più giorni e li si sopprime. Dubbi più o meno legittimi che, comunque, in altri settori in cui vige la prassi delle certificazioni veterinarie non avrebbero ragione di esistere. Desta qualche perplessità anche la dichiarazione secondo la quale attualmente verrebbe destinato un maggior numero di maschi alla riproduzione. Ossia il presunto rapporto di un maschio ogni due femmine parrebbe eccessivo, persino se la fecondazione avvenisse esclusivamente con metodi naturali.
Anche in questo caso sorprende la mancanza di dati ufficiali cui far riferimento per portare un po’ di chiarezza, anziché limitarsi a mere supposizioni a favore dell’una o dell’altra tesi.
Così non resta altro che tentare un ragionamento deduttivo: nella sola Campania i bufali sono quasi 300.000 ed al 90% femmine. Poiché esse partoriscono dai tre ai diciannove anni di età, per l’anno appena terminato se ne possono calcolare 200.000 in età fertile il che significa 100.000 neonati maschi. Pur prendendo per buone le dichiarazioni più ottimistiche, viene comunque da chiedersi quale sia stato nel 2004 il destino di oltre 50.000 bufalotti e come si siano volatilizzate altrettante carcasse.
Proviamo a traslare la questione al parco auto italiano: sarebbe possibile risparmiare denaro evitando la voltura al momento dell’acquisto oppure, a scelta, le spese per bollo, assicurazione e revisioni periodiche? Certamente no, perché le probabilità di incappare in un controllo si avvicinano al 100% e, quand’anche ci si limitasse a circolare sul terreno pertinente alla propria cascina, il rischio di essere scorti dai vicini e denunciati risulterebbe troppo elevato. E ancora: non ci si può semplicemente disfare della propria vettura, ma occorre «consegnare le targhe» e versare una quota per la demolizione. Altrimenti saremmo individuati tramite il Pubblico Registro Automobilistico, che sta alle auto come l’Anagrafe Veterinaria sta ai capi da allevamento.