Clima – Da Bonn soluzioni flessibili

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– L’inizio dei lavori

I lavori del summit di Bonn, per preparare i protocolli definitivi che saranno varati a dicembre a Copenhagen per ridurre i gas serra, si avviano verso la conclusione e ieri è stata la giornata della messa a punto.

La giornata, infatti, è stata contrassegnata da una riunione plenaria del Gruppo Awg-Lca (Ad Hoc Working Group on Long-term Cooperative Action), convocata per fare una sorta di inventario delle tematiche negoziali in discussione, in relazione al loro stato di approfondimento e di consenso raggiunto, ma più in generale per fare il punto della situazione, a cui è finora arrivato il negoziato. La riunione plenaria è stata contrassegnata da una generale soddisfazione per il lavoro finora compiuto e per la qualità delle discussioni.

Nei diversi interventi che si sono susseguiti è emersa la necessità di razionalizzare e sintetizzare il testo del nuovo trattato, rendendolo anche più snello. L’Arabia Saudita ha però voluto puntualizzare che razionalizzare non significa tagliare pezzi da una parte e ricucirli da un’altra, e che sintetizzare non significa omettere pezzi di testo o concetti rilevanti.

Per avere un quadro completo della situazione complessiva del nuovo testo di trattato, che in alcune parti appare confuso ed ingarbugliato, saranno redatte, a cura del Segretariato Unfccc, alcune tabelle riassuntive. In particolare, per ognuno dei quattro pilastri della «road map di Bali» (mitigazione, adattamento, tecnologia e finanza) sarà redatto uno schema a matrice in cui verranno incrociati, da una parte obiettivi ed azioni e, dall’altra, funzioni da svolgere e istituzioni coinvolte. Il quadro che ne risulterà, faciliterà la razionalizzazione e la ricompattazione di ciò che appare frammentato, ma evidenzierà anche quali argomenti hanno uno stato più avanzato di altri e come riequilibrare, nei suoi diversi aspetti, il negoziato.

Gruppo Awg-Lca

1) Adattamento

Nella discussione sull’adattamento è prevalso da parte di tutti un atteggiamento ad accelerare i lavori per giungere ad un testo «consolidato». Come proposto da Cina e G77 (Gruppo dei 77 paesi associati con la Cina), Aosis (Alleanza degli Stati delle Piccole Isole) ed altri Paesi in via di sviluppo, si è concordato che il problema dell’adattamento dovrebbe essere affrontato con un quadro di riferimento che metta sullo stesso piano mitigazione ed adattamento in termini di principi, risorse finanziarie e tecnologiche, ma che permetta, nel contempo, soluzioni flessibili, dal momento che per l’adattamento, al contrario della mitigazione, non si possono identificare obiettivi, azioni e tempi di attuazioni predefiniti.

L’Unione europea, Giappone, Canada e Australia hanno, a loro volta, sottolineato il fatto che l’adattamento deve essere basato sulle necessità effettive dei paesi e non imposto dall’alto. Inoltre, per l’adattamento la priorità deve essere data ai Paesi in via di sviluppo più vulnerabili ai cambiamenti del clima, come sono gli Stati delle piccole isole oceaniche ed i paesi più poveri dell’Africa. L’Unione europea ha, in particolare, messo in evidenza che l’adattamento, per i paesi più poveri, deve essere parte integrante del loro cammino verso lo sviluppo sostenibile.

I paesi dell’America Latina hanno, invece, evidenziato l’importanza dell’adattamento per quanto riguarda l’ambiente come risorsa sia per l’agricoltura e la produzione agroalimentare, sia come habitat naturale per gli ecosistemi e la diversità biologica. L’Indonesia e alcuni paesi del sud-est asiatico hanno, da parte loro, voluto evidenziare l’importanza dell’adattamento per l’ambiente marino e marino costiero, dal momento che per essi il mare è fonte di vita e di sviluppo economico, ma può, viceversa, diventare una minaccia o la causa di catastrofi con i cambiamenti del clima.

La Cina ha, quindi, ripreso la parola per sostenere le proposte operative come quelle riguardanti la istituzione di «centri regionali per l’adattamento» a cui i Paesi in via di sviluppo possano rivolgersi per avere assistenza e collaborazione, la istituzione di un comitato di coordinamento per l’adattamento in seno alla Unfccc e la costituzione di un fondo finanziario idoneo per far fronte alle varie necessità.

L’Arabia Saudita ha chiesto che con il termine vulnerabilità, si intenda anche la vulnerabilità economica, dal momento che i Paesi produttori di combustibili fossili verrebbero danneggiati dalle misure adottate per combattere i cambiamenti del clima e devono quindi adattarsi al nuovo contesto, A questa proposta, però, si sono opposti i paesi Aosis che hanno specificato che la vulnerabilità economica di cui parla l’Arabia Saudita è riferita alle misure di mitigazione e di riduzione delle emissioni provenienti dai combustibili fossili. In realtà, la vulnerabilità, che bisogna ridurre con le misure di adattamento è quella riferita alle conseguenze negative e ai danni derivanti dai cambiamenti del clima.

2) Mitigazione

Per quanto riguarda la mitigazione, la discussione si è svolta sulle analisi delle opportunità offerte da una riduzione delle emissioni riferita a settori produttivi, piuttosto che da una riduzione delle emissioni riferita a paesi o gruppi di paesi. In particolare, è stata valutata l’ipotesi di crediti dalle emissioni settoriali e la possibilità di istituire un mercato del commercio delle emissioni settoriali.

Anche i Nama possono generare crediti: sarebbero, in questo caso crediti di piano oppure crediti di programma, che devono trovare opportuna equiparazione, o equivalenza, con i crediti alle emissioni di tipo generale oppure di tipo settoriale. Sui crediti generati dai Nama, la Korea ha presentato una proposta di cui, però, sarà necessario valutare la fattibilità e le implicazioni.

È intervenuta, quindi, l’India per dire che con tutti questi diversi tipi di crediti e di commercio dei crediti, il rischio concreto sarà quello di conteggiare in modo doppio o triplo (a seconda sotto quale cappello lo si mette) gli stessi crediti, col risultato di fare confusione e di favorire i furbi.

L’Unione europea ha sostenuto che la proposta di crediti settoriali è fattibile ed è conveniente per i paesi in via di sviluppo perché amplifica le loro possibilità di mitigazione. Con una solida regolamentazione si evitano doppi e tripli conteggi e le confusioni evidenziate dall’India. A tal proposito l’Unione europea ha presentato una proposta che potrà trovare larghi consensi.

Micronesia ed Aosis si sono detti contrari sia ai crediti settoriali sia a crediti generati dai Nama, per le ripercussioni negative che tali tipi di crediti portano. I crediti settoriali rappresentano un condizionamento alle necessità di sviluppo economico dei Paesi più poveri, sviluppo che verrebbe modificato dagli incentivi o disincentivi che i crediti settoriali comportano a seconda dei diversi settori economici. I crediti dei Nama, invece, rappresentano una minaccia all’integrità ambientale e territoriale dei Paesi in via di sviluppo. Ambiente e territorio verrebbero pianificati ed asserviti alle esigenze di produrre crediti, piuttosto che di risolvere i problemi di sviluppo socio economico.

3) Visione condivisa sull’obiettivo ultimo

Quantunque i paesi dei G8 abbiano concordato all’Aquila che l’obiettivo finale del nuovo trattato è quello di mantenere il riscaldamento climatico al di sotto di 2°C rispetto all’epoca pre-industriale, questa visione, quantunque condivisa nella sostanza, non appare condivisa nella possibile formulazione da mettere sul trattato.

La richiesta di cautele è stata avanzata dall’India che ritiene questo problema più politico che tecnico. Ma, anche se da un altro punto di vista, il Giappone, ritiene che il problema dell’obiettivo debba essere risolto sulla base di percorsi di sviluppo economico da intraprendere. La Cina ha, invece, sostenuto che porre obiettivi anche molto ambiziosi, diventa solo una dichiarazione di principio ed un esercizio del tutto illusorio, se non si specifica, non solo «come», ma anche con quali risorse finanziarie e con quali strumenti tecnologici, si possa raggiungere realisticamente un tale obiettivo in un determinato tempo.

I risvolti di questa discussione appaiono fortemente politici e devono trovare soluzioni concordate non in ambito negoziale da parte di rappresentanti governativi, ma in ambito politico ad alto livello internazionale, da parte dei capi di stato e di governo.

Gruppo Awg-Kp

Nel Gruppo Awg-Kp (Ad Hoc Working Group on Further Commitments for Annex I Parties under the Kyoto Protocol) si è parlato di sink forestali e di meccanismi flessibili. Le più accese discussioni si sono avute, però, nell’ambito della discussione sulle tecnologie Ccs (Carbon capture and storage) e sulle tecnologie nucleari. L’oggetto della discussione è stato quello di includere o escludere la tecnologia Ccs e le tecnologie nucleari dai meccanismi flessibili, ed in particolare del meccanismo Cdm (Cooperazione tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo sulla mitigazione).

Per quanto riguarda la tecnologia Ccs l’assemblea si è praticamente spaccata a metà. Una parte dei Paesi, sia sviluppati (tra cui l’Unione europea), sia in via di sviluppo, ritengono che le tecnologie Ccs sono tecnologie appropriate per la riduzione delle emissioni e che queste tecnologie possano generare crediti alle emissioni nella cooperazione attraverso il meccanismo Cdm.

Un’altra parte dei Paesi (soprattutto in via di sviluppo) ritiene, invece, che le tecnologie Ccs sono tecnologie che, a livello nazionale, possono essere utilizzate per ridurre le emissioni, perché ciascuno a casa sua è libero e responsabile di utilizzarle sia per gli aspetti positivi (riduzione delle emissioni), sia per gli aspetti negativi o di rischio derivanti dal confinamento «geologico». Ma le tecnologie Ccs non possono essere ritenute idonee nella cooperazione internazionale tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, perché, se è vero che riducono le emissioni nei Paesi in via di sviluppo e generano, quindi, crediti alle emissioni nei Paesi sviluppati, è anche vero che gli aspetti negativi derivanti dallo «storage» (confinamento geologico) andrebbero interamente a carico dei Paesi in via di sviluppo, mentre i benefici anche economici (attraverso il commercio delle emissioni), derivanti dai crediti andrebbero interamente ai Paesi sviluppati.

Se sulla questione Ccs non appare sussistere al momento alcuna possibilità di accordo, una analoga impossibilità è apparsa evidente anche sul versante dell’energia nucleare. Una parte, abbastanza minoritaria, di paesi (capeggiati dal Giappone) preme perché gli impianti nucleari facciano parte del meccanismo Cdm e generino, quindi crediti alle emissioni. Un’altra parte, la maggioranza, ritiene che, a livello nazionale, ciascuno possa scegliere se usare o meno l’energia nucleare per ridurre le emissioni, ma che nella cooperazione internazionale attraverso il meccanismo Cdm, la tecnologia nucleare non sia idonea e non debba essere autorizzata a generare crediti alle emissioni.