Il rischio idrogeologico a Molfetta

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Molti problemi nella cittadina del Barese evidenziati in una recente conferenza di Legambiente. La presenza delle lame e i Piani comunali di insediamenti

Il rischio idrogeologico a Molfetta, questo il titolo assegnato alla manifestazione organizzata presso la Fabbrica di San Domenico, dall’associazione Ambientalista Legambiente, circolo di Molfetta. La manifestazione avrebbe dovuto vedere contrapposte due realtà, entrambe con grandi poteri di gestione del territorio. Avrebbe dovuto, perché a differenza di quanto fatto dall’Autorità di Bacino, che si è solo concessa qualche minuto di ritardo, l’Amministrazione comunale ha disertato l’incontro.

Ad aprire il convegno il Presidente del circolo Legambiente, Antonello Mastantuoni, che ha illustrato in maniera diffusa, mosso da motivazione principalmente di natura di tutela del territorio, la situazione in cui versa Molfetta. Ma guardiamo la questione in maniera specifica partendo proprio dalle caratteristiche proprie del territorio molfettese.

Molfetta, nasce in un area dove affiorano calcari riferibili complessivamente al Cretaceo, su di essi a luoghi poggiano in trasgressione calcari arenacei, arenaceo-argillosi o detritici grossolani più o meno ben cementati (i «tufi» delle Murge), riferibili questi al Pleistocene marino. Come formazioni continentali abbiamo invece la presenza diffusa di depositi alluvionali rappresentati da depositi ciottolosi e terrosi rivenienti sul fondo di solchi erosivi e derivanti dalla disgregazione e dilavamento dei calcari e dei tufi delle Murge.

Morfologicamente l’area corrisponde a una parte del versante adriatico del rilievo murgiano, rilievo questo che mostra a tratti il suo tipico aspetto tabulare allungato parallelamente lungo la costa, con altitudini degradanti verso mare a mezzo di scarpate poste ad altezze via via meno alte. Ma ecco la caratteristica morfologica tipica di un ambiente carsico: le lame. Cosa sono questi soggetti di cui tutti parlano? Bene, le lame sono dei solchi erosivi che incidono scarpate e che partendo da altitudini maggiori, si protraggono fino al mare e possono essere ad asse semplice o ramificato, in base all’importanza del bacino imbrifero.

I solchi hanno generalmente fondo piatto, coperto da depositi alluvionali e presentano fianchi mediamente inclinati. Generalmente questi solchi sono asciutti durante tutto l’anno, ma rappresentando il deflusso privilegiato delle acque a mare, in occasione di copiose precipitazioni, si riempiono d’acqua anche solo per brevi periodi.

E partendo da questa situazione di conoscenza generale, si inserisce la vicenda che vede coinvolto il territorio di Molfetta, dove si parla di rischio idrogeologico indotto, ossia non dettato dalla natura del territorio ma da una gestione sbagliata dello stesso, gestione sbagliata dovuta all’attuazione di Piani insediamenti produttivi (Pip), che hanno visto sempre più soffocata l’integrità del suolo. La storia dei Pip a Molfetta inizia nel 1976 quando viene approvato il Piano particolareggiato per Zona artigianale e piccola Industria per 50 aziende, detto anche «Prima zona artigianale». Successivamente, nel 1998, vi è un primo ampliamento del Pip detto anche «Pip in ampliamento alla Zona artigianale» che registra già notevoli considerazioni di privati e associazioni ambientaliste in merito ad aspetti ambientali, economici e di tutela del territorio agricolo.

Ciò nonostante prosegue incessantemente l’espansione delle zone produttive a danno del territorio agricolo molfettese, infatti, nel 2002 viene approvato il secondo ampliamento Pip per 62 aziende. Ma non finisce qui, nel 2003, l’Amministrazione dell’epoca, apporta una variante al Piano Regolatore Generale Comunale per l’ampliamento delle Aree da destinare ad Insediamenti; si va definendo quello che diventerà il «Terzo Pip». All’interno di queste varie approvazioni si interseca il parallelo studio territoriale che vede nel 2000 il primo tentativo metodico di conoscenza delle lame presenti nel territorio di Molfetta. Lo studio è affidato al Dipartimento di Architettura e urbanistica del Politecnico di Bari, su incarico del Comune, che concentra l’attenzione su tre lame convenzionalmente suddivise come segue:
– lama Nord (un sistema che comprende Lama dell’Aglio, Canale Savorelli, Canale Boscarello, Lama Calamita, Lama Marcinase);
– lama Centro (un sistema che comprende Lama Cupa, detta Lama Martina in località Prima cala);
– lama Sud (un sistema che comprende Lama Cascione e lama Reddito).

Ma ritorniamo alla definizione dell’importanza delle lame in quanto vincolo (Legge regionale n. 30 dell’11/05/1990) e aspetto morfologico del territorio nel quale riconoscersi. La legge succitata, limita l’edificabilità di alcune zone o addirittura la totale impossibilità all’edificazione, elemento determinato dal grado di rischio della zona oggetto di studio. Sempre per legge, ogni regione deve dotarsi di un Piano di bacino idrografico, anche se a seguito di quanto accaduto a Sarno in Campania nel 1998, fu approvata la Legge n. 267 del 1998 che autorizzava le Regioni ad adottare i Piani stralcio di Bacino per individuare le aree a rischio idrogeologico e perimetrare le aree da sottoporre a «misure di salvaguardia urgenti».

In visione di questo, anche la Regione Puglia, approvò il «Piano straordinario di interventi urgenti», a seguito del quale si procedette all’elencazione dei comuni in cui esistevano aree a rischio idraulico molto elevato. Tra questi comuni era presente anche Molfetta.

Successivamente inizia l’iter a livello regionale per la redazione del Piano di Bacino – Stralcio assetto idrogeologico (Pai) che poi venne approvato dal Comitato istituzionale dell’Autorità di Bacino della Puglia. Ed è proprio il Pai, con i suoi successivi aggiornamenti, le sue perimetrazioni e le relative cartografie che riportano le aree ad alta, media e bassa pericolosità idraulica riguardanti anche il territorio di Molfetta, che si incrocia «negativamente» con l’approvazione del terzo Pip. Da qui il grande scontro tra il Comune di Molfetta e l’Autorità di Bacino della Puglia.

Purtroppo il confronto tanto auspicato non ha avuto luogo, in compenso gli interventi del prof. Vito Copertino, in qualità di Ordinario di Costruzioni idrauliche e idraulica fluviale presso l’Università della Basilicata e dell’ing. Romano, rappresentante tecnico dell’Autorità di bacino, hanno permesso di inquadrare una situazione delicata di gestione del nostro territorio comunale, già fortemente stravolto da attività che hanno spesso cancellato le sue primarie ricchezze e che vede l’inadeguatezza di risoluzioni idrauliche inefficienti che mortificano ulteriormente una situazione già fortemente di degrado.

Al comune si chiede chiarezza anche e soprattutto in relazione agli ultimi eventi che hanno visto Legambiente a fianco dell’AdB, nel giudizio da questa promosso presso il Tribunale Superiore delle acque pubbliche, in opposizione all’Amministrazione comunale.