Dissesto idrogeologico – Prevale l’ingordigia

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Un’emergenza continua: a fronte di piogge intense e/o prolungate, il territorio del nostro paese continua a manifestare fenomeni di dissesto (frane, inondazioni, sprofondamenti, allagamenti…) che interessano centri abitati e infrastrutture quali vie di comunicazione e insediamenti industriali

Si è tenuto a Roma presso l’Aula Convegni del Cnr il Convegno nazionale: «Dissesto idrogeologico. Il pericolo geoidrologico e la gestione del territorio in Italia», organizzato dalla Sigea (Società italiana di geologia ambientale), dal Cnr-Irpi (Consiglio nazionale delle ricerche- Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica), e dall’Aii (Associazione idrotecnica italiana).

Pur svolgendosi in una sola giornata, il convegno ha ottenuto un notevole successo di partecipazione: circa 300 iscritti, 3 relazioni a invito, 24 presentazioni orali, e 26 presentazioni tramite poster.

Le relazioni sono state organizzate in 4 sezioni tematiche:

– Lo stato delle competenze in materia di difesa del suolo alla luce dell’attuale normativa: attività progetti, problematiche.

– Le cause del dissesto idrogeologico in Italia. Casi di studio.

– Mitigazione del rischio idrogeologico. Interventi strutturali.

  • Prevenzione del rischio idrogeologico. Pianificazione territoriale.

L’intervento del presidente Sigea, Giuseppe Gisotti

«Abbiamo ottimi ingegneri, geologi, architetti, agronomi, progettisti e pianificatori, ma ciò non impedisce lo squallore di tante costruzioni, di tanti quartieri urbani, lo sconquasso del paesaggio, il dissesto idrogeologico con frane, alluvioni, subsidenza artificiale, ecc.: il disordine urbano e territoriale è sotto i nostri occhi». Così ha aperto il suo indirizzo di saluto il presidente Sigea, Giuseppe Gisotti.

Cosa suggerire, cosa fare?

«Bisogna abbandonare il concetto dello sviluppo per lo sviluppo, della crescita solo economica, e abbracciare il concetto della sicurezza e della bellezza innanzi tutto – ha continuato -. Rifacciamoci a Vitruvio, il quale diceva che i parametri fondamentali dell’architettura erano 3: la firmitas, la utilitas e la venustas; cioè la struttura statica, ossia la sicurezza, la funzionalità e l’estetica ossia la bellezza.

«Questi criteri, secondo me, sono il punto di partenza per gli argomenti dell’odierno Convegno: noi discutiamo di fenomeni che mietono vittime, provocano danni gravissimi, processi che si ripresentano quasi regolarmente e colpiscono spesso gli stessi luoghi. Eppure si fa poco per prevenirli, per evitarli, o almeno per limitare il numero delle vittime e i danni più gravi.

«Perché? Si parla da molto tempo, specialmente dall’alluvione del 1966, di investire più risorse economiche nella prevenzione e riduzione del rischio, ma queste risorse sono sempre insufficienti, come faceva già rilevare la Commissione De Marchi nei primi anni 70.

«Ma secondo me la causa principale delle vittime e dei danni non sta tanto nella scarsezza delle risorse economiche per la lotta al dissesto, quanto nell’uso dissennato del territorio e delle sue risorse, che deriva dalla concezione sempre più utilitaristica delle risorse naturali, usate in modo da ricavare il massimo profitto nel minore tempo possibile.

«La questione della privatizzazione dell’acqua è esemplare a questo riguardo. Adesso si è aggiunta la prevista privatizzazione delle spiagge. In questi anni è emerso il fenomeno (di origine naturale o artificiale?) dei cambiamenti climatici. Sappiamo tutti della fragilità geomorfologica del nostro territorio, della scarsità/vulnerabilità delle risorse naturali, della naturale pericolosità climatica, ma a maggior ragione la nostra società dovrebbe essere molto più attenta nell’utilizzo del territorio, cosa che invece non avviene.

«Non solo i precedenti danni da alluvioni e frane, ma anche quelli più recenti, sono dipesi dalla nostra sottovalutazione dei naturali processi geologici, idrologici e climatici, dall’aver considerato il territorio come un supporto inerte e non soggetto a delicati equilibri geodinamici. I casi di Soverato (un’alluvione nel 2000) e di Scaletta Zanclea (una colata rapida di fango nel 2009) sono solo degli esempi. Il camping a Soverato aveva occupato lo spazio naturale del corso d’acqua, era una “zona a rischio idrogeologico” riconosciuta dalla Regione, malgrado questo è stato tollerato; altra “tragedia annunciata”. Il Consiglio dei ministri ha per l’occasione proclamato lo stato di emergenza: è il solito ritornello.

Chi sono i responsabili di questa situazione? Alcuni privati che costruiscono abusivamente nelle aree a rischio, ma anche tanti pubblici amministratori che autorizzano costruzioni in zone al alta pericolosità idrogeologica, pubblici dipendenti con funzioni di controllo tecnico che “chiudono gli occhi”, alcuni liberi professionisti che in modo superficiale, con la motivazione di “portare a casa la pagnotta”, collaborano a/o firmano progetti di opere ad alto rischio.

«Un mistero è quello per cui si continua a costruire decine di miglia di nuove abitazioni, quando ve ne sono altrettante vuote, nelle città come nei paesini; costruzioni che spesso vanno a occupare aree ad alto rischio idrogeologico (o già soggette a frane o alluvioni).

«Ritornando a quanto ho detto all’inizio, la nostra società, quella occidentale in genere ma quella italiana attuale in particolare, ha perduto il senso della misura, prevale l’ingordigia, l’interesse “particulare” e la corsa al profitto e allo sfruttamento accelerato di tutto ciò che abbiamo sottomano, non solo non interessandosi di ciò che lasceremo alle prossime generazioni (quindi niente “sviluppo sostenibile”), ma provocando danni spesso immediati a noi stessi, con ciò vanificando la nostra presunta intelligenza o meglio furbizia.

Insomma, il dissesto idrogeologico si innesta un dissesto più ampio, sociale e antropologico.

«I possibili rimedi? Anzitutto si tratta di comportamenti sociali: è necessaria una migliore coscienza civile da parte dei cittadini e dei politici e amministratori, coscienza che secondo me non è mai scesa così in basso come in questi ultimi anni.

«Gli interventi strutturali di recupero certamente sono utili, ma servono anzitutto interventi non strutturali, cioè una a corretta pianificazione territoriale e urbanistica. Qui entra il discorso che, a causa della scarsità delle risorse finanziarie, conviene abbandonare alcuni siti, territori o centri abitati, a rischio troppo elevato, dove non conviene intervenire poiché i costi economici e di risanamento strutturale sono troppo elevati.

«Su chi possiamo fare affidamento? Anzitutto sulle Istituzioni. A cominciare dall’Ispra, che è l’erede di quel Dstn, Dipartimento per i Servizi Tecnici Nazionali, varato in seguito alla legge quadro sulla difesa del suolo n. 183/1989, in una fase felice dello sforzo comune, Governo e opposizione, tesa a difendere il territorio con misure strutturali e non strutturali. Da quella legge fondamentale derivarono anche le Autorità di bacino, per cui il Piano di bacino deve integrarsi con i Piani urbanistici. E poi c’è la Comunità scientifica e il Consiglio nazionale delle ricerche con i suoi Irpi, che hanno avuto e hanno un ruolo di primo piano nella ricerca e diffusione delle conoscenze in questo campo. Né è da dimenticare il ruolo della Protezione Civile, che da quando è nata (ricordo con l’on. Zamberletti) fino ad oggi è cresciuta sia in organizzazione sia come strumenti a disposizione.

«Insomma, come dice un celebre personaggio, “Domani è un altro giorno”, però non dobbiamo stare con le mani in mano e adoperarci per fare bene e in modo onesto il proprio lavoro e, per quanto riguarda le Associazioni, svolgere umilmente la propria “mission”».

Il convegno

Dalle problematiche presentate nel corso del convegno è emerso come a fronte di piogge intense e/o prolungate, il territorio del nostro paese continui a manifestare fenomeni di dissesto (frane, inondazioni, sprofondamenti, allagamenti…) che interessano centri abitati e infrastrutture quali vie di comunicazione e insediamenti industriali.

Numerosi interventi hanno evidenziato la necessità che le istituzioni nazionali e locali producano ulteriori sforzi e investano nuove risorse nella prevenzione del dissesto idrogeologico. Particolare attenzione dovrà darsi alla corretta pianificazione territoriale; questa, a lungo termine, porterà ad un risparmio in termini economici e soprattutto di vite umane. La necessità di un’accurata manutenzione delle opere realizzate, unitamente ad un appropriato monitoraggio dei fenomeni idrologici, costituiscono un ulteriore punto di richiamo emerso nel corso delle interessanti e qualificate presentazioni che hanno caratterizzato l’incontro.

Gli Atti del Convegno saranno pubblicati quanto prima sulla rivista della Sigea «Geologia dell’Ambiente». Gli interessati potranno chiedere notizie al riguardo scrivendo a info@sigeaweb.it o avere informazioni sul sito www.sigeaweb.it.