Clima – Ecco perché Durban è un flop

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Rimandati al 2020 gli obblighi di riduzione legalmente vincolanti per tutti. Nel frattempo prosegue il protocollo di Kyoto per i volonterosi. > Il punto di Accademia Kronos > La reazione di Greenpeace > I giorni di Durban > Stabilizzare il clima, altrimenti non ci servirà stabilizzare l’economia globale

Dopo un’aspra e prolungata discussione protrattasi fino alle prime luci dell’alba di domenica 11 dicembre, si è conclusa la Conferenza di Durban con l’approvazione di trentasei decisioni di cui le principali sono:

– La piattaforma di Durban, ovvero l’avvio di un processo negoziale per la definizione di un trattato globale legalmente vincolante (che potrebbe essere un protocollo, oppure un altro strumento legale oppure altro strumento attuativo ma con valore legale), valido per tutti i paesi Unfccc (194 Paesi). Questo processo è suddiviso in due fasi. Nella prima fase che terminerà nel 2015, sarà redatta e messa a punto la bozza del trattato che sarà «adottato» nell’assemblea plenaria della ventunesima Conferenza delle Parti (COP-21) che si terrà alla fine del 2015. Nella seconda fase il trattato «adottato» sarà aperto alla sottoscrizione ed alle ratifiche nazionali secondo le procedure Onu in modo che possa entrare in vigore nel 2020.

– Il prolungamento, con opportuni emendamenti, del Protocollo di Kyoto oltre la scadenza del 2012 e fino al 2017 oppure fino al 2020 in conformità con le decisioni che saranno successivamente prese, in relazione, sia all’entità e alla natura degli impegni volontari che i Paesi, che intenderanno prolungarlo, formuleranno entro il 1° maggio 2012, sia alle necessità di coordinamento e di integrazioni con il processo della piattaforma di Durban di cui al punto precedente.

– L’avvio operativo del «Green Climate Fund» (ma non è specificato come sarà alimentato questo fondo) come Istituzione Finanziaria della Unfccc con personalità giuridica e capacità legali, la cui sede e i cui successivi programmi di dettaglio per il suo funzionamento operativo dovranno essere decisi alla prossima Conferenza delle Parti (Cop-18) alla fine del 2012 a Qatar. Nel frattempo, si chiede a tutti i Paesi Unfccc di presentare le candidature sia per i membri del Comitato di Gestione (entro il 31 marzo 2012), sia per la localizzazione della sede legale (entro il 15 aprile 2012);

– La definizione degli strumenti e dei meccanismi necessari a rendere operativa sia la fase di transizione (2013-2020) in cui sarà operante il solo protocollo di Kyoto emendato e prorogato, sia il futuro funzionamento del trattato globale quando entrerà in vigore nel 2020. Tra questi strumenti sono di particolare rilevanza il Redd+ (regole e meccanismi per la lotta contro la deforestazione e il degrado del suolo), le modalità di preparazione e di attuazione dei «piani di adattamento» nei Paesi in via di sviluppo, il meccanismo di Trasferimento Tecnologico e di «capacity building» le relative norme di «governance» e di gestione, i meccanismi finanziari e le loro modalità di amministrazione e gestione, ecc.

Le decisioni conclusive, a cui è giunta la Conferenza di Durban, possono essere considerate, a seconda dei punti di vista, un successo oppure un insuccesso (o anche fallimento mascherato).

È da considerare un fattore di successo: l’aver coinvolto tutti i Paesi compresi quelli più riluttanti come Usa, Cina e India, a impegnarsi in un quadro legalmente vincolante, per ridurre le proprie emissioni, tenuto conto dei principi base della Unfccc (ed in primo luogo quello della responsabilità e quello dell’equità). Ma, è un fattore di successo anche l’aver aperto il protocollo di Kyoto ad obblighi volontari e legalmente vincolanti per i Paesi industrializzati e ad obblighi volontari ma non legalmente vincolanti per i Paesi in via di sviluppo. L’aver avviato il «green climate fund» come istituzione finanziaria, immediatamente operativa (salvo i tempi tecnici organizzativi) è un fattore di successo per aiutare i Paesi più poveri nel loro cammino di sviluppo pulito, a cui però bisogna associare un insuccesso: non aver definito quali sono le fonti di finanziamento del fondo che per ora appare una scatola vuota.

Sono da considerarsi fattori di insuccesso tutte le parti sostanziali, che dovrebbero garantire un’adeguata strategia mondiale di riduzione delle emissioni per raggiungere l’obiettivo di mantenere il surriscaldamento del pianeta inferiore a 2°C rispetto all’epoca preindustriale. La fase transitoria che dura ben 9 anni prima che gli impegni di riduzione delle emissioni diventino obblighi legalmente vincolanti per tutti e che dovranno essere tali da giungere ad una riduzione delle emissioni globali di circa 80% entro il 2050 rispetto al 1990. Questi lunghi tempi, se nel frattempo (prima del 2020) non ci saranno impegni volontari molto ambiziosi dei Paesi industrializzati (riduzione di circa il 40% rispetto al 1990) e di efficaci riduzioni dell’intensità carbonica dei Paesi in via di sviluppo emergenti, comporteranno il rischio di fallimento dell’obiettivo di mantenere il surriscaldamento climatico al di sotto dei 2°C. La tendenza attuale, sulla base degli impegni volontari dichiarati, è, infatti, quella di giungere a un surriscaldamento globale attorno ai 4°C o anche superiore entro il 2100.

In ogni caso, nelle decisioni prese a Durban è prevista una verifica del percorso, o dei possibili percorsi, di riduzione delle emissioni globali per raggiungere l’obiettivo dei 2°C, quando saranno disponibili le nuove valutazioni di Ipcc previste per il 2013 e comunque prima del 2015. A meno che nel prossimo decennio non accada una rivoluzione tale da portare il mondo a svincolarsi dai combustibili fossili, il tempo, eccessivamente prolungato previsto dalla piattaforma di Durban, non giocherà certamente a favore.

(Fonte Enea-Eai)