Acqua – Ma i referendum a che servono?

88

Il «Coordinamento nazionale per la gestione dell’acqua pubblica» continua con forza il percorso per la ripubblicizzazione dei servizi idrici e per la difesa e il rispetto della democrazia, organizzando un convegno regionale che si terrà il 20 gennaio prossimo a Bari

L’anno nuovo inizia così come il vecchio è finito, con le lotte per la ripubblicizzazione dei servizi idrici. A questo scopo non è bastato il lungo e faticoso lavoro di raccolta delle firme e il contestuale bagno di folla al referendum di maggio, perché le regioni non hanno ancora ottemperato alla norma. Per questo il «Coordinamento nazionale per la gestione dell’acqua pubblica» continua con forza il percorso per la ripubblicizzazione dei servizi idrici e per la difesa e il rispetto della democrazia, organizzando un convegno regionale che si terrà il 20 gennaio prossimo a Bari, presso l’aula magna «Aldo Moro» dell’Università di Bari in piazza C. Battisti, dal titolo «Referendum. A(C)QUAle punto siamo?».
Interverranno in qualità di relatori: Riccardo Petrella, Presidente Ierpe (Institut Européen de Recherche pour la Politique de l’Eau); Alberto Lucarelli, Ordinario di Diritto Pubblico, Università Federico II Napoli; Rosario Lembo, Presidente Contratto Mondiale sull’Acqua-Forum italiano dei Movimenti per l’Acqua; Consiglia Salvio, «Coordinamento campano per la gestione pubblica dell’acqua»; padre Alex Zanotelli, Missionario Comboniano.

In Puglia, come anche in Sicilia, la situazione al momento non è delle migliori, in quanto le proposte legislative depositate pare quasi che non tengano in considerazione l’esito del referendum. Numerosi sono stati a proposito gli interventi ufficiali del Forum italiano dei movimenti per l’acqua pubblica e dei vari coordinamenti territoriali finalizzati a richiamare al dovere legislativo le assemblee regionali e i sindaci a prendere i giusti provvedimenti, ma ancora oggi la realtà non rispecchia le attese.
Dunque pienamente comprensibili sono le vibrate proteste dei militanti e dei tantissimi cittadini che hanno contribuito alla riuscita dell’operazione referendum contro ogni aspettativa.

A questo punto il ricorso al referendum popolare, che è bene ricordarlo è l’unico strumento costituzionalmente riconosciuto al popolo sovrano per intervenire nella materia normativa, si sta trasformando in un’arma a doppio taglio. In queste settimane stiamo assistendo infatti ad un ennesimo potenziale colpo di spugna, questa volta da parte della Corte Costituzionale, che stando alle indiscrezioni uscite qualche giorno fa sui quotidiani la Repubblica e Il Corriere della Sera un nutrito numero di giudici sarebbe orientato verso la bocciatura del referendum (che se passasse invece ci riporterebbe al sistema elettorale cosiddetto «Matterellum» e quindi sostanzialmente a scegliere i parlamentari) a causa dell’instabilità politica che potrebbe provocare in Parlamento.

Due cose in questa storia sanno dell’incredibile: la prima è che prima ancora che la Consulta assuma la decisione in via ufficiale e segreta si conoscano le posizioni individuali dei componenti dell’organo di autogoverno della magistratura, con tanto di foto e scelta di voto, facendo venir meno così il criterio della segretezza che deve perdurare a norma di legge anche dopo la pubblicazione del responso. E in secondo luogo si sta facendo strada una scelta di sovvertire la decisione che il vituperato popolo sovrano ha fissato nelle urne.

Dunque mettere a tacere la volontà popolare pare sia diventato in Italia lo sport nazionale, a discapito del giuoco del calcio. Dopo l’acqua ecco il sistema elettorale, che non essendo materia soggetta a referendum abrogativo sconta una complessità maggiore rispetto al precedente. Ma comunque il Parlamento e il Governo dei nominati non potranno non tenere conto, anche se la Consulta dovesse bocciare il referendum, della volontà popolare. Altrimenti a qualcuno verrà in mente di proporre un disegno di legge di semplice accettazione dello stato di cose, cioè del fallimento della demos-crazia, che pare che in latino significasse potere del popolo.