Anche in Piemonte la discarica Italia

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I rifiuti tossici sono stati costantemente accumulati nel corso del secolo scorso nel sito industriale di Spinetta Marengo, Alessandria. Secondo le prime stime ammonterebbero a quasi 600 metri cubi

Dopo le ombre su Veneto e Lombardia ora è il turno del Piemonte. Continuano a scoprirsi scheletri negli armadi, o meglio nei terreni martoriati del nostro paese. Successivamente ai ritrovamenti di pericolosi scarti nei cantieri autostradali che contaminavano campi e corsi d’acqua in Valle Padana, pare che anche nel sottosuolo piemontese siano state depositate, per decenni, sostanze altamente nocive.
I rifiuti tossici sono stati costantemente accumulati nel corso del secolo scorso nel sito industriale di Spinetta Marengo, Alessandria. Secondo le prime stime ammonterebbero a quasi 600 metri cubi.
L’amministrazione provinciale, nel merito, era conscia del fatto che vi fossero esclusivamente depositi di sostanze non pericolose. Di conseguenza non era stata deliberata alcuna misura di sicurezza.
L’enorme massa di rifiuti, scomponendosi, si è gradatamente insinuata nel suolo e ha contaminato, anche con metalli pesanti come il cromo, la falda sotterranea del polo chimico. Inoltre, le consistenti perdite della rete idrica interna hanno generato un notevole innalzamento e la graduale dispersione a raggiera dell’acqua avvelenata.
A doverne ora rispondere saranno la multinazionale Solvay, che ha acquistato la parte maggioritaria nel 2002, la Atofina-Arkema, subentrata solo in minima parte negli anni 90, ma soprattutto l’Ausimont, colei che le ha precedute.
Sarà un «maxi processo», con oltre trenta imputati e una sessantina di parti civili, quello che si aprirà il prossimo luglio in Corte d’Assise ad Alessandria. Appare meno pesante la posizione di Stefano Biagini, ultimo e attuale direttore Solvay, e dei dirigenti Arkema, chiamati in aula per il solo reato di omessa bonifica. Situazione completamente diversa, invece, per Carlo Cogliati, presidente e amministratore delegato Ausimont e Solvay dal 1991 al 2003, e altri 7 dirigenti, imputati anche per avvelenamento doloso.
Secondo l’accusa tali dirigenti non solo erano consapevoli della situazione, ma hanno fatto di tutto per seppellire i depositi industriali omettendo e manomettendo dati e analisi, imbrogliando i già distratti enti pubblici, impedendo così di contenere ed eliminare l’immenso inquinamento delle falde acquifere.
Sperando che almeno per una volta non si applichi la famosa «in dubio pro reo», l’ambiente va tutelato anche in tribunale.