Tutelare la biodiversità nei centri urbani

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Tra i fiori all’occhiello del nostro paese spicca un grande primato: la maggior produzione al mondo di atlanti ornitologici urbani, che ad oggi sono 50 ed interessano ben 40 aree urbane

Di primo acchito, quando si pensa al contesto urbano, tutto viene in mente tranne che di leggerlo in chiave ecologica. Eppure, occuparsi di biodiversità urbana è possibile, oltre che doveroso.
Lo stile di vita cittadino, il rumore delle grandi metropoli e la mancanza di degne aree verdi ci hanno assuefatto all’idea che nelle città non sia più possibile incontrare la natura, anche quando questa vi si impone con tutte le sue forze.
Naturalmente, nessuno ignora la presenza di un certo numero di specie, animali e vegetali, domestiche e non, all’interno delle città, ma la possibilità che vi possa essere un nesso sostanziale fra ambiente urbano e tematiche conservazionistiche sfugge ai più. Eppure, lo stesso Ahmed Djoghlaf, segretario esecutivo della convenzione sulla diversità biologica, nell’ambito del programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, ha affermato che: «La battaglia per la vita sulla terra sarà vinta oppure persa nelle città». Questo significa che, a modo suo, anche l’urbanizzazione potrebbe contribuire alla salvaguardia della biodiversità. Probabilmente aumentandola.

Si tratta certamente di una questione complessa ed assai controversa, ma è stato ormai dimostrato che, su un’ampia scala spaziale, la relazione città-ambiente è estremamente positiva: laddove sono tante persone, tante sono anche le specie faunistiche e floristiche presenti. Probabilmente questo dipende dal fatto che l’uomo ha scelto, per i suoi insediamenti, i luoghi migliori; quelli lungo le rive di mari e fiumi o alloggiati nelle pianure. Certo, nel dettaglio, questa scala si inverte ripidamente e vediamo come centri storici e quartieri intensamente abitati non abbiano lasciato alcuno spazio per i nostri amici animali. Il disturbo e la trasformazione ambientale esercitano una pressione selettiva talmente potente, da azzerare quasi completamente il numero di animali selvatici presenti nelle città.

La teoria del disturbo intermedio, secondo la quale una moderata pressione e presenza umana favorisce l’aumento di biodiversità, possiamo riscontrarla in tutti i piccoli giardini di casa, dove, piantando alberi ed essenze floreali contribuiamo ad incrementare la diversità ecosistemica delle città. A questo dovremo tendere, perché, ogni qualvolta le città si espandono, molte specie presenti sul territorio fuggono, altre si estinguono localmente e solo pochissime riescono ad insediarsi e sopravvivere con successo all’interno di un contesto urbano. Queste specie sono quelle che praticano il cosiddetto inurbamento attivo: colonizzano le città in maniera volontaria e diretta. È il caso di molti uccelli, quali rondoni, balestrucci, merli, passeri e soprattutto storni, colombi, gabbiani, gazze e cornacchie. Questi ultimi, numerosissimi, si avvantaggiano direttamente della presenza umana sul territorio, riuscendo ad accrescere notevolmente la loro popolazione.

L’inurbamento passivo, invece, si verifica soprattutto nelle zone più periferiche delle città e riguarda principalmente tutte quelle popolazioni che, con l’espansione cittadina, vengono inglobate nei quartieri appena nati. Fintanto che non viene superata una certa soglia di disturbo e modificazione del territorio, queste specie riescono a sopravvivere, tollerando la presenza dell’uomo ed entrando a far parte della nuova fauna urbana. Anche qui sono soprattutto gli uccelli quelli che meglio riescono ad adattarsi: saltimpalo, averla minore e beccamoschino.
C’è poi il fenomeno dell’intolleranza di alcuni animali verso l’insediamento urbano. Questa realtà è tipica di specie molto sensibili, che abbandonano volontariamente una zona molesta, alla ricerca di luoghi più tranquilli. Si tratta soprattutto di animali di grandi dimensioni, che seguono una dieta molto specializzata, come i grandi carnivori e gli uccelli rapaci.

Oggi la ricerca ha raggiunto livelli di approfondimento e diversificazione prima impensabili. Siamo in grado di affrontare molteplici aspetti, che spaziano dalle strategie di adattamento all’ambiente urbano agli effetti dei fattori di impatto, dal ruolo degli uccelli come sentinelle alle relazioni uomo-animali all’interno delle comunità cittadine. Sebbene non sia possibile paragonare l’Italia a paesi più attivi e sensibili al tema della biodiversità, anche il nostro paese si è recentemente dotato di norme a tutela ambientale, emanate per ratificare convenzioni ed accordi internazionali, cui anche noi avevamo aderito. Tra i fiori all’occhiello del nostro paese spicca un grande primato: la maggior produzione al mondo di atlanti ornitologici urbani, che ad oggi sono 50 ed interessano ben 40 aree urbane.
Basare la politica in materia di tutela ambientale e protezione faunistica, anche urbana, sulla partecipazione democratica di un’opinione pubblica informata e sensibilizzata verso il valore intrinseco, oltre che economico, della biodiversità è la sola strategia che può garantire un giusto futuro alle bellezze straordinarie del nostro Paese.