Quanto costa all’ambiente un cappotto di pelliccia

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La mistificazione della caccia selettiva. Mediante l’utilizzo di trappole vengono solitamente prelevati individui sani e molto raramente soggetti malati, infermi, anziani o molto giovani, che invece in natura sarebbero i più esposti alla selezione naturale

L’allevamento di animali da pelliccia iniziò in America alla fine del XIX secolo, diffondendosi in Europa solo nel secolo successivo.

Le specie maggiormente allevate sono da sempre volpi (Vulpes vulpes, Alopex lagopus) e visoni americani (Mustela vison), subito seguiti da puzzole (Mustela putorius), procioni (Nyctereutes procyonoides), cincillà (Chinchilla laniger), nutrie (Myocastor coypus) e conigli di razza «Rex» (Oryctolagus cuniculus).

In Europa, gli allevamenti di animali da pelliccia si concentrano soprattutto in Olanda, Danimarca e Finlandia, sebbene la Cina rimanga leader mondiale nella produzione ed esportazione di pellicce provenienti da allevamento, seguita da Russia, Canada e Stati Uniti per quanto riguarda la produzione di pellicce da animali di cattura. Fra questi abbiamo il castoro canadese (Castor canadensis), il coyote (Canis latrans) l’ermellino (Mustela erminea), la volpe grigia (Urocyon cinereoargenteus e Pseudalopex griseus), la volpe rossa (Vulpes vulpes), il kolinski (Mustela sibirica), la martora americana (Martes americana), il visone (Mustela vison), la ratmosque (Ondatra zibethica), la nutria (Myocastor coypus), l’opossum (Trichosurus vulpecula), il procione (Procyon lotor), lo zibellino (Martes zibellina), molte specie di scoiattolo (Sciurus sp.), la donnola (Mustela nivalis), il tasso americano (Taxidea taxus), molte specie di lince (Lynx sp.), la lontra (Lutra lutra) e il cane procione (Nyctereutes procyonoides).

La cattura degli animali selvatici, da cui proviene il 15% della produzione di pellicce, avviene principalmente per mezzo di trappole, il cui uso è attualmente vietato in Italia. Il prelievo di animali in natura avverrebbe nell’ambito di programmi di gestione e controllo della fauna selvatica e riguarderebbe soltanto specie abbondanti e non protette. Lo scopo sarebbe quello di contenere le malattie, mantenendo l’equilibrio ecologico. Tuttavia, come spiegato dalla dott.ssa Manuela Cassotta, biologa referente del Mifa (Missione Fauna e Ambiente onlus), si tratta di una teoria senza alcun fondamento scientifico: i dati disponibili dimostrano che l’uso di trappole, come anche l’attività di caccia, rappresenta uno dei maggior fattori di alterazione dell’equilibrio ecologico. Poiché la numerosità di una popolazione viene regolata dalla cosiddetta capacità portante del sistema e non dall’azione esterna dell’uomo, i tentativi di riduzione/eliminazione numerica degli individui di una specie sono destinati al fallimento. Mediante l’utilizzo di trappole vengono solitamente prelevati individui sani e molto raramente soggetti malati, infermi, anziani o molto giovani, che invece in natura sarebbero i più esposti alla selezione naturale. Ciò determina un indebolimento generale della popolazione con una grave destrutturazione.

Se in Cina ed in molti altri paesi orientali non vi è alcuna norma a tutela del benessere animale, in molti altri paesi la Iftf (International Fur Trade Federation) disciplina non solo l’allevamento, ma anche i metodi di uccisione degli animali. Fra i più utilizzati, al fine di preservare compostezza e lucidità dei mantelli, vi è la dislocazione delle vertebre cervicali, l’elettrocuzione e l’utilizzo di gas.

Dalla Cina provengono anche le pellicce di cani e gatti: nonostante il divieto di importazione in Italia di tali pelli (Legge 189/04) e poiché non vi è obbligo di etichettatura e dichiarazione doganale, attualmente non è possibile effettuare alcun controllo. Queste pellicce, ancora oggi, rappresentano una realtà assai diffusa, potendo nascondersi ovunque, sotto i più svariati nomi ed aspetti.

Ciò che viene spesso dimenticato, o volontariamente tralasciato, è che l’allevamento di animali da pelliccia è un allevamento intensivo a tutti gli effetti. Come accade in ogni allevamento intensivo, le produzioni di reflui contribuiscono ad inquinare aria, acque e suolo, riversando nell’ambiente grandi quantità di composti azotati. Considerando che un solo visone produce circa 22 kg di escrementi nell’arco della sua breve vita, in un anno i soli allevamenti americani di visoni produrranno circa 62.000 tonnellate di letame, che si tradurranno in ben 1.000 tonnellate di fosforo immesse nell’ambiente. E non è tutto. Come è noto, infatti, l’industria conciaria rappresenta uno dei compartimenti a maggiore impatto ambientale: la lavorazione di pelle e pellicce necessita di un elevatissimo consumo idrico e dell’impiego di numerose sostanze chimiche, tossiche e cancerogene, spesso riversate nell’ambiente circostante. Il fenomeno è accentuato dal fatto che le industrie conciarie sono presenti in distretti specializzati, motivo per cui l’alta concentrazione di imprese in zone delimitate determina una forte pressione sull’ambiente, sulle comunità animali e vegetali e su tutto l’ecosistema, popolazioni locali comprese.

Secondo i calcoli di Gregory H. Smith, ingegnere della Ford Usa, l’energia necessaria per produrre un cappotto in pelliccia, a partire da pelli vere di animali allevati, è approssimativamente 20 volte quella necessaria per una pelliccia sintetica. Se per una pelliccia per così dire ecologica occorre un’energia pari a quella prodotta da circa 280 litri di benzina, per una sintetica ne bastano meno di 5 litri.

Viene da chiedersi se, considerazioni etiche a parte, la pelliccia sia davvero quel capo ecologico che l’industria pubblicizza, ancor più se messo in relazione alle attività di concia, che da sempre contraddistinguono questo settore.