Il Parco d’Abruzzo dimentica anche gli agricoltori

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Proteste della Fima: nel bilancio dei parchi non bisogna dimenticare il valore dell’uomo, diversamente diventano musei. Le attività silvo-pastorali sono parte integrante della storia di un territorio

Non si placano le proteste per l’organizzazione delle celebrazioni dei 90 anni del Parco d’Abruzzo. Molte le lacune, alcune segnalate pochi giorni fa, ora le proteste degli agricoltori del Parco che, pur essendo a favore dell’esistenza del Parco, ne denunciano una deriva pericolosa che non tiene presente la storia stessa delle popolazioni, della cultura locale. Evidentemente il tallone d’Achille è proprio la storia. Di seguito pubblichiamo il comunicato.

«Se i parchi sono il prodotto di una società che ha un territorio e una storia, bene in quella storia c’è, soprattutto, l’uomo con le sue attività silvo-pastorali, che non sempre riesce a realizzare la migliore integrazione con il suo ambiente naturale quando le istituzioni pongono troppi ostacoli alle sue esigenze». Lo dichiara Saverio De Bonis, coordinatore della Fima, Federazione italiana movimenti agricoli, in occasione della manifestazione di Pescasseroli.

Premesso che la principale funzione del parco è quella di proteggere la natura, è anche vero che le aspettative di valorizzazione del lavoro degli agricoltori che operano al suo interno non possono essere disattese. Le celebrazioni del 90° anniversario del Parco nazionale degli Abruzzi, avrebbero dovuto essere un’occasione di riflessione per l’intera comunità anche su questi aspetti, «ma ai nostri agricoltori del Parco questa possibilità è stata preclusa. Non solo – prosegue il coordinatore – i protagonisti del Parco, depositari di una storia millenaria fatta di transumanza e autentici soggetti del territorio, incontrano sempre più difficoltà a svolgere la loro attività».

L’Astap, associazione di tutela delle attività nel Parco, che aderisce alla Fima, in occasione del compleanno del Parco ha voluto comunicare il disagio dei propri allevatori associati, attraverso una manifestazione pacifica con campanacci e cartelli. Gli allevatori del Parco da tempo conducono una battaglia a difesa dello stesso per valorizzarne al massimo le sue funzioni, ma soprattutto per garantire la sopravvivenza dell’uomo, messa a repentaglio sempre più non dagli attacchi dei lupi o degli orsi, bensì dall’indifferenza di un Ente che trascura i loro bisogni e si trasforma, spesso, in un soggetto pronto a cacciare gli agricoltori dal Parco attraverso le sue regole.

Cosa lamentano gli agricoltori del parco più grande e più famoso d’Italia? Troppi vincoli. Intanto l’impossibilità di far valere i loro diritti riguardo gli indennizzi danni fauna prodotti dagli animali protetti. In passato è accaduto che un allevatore sia salito su un albero di fronte agli uffici del Parco, a Pescasseroli, e abbia minacciato di darsi fuoco se non fosse stato risarcito per i danni provocati ai suoi bovini da lupi e orsi. È anche accaduto che le guardie del Parco abbiano effettuato due diversi verbali contraddittori ai fini di un accertamento sulla predazione di alcuni bovini.

«Sono cose inaudite – dichiara De Bonis – non si può dimenticare che da queste zone partiva il Regio Tratturo Pescasseroli-Candela, l’antica strada della transumanza usata dai pastori dell’Abruzzo per raggiungere con le loro greggi le pianure del Tavoliere della Puglia. E uno degli aspetti più intollerabili – continua – è proprio legato alle molteplici denunce che gli allevatori sono costretti a subire per via del pascolo». Nei secoli la presenza degli animali è stata utile al bosco: mangiando l’erba gli animali hanno fatto prevenzione naturale verso gli incendi. Ora, se una mucca sconfina nei boschi da un Comune all’altro, perché non conosce i cartelli, ecco che le guardie sono pronte ad infilzare gli allevatori con ripetute denunce tese a scoraggiarne il pascolo, dunque, l’attività stessa, costringendoli a lunghi processi in Tribunale. «Possibile – conclude il coordinatore della Fima – che se un allevatore paga i diritti di pascolo ad un’amministrazione pubblica, non debba poter esercitare liberamente la sua attività anche quando c’è uno sconfinamento involontario? Perché la contiguità dei vari comuni deve essere un limite per l’ attività dell’uomo? Non sarebbe meglio istituire un meccanismo automatico che regoli lo storno dei diritti di pascolo tra amministrazioni di uno stesso Stato?».

La pressante attività di ostacolare i produttori dell’area protetta è dimostrata anche dai regolamenti urbanistici del Parco che, da un lato, pongono vincoli eccessivi alla costruzione di fabbricati agricoli, dall’altro, sono distratti quando bisogna realizzare strutture ricettive per il turismo.

Se si continua così, mentre il Parco si allarga, l’agricoltura si restringe! Noi dobbiamo impedire che una buona idea come il Parco venga rovinata dai professionisti del Parco.

Gli allevatori, dunque, meritano maggior rispetto, ma soprattutto merita rispetto una storia millenaria della transumanza. Occorre verificare subito, insieme al ministro dell’Agricoltura e ai soggetti presenti nel Parco, tutto quello che ha funzionato bene o non ha funzionato per evitare che, se l’uomo esce dal Parco, il Parco muoia e diventi un museo. Per fare questo è necessario incentivare la presenza dell’uomo e prevedere una tutela del suo reddito.

(Fonte Fima)