I mille dubbi sul seno di Angelina

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Dobbiamo essere consapevoli che sempre più esami diagnostici saranno alla portata di tutti e sempre più malattie sarà possibile approcciare, gestire, prevenire e curare: il prezzo che dovremo pagare, però, sarà inevitabilmente quello di fare i conti con il pensiero unico di chi ha la presunzione di conoscere già tutte le risposte mentre invece, sempre più spesso, tocca avere l’umiltà di prospettare domande

Questa rubrica è dedicata alla salute ed a tutto il mondo che gira attorno ad essa. Poche parole, pensieri al volo, qualche provocazione, insomma «pillole» non sempre convenzionali. L’autore è Carlo Casamassima, medico e gastroenterologo, ecologista nonché collaboratore di «Villaggio Globale». Chi è interessato può interagire ponendo domande.

 

Amata, invidiata, inseguita, corteggiata, ammirata: ancora una volta Angelina Jolie torna a far parlare di sé e lo fa, come spesso le succede, in modo non banale ed anzi fortemente provocatorio. Le cronache di questi giorni hanno reso noto che l’attrice, sottopostasi ad un test genetico di analisi del proprio patrimonio genetico e preso atto della propria condizione di portatrice di variante mutata del gene Brca1, ha deciso di farsi asportare entrambi i seni come misura preventiva per la neoplasia alla mammella, con la prospettiva di sottoporsi ad intervento di ovariectomia bilaterale per ridurre ulteriormente la probabilità di ammalarsi di tumore.

Angelina Jolie appartiene ad una famiglia ad alto rischio di incidenza tumorale ed ha perso la propria madre all’età di 56 anni dopo che la madre dell’attrice ha lottato per almeno dieci anni contro il cancro: è stata questa la molla, dicono le cronache, che l’ha spinta, una volta venuta a conoscenza di possedere nel proprio patrimonio genetico una particolare specie di modificazione genetica associata ad un altissimo rischio di sviluppare tumore, a sottoporsi a mastectomia bilaterale preventiva.
Le modificazioni dei geni Brca1 e Brca2 determinano, secondo studi ormai consolidati, probabilità sino all’87% di sviluppare un tumore nell’apparato genitale femminile e le mammelle, le ovaie e l’utero sono gli organi tenuti sotto stretta osservazione in chi scopre di avere questa caratteristica nel proprio Dna. Da quando i test genetici per questo tipo di mutazione sono diventati una realtà sempre più donne si ritrovano dinanzi all’inquietante domanda sul cosa fare in caso di positività: fare un monitoraggio costante ed anche più ravvicinato rispetto a quello proposto al resto della popolazione femminile oppure prendere una decisione più traumatica e definitiva, asportando gli organi che potrebbero essere interessati alla neoplasia.
Sono, al momento, test molto costosi e non è da escludere che una certa drammatizzazione dell’intera vicenda sia anche fortemente legata agli interessi di chi spinge sull’acceleratore della diagnosi genetica anche per via di forti interessi di parte. Non c’è dubbio però che il ritrovarsi di fronte ad un bivio di quel tipo non è una condizione semplice e pone tutti, pazienti e medici, dinanzi alla possibilità di commettere errori sia di sopravvalutazione del problema sia di sottovalutazione delle conseguenze.
Noi riteniamo che, ancora una volta, sia giusto e ragionevole lasciare la scelta del cosa fare alla paziente che, dinanzi al quesito specifico imposto dall’eventuale presenza del Brca1 o Brca2 mutato, deve valutare e decidere senza rispondere ad altri che non alla propria visione della vita e dei problemi: amputarsi in giovane età entrambi i seni (per quanto poi ricostruiti con la migliore chirurgia plastica ed estetica come sicuramente sarà nel caso della Jolie) è un atto fortemente sconvolgente. Come altrettanto angosciante è vivere nella condizione di dubbio o di attesa di un qualcosa che è già toccata ad altri della propria famiglia, lasciando inevitabilmente scie di dolore e frustrazione.
È questo un caso in cui la medicina deve saper entrare in punta di piedi nella vita delle persone, senza alzare muri e senza proporre soluzioni valide per tutti: paziente e medico, pazienti e centri di riferimento, devono saper trovare strade percorribili e soluzioni adatte non a tutti i pazienti bensì rispetto a quello specifico paziente che si ha di fronte. Una persona non è come un’altra, una donna non è come un’altra.
L’importante è rendersi conto di quanta complessità ci sia dietro qualsiasi atto medico e quanta delicata empatia sia necessaria per percorrere insieme al paziente un cammino che qualche volta è fatto di scelte difficilissime.
La stagione dei diritti delle persone, del rispetto di ciascuno, della difesa delle individualità passerà sempre più dalla nostra capacità di discutere di queste scelte senza colpevolizzare, senza attaccare, senza criminalizzare. Dobbiamo essere consapevoli che sempre più esami diagnostici saranno alla portata di tutti e sempre più malattie sarà possibile approcciare, gestire, prevenire e curare: il prezzo che dovremo pagare, però, sarà inevitabilmente quello di fare i conti con il pensiero unico di chi ha la presunzione di conoscere già tutte le risposte mentre invece, sempre più spesso, tocca avere l’umiltà di prospettare domande.