Geni umani, in Usa sono bene comune

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Dichiarato non brevettabile il genoma umano (con tutte le conseguenze che discendono da tale decisione) assimilando l’intera catena DNA degli esseri umani ad un bene non privatizzabile e non sfruttabile, quindi, a scopi commerciali. Come gli ecologisti hanno più volte affermato, la sfida del futuro sarà sui grandi mercati o meglio sul mercato dei grandi beni, quelli che mai ci saremmo aspettati di dover difendere da chi vuole gestirli guardando il proprio ed il nostro portafogli: dobbiamo esserne pienamente consapevoli

Questa rubrica è dedicata alla salute ed a tutto il mondo che gira attorno ad essa. Poche parole, pensieri al volo, qualche provocazione, insomma «pillole» non sempre convenzionali. L’autore è Carlo Casamassima, medico e gastroenterologo, ecologista nonché collaboratore di «Villaggio Globale». Chi è interessato può interagire ponendo domande.

La notizia è di quelle che fanno contenti i medici che hanno a cuore la salute della gente, felici i cittadini che vogliono sentirsi protetti e curati senza dover esser spremuti finanziariamente come limoni, speranzosi gli ecologisti capaci di intravedere all’orizzonte battaglie importanti sulle quali investire energie ed entusiasmi. E che certamente soddisfa molto meno la grande industria del business della salute, interessata a «griffare» tutto quanto possa essere oggetto di brevetto, per poi farne un uso economico quando non politico: la scelta della Corte Suprema Usa ha dichiarato non brevettabile il genoma umano (con tutte le conseguenze che discendono da tale decisione) assimilando l’intera catena DNA degli esseri umani ad un bene non privatizzabile e non sfruttabile, quindi, a scopi commerciali.
In realtà la sentenza parla espressamente di geni umani e non propone la stessa chiave di lettura in merito ai geni sintetici (su cui la ricerca è ormai molto avanti e pronta alla gestione di una nuova fase dell’intera vicenda relativa al genoma dei viventi) e questo lascia spazio a riflessioni e prospettive per molti versi discutibili, ma per intanto il punto fermo nella dottrina giuridica statunitense rimane ancorata al principio della sostanziale intoccabilità della proprietà del patrimonio genetico umano.

La Corte doveva decidere in merito alla richiesta avanzata dalla Myriad Genetics, una vera e propria holding della genetica, che chiedeva di poter sfruttare in modalità totalmente privatistica le conoscenze sui due geni di cui anche noi abbiamo recentemente parlato a proposito della duplice mastectomia preventiva di Angelina Jolie vale a dire il Brca1 e il Brca2, associati ad un elevatissimo rischio di cancro all’apparato genitale femminile e di cui la Myriad è detentrice di brevetto.
L’esclusiva della gestione dei due geni ed il costo elevatissimo dei test diagnostici sono fra le conseguenze di quel diritto di privativa che invece ora viene ad essere di fatto smantellato da una sentenza in parte coraggiosa (no alla proprietà privata del patrimonio genetico dell’uomo) ed in parte ambigua (sì alla possibilità di brevettare ed impadronirsi di sequenze geniche «sintetiche» ormai alla portata di molti laboratori di ricerca). Una notizia buona per l’esistente condita da una postilla molto meno chiara per il domani e che lascia spazio a future implicazioni commerciali non propriamente tranquillizzanti.
Non si potrà vantare l’esclusività sui geni di cui siamo costituiti e che caratterizzano in modo singolare ciascun essere umano (e da ciò conseguirà una maggiore libertà d’azione sia sulla ricerca che sulla commercializzazione di ciò che attiene a quella parte della genetica, compresi in primis i materiali diagnostici che renderanno in sostanza molto più economici e fruibili gli esami di diagnosi precoce per una lunga serie di patologie o di condizioni fisiologiche associate ad un maggior rischio di patologia) mentre si potrà continuare a studiare e brevettare sequenze geniche sintetizzate in laboratorio che, però, in futuro giocheranno di sicuro un ruolo determinante nella partita della salute di tutti, potendosi creare condizioni di privilegio economico, sociale e politico nell’utilizzo di tali conoscenze e relativi rimedi.

Per ora il segnale è quello che va in direzione di un rifiuto della privatizzazione di ciò che di più peculiare abbiamo, il nostro DNA, con l’assimilazione concettuale e legale dei nostri geni a quei beni comuni a cui appartengono (a cui anzi devono appartenere!) l’aria, l’acqua, il paesaggio e così via. La battaglia però è una di quelle su cui si concentreranno senza alcun dubbio le energie di tutti: di chi vuol fare mercato sulla vita umana e di chi vuol sostenere un’idea di mercato che non può in alcun modo impadronirsi di quello che per definizione non dovrebbe mai essere possibile oggetto di compravendita, in primis del corpo umano, in qualsiasi sua espressione.

Come gli ecologisti hanno più volte affermato, la sfida del futuro sarà sui grandi mercati o meglio sul mercato dei grandi beni, quelli che mai ci saremmo aspettati di dover difendere da chi vuole gestirli guardando il proprio ed il nostro portafogli: dobbiamo esserne pienamente consapevoli.
Converrà quindi che anche da noi, almeno ogni tanto, la politica faccia un balzo qualitativo in avanti e si abitui sempre più a confrontarsi su queste grandi tematiche, lasciando perdere argomenti francamente risibili ed alla prova dei fatti secondari. Lo stesso ecologismo deve ritrovare la forza per rimettersi in gioco su queste tematiche, guardando ben oltre le vicende provinciali o personalistiche in cui troppo spesso annega.
Quanto ai medici, devono essere ben consapevoli che proprio sulla salute si giocherà uno dei grandi scontri di civiltà dell’immediato futuro. Stare dalla parte dei propri pazienti significherà, una volta di più, fare scelte, pronunciarsi, scendere in campo. Dalla parte giusta.