Adriatico, il mare con il più elevato numero di specie non indigene

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Campionamenti di benthos, colonna d’acqua nei porti e campionamenti a bordo delle navi che hanno permesso di mettere a punto nuovi protocolli operativi condivisi, incluso il sistema di Early Warning per le specie nocive in Adriatico, sistema che ha come obiettivo quello di consentire un intervento tempestivo ed efficace qualora specie non indigene o indigene nocive vengano rinvenute nei porti o aree limitrofe, evitando gravi conseguenze come quelle verificatesi lungo le coste peruviane agli inizi degli anni 90. > Il Quaderno di pesca Balmas

Si è svolto a Bari l’Infoday del progetto Ballast water management system for Adriatic sea protection (Balmas) sulla gestione delle acque di zavorra delle navi in Adriatico.
Un sistema condiviso per il monitoraggio dei porti italiani, con l’obiettivo dell’individuazione di specie aliene, e la messa a punto di un sistema di allerta che diffonda subito la notizia dell’avvistamento di queste specie potenzialmente nocive.
L’evento, rivolto principalmente al territorio, è stata l’occasione per presentare i primi risultati del progetto che ha visto, solo nel porto pugliese e con il monitoraggio sulla componente bentonica, la presenza di 11 specie non indigene su fondi duri, 3 specie non indigene di fondi mobili e 2 specie macroalgali aliene.
Organismi, come ad esempio il polichete Pseudopolydora vexillosa, che finora era stato trovato solo a Taiwan o come il polichete Hydroides elegans, proveniente dall’Australia, o ancora il bivalve Anadara transversa, probabilmente originario del Golfo del Messico.
Nei quattro porti investigati in Italia, oltre a Bari sono stati coinvolti quelli di Trieste, Venezia e Ancona, sono state individuate 91 specie non indigene, 9 delle quali potenzialmente nocive; un dato che rende il mare Adriatico il mare italiano con il più elevato numero di specie non indigene, in particolare nella sua parte nord.
Grazie al progetto Balmas, che ha tra i partner, per l’Italia, oltre l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) anche il Comando generale delle capitanerie di Porto, il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr-Ismar), l’Istituto nazionale di oceanografia e di geofisica sperimentale (Ogs) e il Centro ricerche marine di Cesenatico, per la prima volta sono state condotte specifiche indagini nei porti per l’identificazione di specie non indigene e specie nocive.
Campionamenti di benthos, colonna d’acqua nei porti e campionamenti a bordo delle navi che hanno permesso di mettere a punto nuovi protocolli operativi condivisi, incluso il sistema di Early Warning per le specie nocive in Adriatico, sistema che ha come obiettivo quello di consentire un intervento tempestivo ed efficace qualora specie non indigene o indigene nocive vengano rinvenute nei porti o aree limitrofe, evitando gravi conseguenze come quelle verificatesi lungo le coste peruviane agli inizi degli anni 90, in cui le epidemie di colera sono state associate proprio agli scarichi di acque di zavorra.
Un progetto che ha compreso il valore della partecipazione pubblica nella ricerca scientifica e questo grazie anche all’emergere di fenomeni come le invasioni biologiche, che coinvolgono enormi spazi naturali e che possono essere molto difficili da monitorare con i metodi tradizionali.
Perché una specie mai vista prima desta sempre una certa curiosità ma chi scopre per primo questi arrivi quasi sempre non è uno scienziato bensì chi più spesso è a contatto con l’ambiente naturale siano questi pescatori, subacquei, tutti quelli che dedicano la loro vita al mare.
Una collaborazione tra cittadini e ricercatori che offre formidabili possibilità per ampliare la capacità di comprensione dei fenomeni naturali. Una scienza cittadina, o citizen science, che prevede la raccolta di osservazioni in maniera volontaria da appassionati amatori, secondo una guida o delle indicazioni fornite da ricercatori professionisti.
Perché il rapporto tra la nostra specie e gli ambienti naturali è cambiato irreversibilmente e osservare con occhi attenti, comprendere la fragilità degli equilibri ecologici, condividere le proprie conoscenze sono le basi di un ideale sistema socio ecologico in cui il pescatore non è soltanto un operatore che preleva risorse ma un profondo conoscitore della natura, un attore responsabile, in prima linea per la difesa del mare e delle sue risorse.