Camerun, indagine sul Wwf

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© Selcen Kucukustel/Atlas
I popoli «Pigmei» come i Baka hanno vissuto nelle foreste del Bacino del Congo per millenni. Oggi vengono sfrattati illegalmente nel nome della conservazione, ma il disboscamento, il bracconaggio e altre minacce a specie a rischio estinzione, come i gorilla, gli elefanti della foresta e i pangolini, continuano.

Il Wwf avrebbe finanziato violazioni dei diritti umani. Il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni Survival International aveva presentato l’Istanza nel febbraio 2016, portando numerosi esempi di abusi violenti e di persecuzioni perpetrate contro i «Pigmei» Baka in Camerun da parte di squadre anti-bracconaggio finanziate dall’Associazione

Le puntualizzazioni dell’Associazione

Sembra essere giunta alla resa dei conti la infinita questione degli interventi del Wwf in Congo, Camerun e altre zone dove per accelerare la creazione di aree protette l’Associazione userebbe metodi molto discutibili e soprattutto dannosi per le popolazioni locali. Le accuse giungono da un’altra associazione, la Survival International, che ha ingaggiato da anni una dura battaglia di comunicati, ed ora il Wwf ha prontamente risposto anche a quest’ultimo atto…
Noi ce ne siamo già occupati nel 2011 dopo un reportage che riferiva già di questi fatti ora sotto inchiesta da parte dell’Ocse. Ci fu anche una polemica risposta del Wwf ma i fatti non sono cambiati stando ai successivi comunicati di Survival International ed ora all’apertura dell’indagine.
Infatti, con una decisione senza precedenti, si legge in un comunicato di Survival, un membro dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha deciso di investigare in merito a un’istanza secondo cui il Wwf (Fondo Mondiale per la Natura) avrebbe finanziato violazioni dei diritti umani in Camerun, avviando così un procedimento utilizzato finora solo per le aziende multinazionali.
Il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni Survival International aveva presentato l’Istanza nel febbraio 2016, portando numerosi esempi di abusi violenti e di persecuzioni perpetrate contro i «Pigmei» Baka in Camerun da parte di squadre anti-bracconaggio finanziate dal Wwf. Secondo Survival, il Wwf ha anche mancato di ottenere il consenso libero, previo e informato delle comunità sui progetti di conservazione avviati nelle loro terre ancestrali.
È la prima volta, sottolinea il comunicato di Survival, che un’organizzazione no-profit viene esaminata in questo modo. L’accettazione dell’Istanza implica che l’Ocse valuterà le responsabilità del Wwf in termini di rispetto dei diritti umani secondo gli stessi standard previsti per le società commerciali.
Il Wwf finanzierebbe squadre anti-bracconaggio in Camerun e in altre zone del Bacino del Congo. I Baka e altre tribù della foresta pluviale denunciano abusi sistematici commessi da queste squadre, tra cui arresti e pestaggi, torture e persino morte, da oltre vent’anni.

Survival, si legge sempre nel comunicato, aveva chiesto per la prima volta al Wwf di cambiare il proprio approccio nella regione già nel 1991, ma da allora la situazione è peggiorata.
I Baka hanno raccontato più volte a Survival delle attività di queste squadre anti-bracconaggio nella regione. «Hanno picchiato i bambini e una donna anziana con i machete – ha testimoniato un uomo Baka a Survival nel 2016 riferendosi alle squadre anti-bracconaggio -. Mia figlia sta ancora male. L’hanno costretta ad accucciarsi e l’hanno picchiata ovunque con il machete, sulla schiena, sul sedere… dappertutto».
In due lettere aperte, i Baka hanno lanciato appelli disperati ai conservazionisti chiedendo loro di permettergli di restare nelle proprie terre. «I progetti di conservazione dovrebbero essere comprensivi verso il modo in cui utilizziamo la foresta… Perché le nostre vite dipendono da essa».
Il Wwf ha respinto le accuse di Survival. Riconosce che ci sono stati abusi ma, in una dichiarazione del 2015, un portavoce affermava che tali incidenti «sembrano essere diminuiti», nonostante le ripetute testimonianze degli stessi Baka. Nella sua risposta all’Ocse, l’organizzazione ha citato l’instabilità politica nella regione e le difficoltà nei processi di creazione delle «aree protette» per la conservazione della fauna come le ragioni principali delle violazioni dei diritti umani. Non ha negato però il suo coinvolgimento nel finanziamento, nell’addestramento e nell’equipaggiamento delle guardie.
«Il fatto che l’Ocse abbia accettato la nostra Istanza costituisce un enorme passo avanti per i popoli vulnerabili: potevano già ricorrere alle Linee Guida dell’Ocse per cercare di fermare le aziende che li maltrattano, ma per la prima volta oggi è stato concordato che tali regole possono essere applicate anche a Ong di scala industriale, come il Wwf – ha affermato Stephen Corry, Direttore generale di Survival International -. Il lavoro del Wwf ha portato ai popoli indigeni del Bacino del Congo decenni di sofferenze. Il Wwf non ha fatto niente di concreto per rispondere alle preoccupazioni di migliaia di indigeni derubati e maltrattati per effetto dei suoi progetti. Tutto questo deve cambiare. Se il Wwf non può garantire che certe iniziative rispettino gli standard delle Nazioni Unite e dell’Ocse, semplicemente non dovrebbe finanziarle. Per quanto buono possa essere il lavoro che conduce altrove, nulla giustifica il fatto che finanzi abusi dei diritti umani. Le grandi organizzazioni della conservazione devono smettere di collaborare al furto delle terre indigene. I popoli indigeni sono i migliori conservazionisti e custodi del mondo naturale. A guidare il movimento ambientalista dovrebbero essere loro».