Il bene comune, l’orso e gli anglicismi devastanti

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orso animali

L’importante intervento di Franco Tassi alle Giornate Siua di Bologna. «Evitare settorialismi, tecnicismi e, aggiungeremmo noi, anche eccessivi “anglicismi”. Come ad esempio il classico Wolf Management Plan, che nasconde il vero obiettivo, l’abbattimento dei Lupi»

Il comportamento sociale degli animali è stato al centro delle Giornate Siua il cui tema era «Bene Comune» e si è svolto a Bologna.

Di grande attualità l’atteso Rapporto di Franco Tassi sull’animale più importante e minacciato della Fauna d’Italia: l’Orso bruno marsicano.

Malgrado il Plantigrado venga seguito e studiato da lungo tempo, la sua Etologia è particolarmente complessa, ricca di aspetti interessanti, misteri e sorprese che si svelano solo a chi, anziché dai libri e in laboratorio, impara a comprenderla frequentando le sue foreste, osservando attentamente ogni segno di presenza, e raccogliendo le testimonianze della gente della montagna: pastori, contadini, boscaioli, guardaparco e naturalisti.

Sbaglierebbe chi pensasse che la vita dell’Orso sia passiva e ripetitiva, guidata solo da istinti meccanici e riflessi condizionati, mossi da bisogni e fattori esterni. L’Etologia dell’Orso è invece cognitiva, espressa in una straordinaria varietà di comportamenti, per cui ogni individuo di questa specie unica può presentare una propria personalità del tutto diversa. Tanto evoluta e imprevedibile, da sorprendere anche i più esperti studiosi…

Chi ha visto Mamma Orsa comodamente seduta allattare i cuccioli stringendoli a sé, o dritta sulle zampe affrontare e mettere in fuga un nemico che osi avvicinarsi troppo, può ben comprendere a cosa ci riferiamo. E quando si vede l’Orso che per fame cerca di rubare una pecora, o che sgretola un tronco marcescente per estrarne larve e formiche; o che spacca un alveare leccando con golosità una macedonia di api mescolate al miele, o ancora che si arrampica su un melo per fare scorpacciata di frutta; ci si rende conto di avere di fronte non una belva feroce, ma un grande animale oggi dedito a una dieta in gran parte vegetariana e onnivora. Un pacifico gigante vagabondo, da cui non abbiamo nulla da temere, e con il quale possiamo tranquillamente convivere.

Ma allora perché mai quest’Uomo, che si reputa tanto intelligente, ha sempre dichiarato guerra all’Orso, perseguitandolo al punto da spingerlo al limite dell’estinzione? Con un po’ di impegno e sacrificio, certi conflitti, che pure non mancano, potrebbero essere evitati: anzitutto smettendo di considerarlo come un bel soprammobile e giocattolo, ma rispettandolo come merita ogni Creatura della Terra. Non antropomorfizzandolo, ma amandolo e ammirandolo, e dal quale trarre validissimi insegnamenti.

In sostanza, come ribadiamo da decenni, la vera lotta non si pone oggi tra due diversi esseri viventi, non si tratta insomma di «mors tua, vita mea» come pretendeva il «primigenio e belluino dilemma»: «Uomo o Orso?», ovvero «Prima di salvare l’Orso, pensate all’Uomo!». Come se salvare la Natura non giovasse, in fondo, all’Uomo stesso. Il conflitto esplode, sì, tra due diversi soggetti tra loro contrapposti. Ma si tratta, da un lato, di un Uomo egoista e materiale, che invade la Terra e ne rapina le risorse, auto-assolvendosi da ogni colpa, e scaricandola sulle vittime innocenti, senza scrupoli nel diffondere menzogne; e dall’altro di un Orso timido e schivo, che non sa mentire, esprime solo la Verità della Natura.

Franco Tassi, durante il suo intervento, ha avuto modo anche di approfondire un aspetto di estremo interesse sul potere delle parole usate nella conservazione della natura.

«Affrontando nel nostro tempo – ha detto – i grandi temi della Conservazione della Natura, ci si chiede spesso quale sia la strategia di comunicazione più efficace, e come si possa riuscire a esprimere ciò che sta avvenendo sul Pianeta, nell’eterno contrasto tra la devastazione e la conservazione. Come far percepire a un pubblico eterogeneo e vastissimo, che sembra indifferente e distratto, la necessità di aprire finalmente gli occhi, rendersi conto della situazione, e quindi agire di conseguenza? In altre parole, quale linguaggio adottare?

«Se oggi le grandi trasformazioni ambientali vengono comprese solo in parte e tardivamente, e manca una adeguata preparazione ecologica, non si può imputarne la colpa solo agli ascoltatori. Perché qualche responsabilità ricade anche su coloro che avrebbero dovuto spiegare, illustrare, documentare. Per coinvolgere il pubblico, infatti, si deve assolutamente modificare l’attuale sistema di comunicazione, che mutua termini e concetti dal mondo accademico, con un linguaggio scientifico per molti incomprensibile. Per risvegliare attenzione, interesse e curiosità, suscitando maggiore partecipazione e consenso, occorre invece parlare in modo emozionale, vivo, incisivo, accessibile a tutti. Questa è anche l’opinione espressa in un saggio illuminante dall’esperto inglese George Monbiot, che sostiene l’importanza di tornare a un vero e proprio “linguaggio naturale”.

«Evitare settorialismi, tecnicismi e, aggiungeremmo noi, anche eccessivi “anglicismi”. Come ad esempio il classico Wolf Management Plan, che nasconde il vero obiettivo, l’abbattimento dei Lupi. O come Ecological Services, quasi la Natura fosse al nostro servizio, mentre si tratta dei preziosi Benefici da lei profusi, per i quali dovremmo esserle grati. O come Natural Capital, come se operassimo in campo finanziario, mentre sarebbe assai meglio parlare di Nature Heritage, ovvero Patrimonio Naturale. Pretendere di valutare, quantificare, misurare e monetizzare la Natura è senza dubbio assurdo e aberrante, e per molti versi pericoloso (perché abbasserebbe il livello di tutela, che diventerebbe poi facilmente superabile offrendo un “prezzo” maggiore). Occorre cercare invece parole oneste e chiare, che non esprimano restrizioni o negatività. Secondo Monbiot, anziché dire Protected Areas, sarebbe bene parlare, piuttosto, di Natural Wonders, ovvero Meraviglie Naturali. Il cambiamento proposto può sembrare troppo repentino, ma non si può non riconoscerne la validità, nel moderno scenario della scienza della comunicazione.

«Un solo esempio – ha infine concluso – concreto è sufficiente a dimostrarlo. Quando, mezzo secolo fa, il Lupo era odiato e perseguitato, e tutti bramavano sterminarlo, i suoi difensori ne diffusero ampiamente un manifesto con una splendida immagine accompagnata da un semplice detto pellerossa: “Con tutti gli esseri, e con tutte le cose, noi saremo fratelli”… E fu allora, che tutto cambiò».

R. V. G.