La tragedia della Somalia

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Siccità, alluvioni, locuste e Coronavirus

Ci si chiede come questo paese possa affrontare una pandemia di questi proporzioni e soprattutto quali aiuti debbano necessariamente arrivare dai paesi occidentali, al fine di evitare una drammatica strage

In una Somalia provata da una sanguinosa guerra civile/tribale e da situazioni climatiche estreme (siccità/alluvioni) in piena invasione delle locuste del deserto, ci si trova a dover affrontare la prima crescita esponenziale dei casi di contagio da Coronavirus dopo quelli isolati del mese di marzo.

I 79 contagi del 5 maggio rappresentano un segnale preoccupante della curva dei contagi che ha avuto altri tre picchi il 21 aprile e 2 maggio per raggiungere un totale di 835 contagiati e 39 decessi. Questi dati ufficiali sono probabilmente molto sottostimati rispetto alla reale situazione. L’esplosione del Covid-19 in occidente ha causato inoltre un dimezzamento delle rimesse degli emigranti.

Questa situazione di criticità arriva dopo undici anni di lotte interne, accompagnate da lunghissimi periodi di siccità che hanno causato lo spostamento interno di circa 2,6 milioni di somali e uno spostamento fuori dai confini nazionali di circa 900mila persone.

La Somalia è una nazione con una superficie di 637mila Km2 (il doppio dell’Italia), abitata da circa 15 milioni di persone (1/4 rispetto all’Italia). Ha un’economia prevalentemente pastorale e agropastorale, dove il settore primario rappresenta circa il 75% della ricchezza del paese. La risorsa principale è l’allevamento semi-nomade di ovini, caprini e cammelli.

Le colture più importanti sono sesamo, sorgo e mais, oltre a frutta (banane), manioca, canna da zucchero.

Per secoli queste zone sono state abitate da pastori che in questi ultimi anni hanno visto impoverirsi i terreni a causa delle forte ondate di siccità, interrotte da devastanti alluvioni. Questi eventi estremi, sempre più frequenti e violenti nel paese, sono ritenuti un effetto dei cambiamenti climatici in atto.

La percentuale di popolazione urbanizzata è al 45% con una crescita media annua del 4%. Nei prossimi 5 anni altri tre milioni di somali andranno a vivere nelle città. Il combinato di conflitti e cambiamenti climatici ha costretto allo spostamento permanente il 17% della popolazione rurale che ha scelto di abbandonare la propria terra per vivere in agglomerati urbani, sempre più affollati e degradati, senza servizi, con grandi problemi di sicurezza alimentare.

In questo scenario desolante si sono andate a inserire l’invasione delle locuste del deserto che hanno avuto condizioni climatiche favorevoli alla loro moltiplicazione esponenziale (siccità/alluvioni) fino a coprire migliaia di km2 di superficie agricola.

Tale invasione rischia di distruggere i raccolti di quest’anno, costringendo così altri agricoltori a spostarsi verso le città. L’80% degli sfollati provenienti dalle aree rurali non può sostenere il costo di un affitto in città e quindi va a popolare aree periurbane limitrofe gravemente sovraffollate, dove non c’è nessun accesso all’acqua potabile e mancano i servizi di prima necessità. Agglomerati urbani che non garantiscono nemmeno la sicurezza sanitaria dei cittadini e dove un’epidemia come il Coronavirus potrebbe mietere migliaia di vittime per assenza dell’assistenza necessaria.

Avendo difficoltà a trovare lavoro, dopo lo spostamento forzato, molti dipendono dai finanziamenti delle Ong oppure dalle poche rimesse di parenti dall’estero. Questa situazione porta tali migranti a rischi elevati di insicurezza alimentare e sanitaria permanente.

In Somalia 4,7 milioni di persone, il 38% della popolazione, soffre di insicurezza alimentare, i raccolti sono diminuiti del 60% e molti pastori hanno perso circa il 75% del loro bestiame, portando così la povertà nelle zone rurali al 65%.

In particolare, nel periodo 2015-2016 El Niño (un fenomeno climatico periodico che provoca un forte riscaldamento delle acque dell’Oceano Pacifico Centro-Meridionale e Orientale – America Latina – nei mesi di dicembre e gennaio, in media ogni cinque anni) ha causato una grave siccità che è durata fino al 2017, seguita poi da inondazioni spropositate nel 2018, una grave siccità nel 2019 e di nuovo inondazioni record. Adesso le scorte alimentari sono ridotte al minimo, i pastori sono rimasti senza animali, con la conseguenza che la popolazione è gravemente esposta e vulnerabile.

Ci si chiede come questo paese possa affrontare una pandemia di questi proporzioni e soprattutto quali aiuti debbano necessariamente arrivare dai paesi occidentali, al fine di evitare una drammatica strage.

 

Roberto Daffinà e Lorenzo Ciccarese, Ispra