Con «Villaggio Globale» il racconto di un lungo viaggio, attraverso la natura e la cultura dei miei luoghi

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Su «Villaggio Globale» ho scritto il mio «giornale di bordo», annotando fatti e circostanze e descrivendo vicende vissute in prima persona. Mi è stato possibile, così, lasciare traccia di attività e di percorsi per difendere l’ambiente, tutelare la natura, salvare la biodiversità e promuovere le condizioni umane, sociali e culturali della comunità di appartenenza

Da anni ho il privilegio di mettere a verbale nel registro della Rivista «Villaggio Globale» le mie esperienze umane, sociali, professionali, culturali riguardanti le materie e le questioni, per le quali ho sentito il dovere, di volta in volta, di esprimere il mio punto di vista, di dare il mio contributo, di espormi, di assumermi impegni e di prendermi la responsabilità di lottare per far valere gli interessi collettivi.

Su «Villaggio Globale» ho scritto il mio «giornale di bordo», annotando fatti e circostanze e descrivendo vicende vissute in prima persona. Mi è stato possibile, così, lasciare traccia di attività e di percorsi per difendere l’ambiente, tutelare la natura, salvare la biodiversità e promuovere le condizioni umane, sociali e culturali della comunità di appartenenza. È stato, anche, un modo per rendere conto di un’idea di paese, San Paolo Albanese, e di un’idea di parco, il Parco Nazionale del Pollino, che mi hanno segnato la vita.

Con «Villaggio Globale» mi è stato possibile documentare in tempo reale le esperienze vissute, fornirne testimonianza, socializzarne le ragioni. È materiale che, ora, utilizzo per tessere la trama di un racconto complessivo, dal profilo autobiografico, dove le vicende sono storie che camminano tutte insieme, si intrecciano, si fondono; sono storie che evidenziano la trasformazione di una comunità, nella quale ho le mie radici e la mia identità, che è passata dalla civiltà e dalla cultura contadina degli anni Cinquanta al mondo digitale del tempo attuale.

«Villaggio Globale» è uno spazio stimolante di approfondimento dei temi dell’ambiente e delle sorti del pianeta. Dal mio personale osservatorio, per quanto limitato, mi è stato possibile, in questo spazio, dare evidenza alle mie riflessioni, ai miei racconti e ricevere solidarietà nei momenti difficili.

All’appuntamento della pubblicazione del n.100 della Rivista e dei 25 anni di qualificata e prestigiosa Redazione, ritrovarmi presente tra gli Autori mi rende particolarmente gratificato ed orgoglioso.

La comunità etnico-linguistica arbëreshe e il paese di San Paolo Albanese

La comunità arbëreshe di San Paolo Albanese, a Capo di Leuca, nel 2018, nell’ambito delle attività del Corso di Laurea Dams dell’Università del Salento, confrontandosi sul tema delle «Minoranze Linguistiche» con le minoranze franco-provenzale, grika e mòchena, si è raccontata. Ha parlato della sua cultura e delle sue tradizioni, del Museo della Cultura Arbëreshe, della sua lingua madre parlata, l’«aljbërisht», della lavorazione della ginestra, del matrimonio arbëresh, del «fastoso abbigliamento» femminile, della festa patronale, del rito greco-bizantino, della vita e del mondo di San Paolo Albanese, «Jeta e Shën Paljit», del territorio, del paesaggio identitario e della peonia peregrina del monte Carnara, «banxhurna ka Karnara».

Il Museo della Cultura Arbëreshe è un ecomuseo del territorio e della comunità. L’«aljbërisht», «Jeta e Shën Paljit» e il paesaggio identitario ne testimoniano plasticamente il senso.

Il Museo si prende cura della realtà fisica, naturale, ecologica, paesaggistica e del patrimonio culturale e antropologico della comunità arbëreshe; ne studia i significati e il valore; li conserva, li tutela, li valorizza e li rende fruibili.

Il progetto di «Museo della Cultura Arbëreshe», nato negli anni Settanta ed attuato, potenziato e migliorato nel corso di cinquant’anni, è stato candidato dal Comune di San Paolo Albanese alla selezione per il conferimento del Premio nazionale del Paesaggio 2021, ottenendone, come riconoscimento, una «segnalazione» con la motivazione: «gli sforzi per il mantenimento dell’identità e del senso di appartenenza si riflettono sulla gestione del territorio e degli spazi pubblici rendendo l’ecomuseo un dispositivo di alto valore socio-culturale e un riferimento vivo per la quotidianità dei cittadini». Il riconoscimento consente, oggi, di alimentare ulteriormente la presa di coscienza e di responsabilità da parte degli abitanti, di destare attrazione in chi visita il paese e di attirare attenzione verso il patrimonio naturale e culturale e la vita della comunità. Visitare il Museo è una immersione nella storia viva del paese arbëresh.

Gli «oggetti del museo» sono i paesaggi, i boschi, le campagne, gli ecosistemi, l’etnia, la lingua, le memorie, le testimonianze orali, il saper fare, i mestieri locali tradizionali, il patrimonio materiale e immateriale della comunità, di cui i primi e più diretti fruitori sono gli stessi abitanti del posto.

Nella struttura espositiva permanente del Museo sono allestiti micro-ambienti della cultura materiale agro-pastorale. Con la esposizione degli attrezzi, dei materiali e dei tessuti è recuperata la memoria del lavoro di trasformazione della ginestra nella comunità, nelle famiglie, tra gli anziani; sono restituiti i vecchi «saperi» alla collettività, agli interessi, agli interrogativi, alle aspirazioni delle nuove generazioni; è dato valore alle radici e alla identità; sono mantenuti in vita, non solo conservati, i luoghi, gli oggetti, i fatti; è coltivato nella cultura locale l’innesto di nuovi disegni, di nuove prospettive.

La lingua parlata aljbërishte, icona identitaria a gravissimo rischio di estinzione, è studiata dal Museo, che, per mantenerla viva e parlata, organizza, insieme ad attività di conservazione e valorizzazione culturale e di promozione sociale ed economica, corsi di insegnamento per imparare a leggerla e a scriverla.

Mantenere in vita la lingua madre e imparare a conoscerla per imparare a conservarla e a difenderla è l’azione più efficace per rafforzare la capacità culturale dell’essere minoranza, dell’essere diversità, dell’essere comunità, del continuare ad essere comunità, producendo nuova cultura e, producendo nuova cultura, di riuscire a fare ancora storia, di stare ancora nella storia. Insieme alla scrittura e alla lettura, inoltre, l’attività formativa linguistica recupera i significati e i rapporti di vita quotidiana della comunità.

Nell’ambito degli eventi della Borsa Mediterranea del Turismo Archeologico del 2018, il Comune di San Paolo Albanese ha presentato, a Paestum: «Sparta. La lavorazione della ginestra a San Paolo Albanese», cui era stato assegnato dal Centro universitario europeo per i Beni Culturali europei di Ravello, il Premio «Patrimoni Viventi». È stato mostrato, nell’occasione, l’impegno, tutto culturale, della piccolissima minoranza etnico-linguistica arbëreshe nell’affrontare la propria sfida al futuro: una lotta per resistere alla rassegnazione, al declino, all’abbandono e all’oblio e per costruire uno sviluppo compatibile con le risorse naturali e culturali, comprese le risorse umane, esistenti.

Vivere a San Paolo Albanese, dove il rapporto sociale è un «dato ambientale», significa «riportare e indurre a rapportare il mondo fisico a coloro che ci abitano, alla loro storia, alla loro cultura». Significa aiutare ad identificare «l’anima della natura con l’anima dell’uomo», come insegnava, nel VI secolo a.c., Parmenide nella Scuola di Elea, la città dell’Antica Lucania.

Nella Giornata mondiale della biodiversità, il 22 maggio 2022, con una passeggiata promossa e organizzata dal Comune, a San Paolo Albanese si è andati, nei terreni incolti intorno alla cima del monte Carnara, alla scoperta della peonia peregrina nel pieno della sua splendida fioritura: alla scoperta della «Banxhurna ka Karnara» e del mondo culturale che sta dietro al suo nome arbёresh. È stata una passeggiata ecologica per arricchire l’attività esperienziale dei partecipanti nella osservazione, nella interpretazione naturalistica e culturale e nella conoscenza scientifica di una specie botanica spontanea del luogo, tanto amata, cantata e raccontata dalla minoranza etnico-linguistica arbëreshe, lungo gli oltre cinque secoli dal suo insediamento in questo piccolo borgo del Parco nazionale del Pollino. Sono vibrate, d’incanto, le corde nostalgiche della patria di origine e degli antenati immigrati, delle madri, dei genitori che, secondo una leggenda tramandata nei secoli, portavano sul monte Carnara i loro bambini appena nati e, rivolti verso il mare e l’amata patria, li sollevavano al cielo, cantando la dolce e struggente «Oj e bukura More, si te le u më nёk tё pe. Atje kamë u zotin tat, atje kamë u zonjen mёmë, atje kamë edhe t’imë vёlla. Gjithë mbuljuar edhe ndën dhe» [traduzione: Bella Morea, da quando ti ho lasciata, non ti ho più rivista. Lì, ho mio padre, mia madre, mio fratello. Tutti sepolti sotto terra].

Le Comunità Arbëreshe d’Italia, che nel 2015 si sono radunate in Assemblea a San Paolo Albanese, aspirano ad assumere una responsabilità politica e culturale decisiva nella promozione della loro condizione di minoranza etnico-linguistica. Vogliono recuperare il loro passato, la loro storia, la loro memoria e trasformarla in futuro, portando il futuro dove non è ancora arrivato. Sono minoranze che mantengono viva, da oltre mezzo millennio, una cultura arbëreshe minacciata. Hanno consapevolezza delle loro radici, della loro identità, della loro diversità: diversità più che mai rilevante nel mondo globalizzato di oggi, in «crisi di identità». In tempi di rapide evoluzioni tecnologiche, di connessioni permanenti, di comunicazioni istantanee e di ponti sempre meno stabili tra passato, presente e futuro, di sfide sempre più ardue per trasmettere cultura, conoscenza e valori alle nuove generazioni, di modernità veloce e centrifuga, di mercati globali, di vera e propria rivoluzione antropologica, le comunità arbëreshe si interrogano con preoccupazione sul ruolo e sul destino del loro patrimonio storico-culturale e antropologico.

L’area interna del sud della Basilicata

A San Paolo Albanese non esiste più una scuola. Nel paese di 270 abitanti e di «culle vuote» la comunità etnico-linguistica arbëreshe ha perso, ormai da diversi anni, questo presidio del paese.

I vecchi tratturi, anche se abbandonati, sono, però, ancora pieni di segni del passato, di tracce dei contadini, dei pastori, che non ci sono più. Il territorio e il paesaggio sono intrisi di bellezza e fragilità insieme e sono sempre più scompensati, indifesi, relitti. A viverli, si sente forte il dovere e il desiderio o, meglio, l’ostinazione e la rabbia di partecipare per resistere, per non arrendersi, per non restare esclusi, per lottare ancora per un’idea di futuro. Qui i ricordi sono più veri della realtà, anzi sono l’unica realtà, mentre provoca affanno riflettere sul senso di comunità, sul diritto di cittadinanza, sul futuro della montagna, sulla cultura dei luoghi, sulla lingua madre. In borghi, come questo, abitati da piccole comunità, da minoranze etnico-linguistiche, si arranca, si è sempre in grave ritardo rispetto al futuro. Si spera in un «futuro di ritorno» per investire i ricordi perennemente in bilico con l’oblio. C’è tanto bisogno di raccontare e di raccontarsi, ma, alla fine, non rimane più nessuno, nemmeno uno che ti possa raccontare una storia, almeno un venditore di utopie. È un’area interna, questa, che sta diventando sempre più «interna», e chi ancora la abita resta aggrappato alla possibilità di far valere la propria identità, perché, sebbene carica di solitudine, qui c’è ancora vita. Addirittura vita più che altrove, perché è vera, è densa, intensa, in diretto e autentico rapporto con la natura. Chi abita qui sa di far parte di una comunità e di una storia.

I paesi, in avanzato declino demografico, sociale, economico e territoriale, e le comunità insediate, troppo piccole e deboli, hanno bisogno urgente di consolidare le attività umane esistenti. Tra le priorità, hanno necessità di svolgere lavori di manutenzione del territorio, di valorizzare, con azioni specifiche e di qualità, le risorse naturali e culturali, di mettere, non solo «in valore», ma anche «in funzione», i beni e servizi esistenti per renderli fruibili; hanno necessità di rivitalizzare i luoghi e i contenitori abbandonati, vuoti, in disuso, di mettere in rete, in particolare, le imprese del settore agricolo-zootecnico, alimentare, gastronomico e turistico che già ci sono. Tali lavori, inoltre, vanno accompagnati con un’accorta ricerca sociale sul campo, con un’analisi dei processi sociali e culturali che si sviluppano sul territorio e con la individuazione dei nessi stretti che legano la soggettività sociale alle «culture» locali.

Quest’area, la più interna dell’intera Basilicata, sebbene ricca di inestimabili risorse naturali e culturali, è debole, fragile e priva di forze, di mezzi e di strumenti. L’intenso sfruttamento e il consumo delle risorse naturali, la quantità e la qualità delle trasformazioni avvenute, manifestano tutte le contraddizioni di uno sviluppo «irrisolto». Tra i problemi che riguardano l’area, i più gravi sono l’incessante, inarrestabile spopolamento al limite del non ritorno, il conseguente abbandono e la mancanza di difesa e di cura del territorio e della comunità.

Per fronteggiare lo spopolamento è indispensabile, oggi, reinterpretare il territorio come luogo, non semplicemente come spazio. Occorre un mirato lavoro culturale «verso la coscienza di luogo»; un lavoro culturale inteso come «infrastruttura primaria» e fatto di «visione» del territorio e della comunità locale. Occorre un lavoro di interpretazione svolto insieme ai cittadini che del territorio sono testimoni; che sono possessori delle chiavi per aprire lo scrigno dei saperi; insieme a coloro che non solo conoscono e raccontano il luogo, il genius loci, la storia, ma sanno anche «trasmettere i canti popolari, i riti, le feste».

Con le buone pratiche scritte nel «Dna» dell’area sud della Basilicata, la speranza di futuro è strettamente legata all’attività di tutela e alla valorizzazione della biodiversità naturale e culturale. Le attività praticate dalla comunità e in parte incredibilmente ancora usate, sono i paradigmi delle buone pratiche: le pratiche dello sviluppo locale durevole. Discendono da un’economia, fatta di «sapere» e di «dovere», che non prende mai le distanze dalla comunità che la pratica, dalla cultura che la alimenta. Non si separa mai dal proprio contesto fisico e antropico. Nella comunità ciascuna delle parti fa la sua parte e tutte, insieme, collaborano, si integrano, interagiscono, intrecciano i loro fini e i loro valori per avanzare come civiltà.

Questo territorio, che è montagna, è un laboratorio, nel quale è possibile studiare, progettare e realizzare modelli di economia, basati sulla circolarità e sulla complessità. C’è negli ultimi tempi una forte domanda di «borgo», un bisogno di «lentezza»; un bisogno di luogo «in cui si cammina, si portano i bambini a scuola a piedi, in cui si vivono le relazioni di prossimità che consentono la socializzazione contro la solitudine». Si avverte che è bene insegnare ai bambini come coltivare le piante, come scambiarsi i semi, come parlare con la natura; che è bene elaborare una narrazione dei territori, dove si abita e mettere in evidenza quel che di buono già si fa; e fare in modo che le comunità, delle quali si fa parte, diventino più consapevoli del loro destino.

Malgrado i processi economico-produttivi integrati nell’ambiente, ancora in atto, che legano la natura all’uomo, tuttavia, il patrimonio naturale e culturale di questo territorio rimane fragile ambientalmente, economicamente, socialmente e culturalmente. Occorre, perciò, che i paesaggi, i paesaggi identitari, luoghi di eredità e di memoria e portatori del senso del vissuto, ridiventino motori di valorizzazione delle comunità locali, che testimoniano il valore del bene primario e irrinunciabile della loro stessa storia e che invogliano a sognare.

La Comunità del cibo e della biodiversità di interesse agricolo e alimentare dell’area del Pollino e del Lagonegrese

L’area sud della Basilicata, l’area del Pollino e del Lagonegrese è in gran parte un territorio protetto. È un’area con una economia di montagna, con tanto bisogno di mantenere e rafforzare una economia solidale e con appezzamenti di terreno agricolo, dai quali in passato si è ricavato solo il necessario per il sostentamento. Si è riusciti, ora, a costruire una rete di «agricoltori custodi». È stato il risultato dello stretto legame tra natura, biodiversità, campi coltivati, frutti raccolti e agricoltori custodi fortemente legati al territorio dal punto di vista storico, sociale e culturale.

Ai sensi della Legge n. 194/2015, che dà «Disposizioni per la tutela e la valorizzazione della biodiversità di interesse agricolo e alimentare», nel 2016 è stata istituita la «Comunità del cibo e della biodiversità di interesse agricolo ed alimentare dell’area Sud della Basilicata». Le finalità istitutive sono perseguite attraverso «la tutela del territorio rurale», con l’obiettivo di preservarlo da fenomeni di inquinamento genetico e di perdita del patrimonio genetico e di «limitare i fenomeni di spopolamento».

Nella edizione 2019 de «Il Palio del grano di Terranova di Pollino», tra agro-biodiversità, cibo e tradizioni popolari, la cura del territorio, la difesa dell’ambiente, la tutela della biodiversità naturale e culturale, la valorizzazione delle comunità locali e delle loro identità sono saliti alla ribalta. È stato «qualcosa più di un festival», un evento nel quale si sono messi insieme più protagonisti: la materia prima, il modo di pensare, la filosofia, la cucina, il gusto e il cibo.

La Comunità del cibo sta lavorando per ampliare e consolidare la «rete» degli agricoltori custodi impegnati nel recuperare i semi antichi, i semi perduti, le varietà in via di estinzione, l’agro-biodiversità rara e i vecchi alberi da frutto.

Un «Itinerario della Agro-biodiversità» propone, inoltre, la fruizione di un percorso per visitare le aziende e i luoghi del lavoro degli agricoltori custodi, dei produttori, dei trasformatori, dei ristoratori e di tutti gli animatori socio-culturali del territorio.

Il cibo è «crocevia di ogni emergenza odierna»: quella ambientale, climatica, geopolitica, energetica, sanitaria ed alimentare. Per la sopravvivenza della comunità umana, pertanto, è urgente e vitale mettere insieme e proteggere il territorio, il territorio rurale, la natura, il paesaggio, la biodiversità agroalimentare e l’alimentazione; proteggere e garantire una agricoltura che faccia bene alla salute e abbia una qualità non solo alimentare, ma anche culturale e sociale.

E tra i maggiori e migliori alleati e sostenitori della tutela dell’agro-biodiversità ci sono i semi antichi, essenziali alla vita dell’uomo. Recuperarli, studiarli, seminarli permette, anche, di coltivare la memoria e conservare e proteggere il «genius loci».

Si sta sperimentando, perciò, la reintroduzione delle coltivazioni di semi di grano antichi, autoctoni, come la «carosella», che nei decenni scorsi ancora campeggiava nei terreni di molte famiglie contadine. Sono i semi delle produzioni locali che, in passato, alimentavano una cucina semplice, essenziale, genuina.

Esistevano nell’area sud della Basilicata, in epoca pre-unitaria, campi coltivati di ceci, utilizzati dai briganti, nascosti sulle montagne, per ricavarne farina per la pasta e per il pane. L’aggettivo «ribelle» attribuitogli esprime bene il concetto di resilienza, la sua capacità di riemergere nonostante le avversità, ribellandosi all’idea di essere dimenticato o addirittura estinto.

Il Pollino e il parco

Della conservazione e della sopravvivenza di molti e diversi prodotti agricoli del passato il Parco Nazionale del Pollino si è fatto carico facendone, fin dalla fase di avvio della sua istituzione, un obiettivo rilevante e strategico. Con tale scelta, si è dato un contributo significativo sia alla tutela della biodiversità naturale e culturale sia alla valorizzazione economica delle risorse dell’area protetta. Sono emerse, in questo modo, le produzioni di qualità tipiche e distintive di un territorio, nel quale gli agricoltori sono diventati sempre più consapevoli e attenti ai valori materiali e immateriali dei prodotti che portavano in tavola.

L’impulso fornito all’agricoltura tradizionale, quella maggiormente in grado di difendere le colture e le culture locali, ha messo in moto processi di solidarietà e di identificazione che hanno permesso alle popolazioni locali di vivere nel territorio protetto e di assicurare con la loro presenza la manutenzione del territorio e dell’agro-biodiversità.

La biodiversità di interesse agricolo e alimentare e il paesaggio identitario del Pollino sono una ricchezza, un valore immediatamente percepito.

Sull’agro-biodiversità nelle terre e nei paesaggi agrari italiani Expo 2015 ha acceso i suoi riflettori con l’allestimento del «Parco della Biodiversità».

Con «La costituzione di risorse genetiche agrarie vegetali nel parco nazionale del Pollino», finanziata dal PSR Basilicata 2007-2013, sono state portate a compimento le azioni di conservazione e di valorizzazione delle risorse genetiche agrarie già condotte, da oltre un decennio, dall’Ente Parco, dall’Alsia, dalla Rete di Agricoltori Custodi e dall’Università della Basilicata. Attraverso la costituzione di alcuni siti di conservazione di antiche varietà di fruttiferi del Pollino, l’attuazione di tale progetto ha consentito di mettere in sicurezza una parte del patrimonio genetico presente nel Parco, salvaguardandolo da contaminazione, da alterazione o da distruzione dell’elevata biodiversità agraria esistente.

La conservazione in situ delle risorse genetiche vegetali mappate, i cui esiti sono stati esposti, nella Giornata mondiale della Biodiversità, il 22 maggio 2015, in un apposito seminario, hanno aggiunto ulteriore valore alle risorse stesse e ai siti e alle nicchie ecologiche specifiche dei territori rurali del Pollino.

Con l’Ecomuseo del Pollino, inaugurato il 20 aprile 2015, intanto, erano state create le premesse di un rafforzamento e di una maggiore qualificazione dell’impegno di conservare e valorizzare l’area protetta, ricco di patrimoni naturali, di ambienti di vita tradizionali, storici, culturali, bisognosi di un’opera di manutenzione, di restauro, di accudimento, di cura.

L’Ecomuseo è, infatti, un organismo finalizzato alla creazione dei modi per tenere la natura legata alla cultura e per migliorare la condizione umana e sociale delle popolazioni residenti, senza strappi con la loro storia, senza sradicamenti, senza fughe in avanti e senza colonizzazioni.

Alcuni progetti promossi e finanziati dal Parco sono stati indirizzati allo studio dell’ecologia del lupo, dell’aquila reale, del capriolo italico di Orsomarso, alla creazione di un laboratorio naturale permanente, al pagamento dei servizi ecosistemici come modello innovativo per la Governance efficace delle Aree Agroforestali nei Siti Natura 2000, alla costituzione della rete dei boschi vetusti dei parchi nazionali dell’Appennino meridionale, alla conservazione in situ del germoplasma di Pino loricato, alla candidatura a patrimonio dell’umanità dell’Unesco delle faggete vetuste e del Geoparco del Pollino, al censimento e allo studio degli alberi monumentali del parco. Hanno permesso di acquisire nuove conoscenze e di ampliarle con nuovi paradigmi e con nuovi racconti, ai quali l’Ecomuseo del Parco Nazionale del Pollino può dare voce.

Il Pino loricato, simbolo del Parco, è «la natura che sfida il tempo». Il Pino loricato, largamente diffuso centinaia di migliaia di anni fa, è un solenne «paleoendemita» che sopravvive in Italia solo nel Parco nazionale del Pollino. È una specie endemica e rappresenta la caratteristica vegetazionale più peculiare del patrimonio floristico del Parco; un elemento balcanico relitto delle glaciazioni, presente unicamente in questa parte dell’Italia meridionale, a testimonianza di una distribuzione ben più ampia durante le alterne vicende determinate dalle glaciazioni quaternarie. È una specie molto longeva. Studi condotti tempo fa su un esemplare hanno stimato un’età di 920 anni. Ricerche scientifiche più recenti hanno consentito di datare un altro pino loricato di 1230 anni.

Alla vigilia della istituzione del Parco Nazionale del Pollino, nel 1993, il vecchio pino loricato della «Grande Porta del Pollino», scelto poi come emblema del parco, è stato bruciato. Da allora, quel grande, monumentale, scultoreo, argenteo, secolare albero, abbattuto dalla sciagurata mano dell’uomo, è diventato meta di visita costante di escursionisti, che arrivano fin lì quasi in pellegrinaggio.

Con il censimento e la caratterizzazione naturalistica, forestale, geologica e storico-culturale, con la tutela e la valorizzazione dei geositi del Pollino e con la candidatura, nel 2014, il Geoparco ha ottenuto dall’Unesco il riconoscimento di Patrimonio dell’Umanità.

Timpa di Pietrasasso e Timpa delle Murge, tra i geositi censiti, sono i luoghi del paesaggio identitario della Valle del Sarmento; sono una eccezionalità geologica, unica nel suo genere. Sono basalti di 160 milioni di anni, estrusioni laviche formatesi nei fondi oceanici e trasportate qui, a 1.300 metri di quota, a seguito di immensi sommovimenti tettonici. Sono anche luoghi che raccontano di storie umane, in cui la natura e i suoi abitanti reciprocamente influenzano i loro destini e il loro modo di rappresentarli.

Storie umane come quella di quattro alunni che a Terranova di Pollino, anni fa, per superare le loro difficoltà avevano frequentato a Casa del Conte, una frazione rurale nel cuore del Massiccio del Pollino, la «scuola familiare I Care don Milani». Uno di loro aveva portato, agli esami di terza media sostenuti in una scuola lontana dal Parco, la ricerca, fatta insieme agli altri compagni, sul «Museo Naturale di Timpa delle Murge e Pietrasasso». Era per loro la «scoperta» di un sito geologico di importanza internazionale, un «tesoro», che a loro dire: «purtroppo né noi né gli abitanti della zona lo sapevamo».

Sugli alberi monumentali il Parco ha fatto una ricerca e ha pubblicato, nel 2015, il volume «Alberi monumentali del Parco Nazionale del Pollino, riconoscendo che gli «alberi monumentali» sono i primi, più utili, più significativi, più importanti testimoni di scienza, di cultura, di storia del pianeta e della comunità umana.
Un banale «incidente» in un giorno di vacanza, camminando lungo un sentiero di montagna, nella Val di Non, mi ha indotto a fare una riflessione sull’ecosistema naturale ed umano e sulla millenaria reciproca convivenza.

In un’estate, in cui tg e giornali hanno riferito per giorni delle scorrerie in Trentino di orsi e di lupi e delle conseguenti polemiche, mi sono tornati alla mente i lupi trovati uccisi, in località «Lagoforano» del Comune di Terranova di Pollino, nell’agosto del 1995, a poco più di un anno, dalla istituzione del Parco Nazionale del Pollino. Sono stati, anche quelli, periodi molto difficili, vissuti in un vero e proprio «stato di sofferenza», mentre nasceva la più grande area nazionale protetta.

«Pollino, voglia di parco» è un racconto autobiografico che va dall’adolescenza al termine della attività lavorativa e che parla di vicende legate al mio paese, al Pollino e al Parco. Sono ricordi che richiamano passaggi storici del processo di ideazione, progettazione, istituzione e gestione del Parco Nazionale del Pollino, alcuni dei quali mi hanno visto partecipe e, in parte, protagonista.

Prestando costantemente attenzione alla cura del territorio e della casa comune con una visione eco-antropologica, come ho imparato a definirla, oggi io vivo una quotidianità fatta di relazioni quasi esclusivamente di famiglia e di comunità. Ho ripreso le assidue e sostenute camminate lungo i sentieri di campagna di San Paolo Albanese, il mio paese, occupando il mio tempo in esercizi di memoria, che mi permettono, ora, di accorgermi con più consapevolezza del tempo vissuto, del tempo grande, «moti i madh» nella mia lingua madre aljbërishte , cioè del «tempo lungo delle vicende del Pollino, delle speranze e delle delusioni, dei successi e delle sconfitte, delle azioni esemplari e degli errori madornali, del consistente conto da pagare e dell’orgoglio di aver creduto, lottato e fatto vincere un’idea di civiltà».

«Mothi i madh» è un’espressione che gli Arbëreshë usano per parlare di eventi lontani e suggestivi, diventati spesso leggende. È un tempo interiore che ci segna, ci fa riflettere, trasmette storie, riempie la mente e la memoria con gesti, sguardi, incontri, parole, paesaggi percepiti lungo cammini difficili e tormentati, leggende della tradizione orale, alla quale ci aggrappiamo da secoli per non restare senza storie e non cadere nell’oblio.

Conclusioni

Questo territorio «specializzato» nei suoi spazi proprio dalle attività umane e dai modelli di vita «ragionati», che le comunità locali hanno concretamente trasposti in esso, oggi non è luogo di sopravvivenza, ma spazio colmo di potenzialità, che può arginare la vulnerabilità e gli squilibri e frenare spopolamento. Questo territorio, che è area protetta, dev’essere un valore aggiunto per i piccoli paesi che vi ricadono, affinché sia non già la terra marginale, dove si consumano oblii, sottovalutazioni, scorciatoie, inerzie, ignavie, lacerazioni, conflitti, ma un modello di sviluppo, una modalità d’uso compatibile per le risorse sia naturali sia umane, senza mercificazione e svendita del patrimonio.

 

Annibale Formica