Estinguersi o evolvere?

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Se venticinque anni vi sembran pochi

Nei venticinque anni alle spalle di «Villaggio Globale» lo stravolgimento è stato tanto pericoloso quanto incosciente. E tutte le eventuali speranze sono andate deluse cedendo il posto a sempre più vive preoccupazioni

Quando nacque «Villaggio Globale», 25 anni e cento numeri fa, eravamo, come si usa dire, alle soglie del secondo millennio, del XXI secolo, e, come quando una squadra di calcio cambia allenatore, molti alimentavamo speranze di un cambiamento significativo verso un mondo migliore. Soprattutto per i nostri figli, nipoti e generazioni a venire.

Solo dieci anni prima la commissione Brundtland (dal nome della coordinatrice Gro Harlem Brundtland presidente della Commissione mondiale per l’ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite, Wced) aveva reso noto i risultati del suo rapporto Our Common Future. Rapporto nel quale per la prima volta, venne introdotto il concetto di sviluppo sostenibile: «lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri».

Il che, volendo alimentare speranza, significava proprio che i responsabili della gestione politico economica della casa comune Terra erano invitati a guardare al futuro dei loro discendenti rispolverando, fra l’altro, le avvertenze del Mit nel primo rapporto al club di Roma (1970).

Si poteva e doveva alimentare questa speranza perché ormai i sintomi di un possibile diffuso disastro entravano sempre più pressantemente nella consapevolezza degli oltre sei miliardi di popolazione allora presente e, grazie agli avvertimenti di gruppi sempre più folti e credibili di scienziati, entravano anche nella testa di non pochi governanti.

Nei venticinque anni da allora trascorsi quelle speranze sono state progressivamente deluse e quell’aggettivo «sostenibile» che sembrava dovesse dare una efficace «dritta» per il futuro è rimasto solo un aggettivo volto a qualificare pigramente e abusivamente tutto ciò che si voleva far passare per buono nelle azioni economiche e politiche.

In questi 25 anni soprattutto si è fatta strada, nei fatti oltre che negli avvisi degli scienziati, la coscienza di stare vivendo un crescente e pericoloso mutamento delle naturali caratteristiche climatiche che da oltre diecimila anni avevano stabilito un accettabile equilibrio sulla Terra.

Un mutamento che, compromettendo gran parte di quelle caratteristiche in seguito al progressivo incremento delle temperature sulla Terra, lasciavano temere un possibile e nemmeno tanto remoto rischio di una sesta estinzione di massa.

Sarebbe la sesta. Quella abbastanza nota è l’ultima: quella che fece scomparire i dinosauri 65 milioni di anni fa. Perché? Italo Calvino (I dinosauri) risponde che «misteriose restano le cause della rapida estinzione dei Dinosauri che si erano evoluti e ingranditi per tutto il Triassico e il Giurassico e per 150 milioni d’anni erano stati gli incontrastati dominatori dei continenti. Forse furono incapaci di adattarsi ai grandi cambiamenti di clima e di vegetazione che ebbero luogo nel cretaceo. Alla fine di quell’epoca erano tutti morti».

Tutti? «tutti tranne me – precisò Qfwfq» che è il protagonista della deliziosa cosmicomica di Calvino.

Ce ne sono state dunque cinque di estinzioni e magari non proprio tutti i «componenti» sono scomparsi, come è il caso di Qfwfq che ha addirittura avuto un figlio (ne parla solo Calvino e nemmeno Jurassik Park ne fa cenno) da Fior di Felce: «una mulatta piacente, appena un po’ ingrassata».

La caratteristica di ciascuna estinzione è che alle crisi che le avevano determinate seguì sempre un periodo, come lo definisce Danilo Mainardi, di «rigoglio evolutivo» favorito dalla scomparsa della causa che le aveva prodotte. Ebbene, e questo è il punto, l’estinzione verso la quale l’umanità starebbe andando, si differenzia dalle precedenti per un motivo importante: per la prima volta nella storia della vita è la specie umana la causa della crisi. Di conseguenza se il successivo «rigoglio evolutivo» si ottenesse con la scomparsa delle cause che l’avevano prodotta, questa scomparsa riguarderebbe la specie umana. Insomma è come se la nostra specie stesse organizzando il proprio suicidio.

Proprio così. Nei venticinque anni alle spalle di «Villaggio Globale» lo stravolgimento è stato tanto pericoloso quanto incosciente. E tutte le eventuali speranze sono andate deluse cedendo il posto a sempre più vive preoccupazioni. Ultima delle quali, ma non dopo bensì in aggiunta alle altre, la guerra Russo-Ucraina che mentre scrivo (18 ottobre 2022) continua far morti e a distruggere un territorio, l’Ucraina, che la Russia tende ad annettere con la brutale violenza propria delle guerre.

Non solo questa. Nei venticinque anni che sto rapidamente ripercorrendo ce ne sono state e ce ne sono altre di guerre e violenze tra esseri umani che quotidianamente mietono vittime e distruzioni: la Siria, lo Yemen, l’Afghanistan, l’Iran…

In perfetta sintonia con queste preoccupazioni, anche sociologi ed economisti attenti anche ai problemi dell’impatto ambientale delle azioni umane hanno affrontato il problema con gli stessi termini, sia pure da versanti diversi: «Stiamo vivendo la sesta estinzione della specie — ha scritto, ad esempio, Serge Latouche — la quinta era quella che ha visto scomparire i dinosauri, ma questa volta l’uomo ne è direttamente responsabile e ne sarebbe con tutta probabilità vittima». Vittima per l’incapacità di vedere lontano e di maturare una prospettiva utile in primo luogo per se stessi.

Latouche fa un elenco allarmante, ma quanto mai realistico, dello scenario attuale: «Si sa che dopo alcuni decenni di spreco frenetico delle risorse naturali siamo entrati in un’epoca di tempeste in senso proprio e in senso figurato e l’elenco delle catastrofi passate, presenti e future è ormai lungo: si va da Cernobyl alla “mucca pazza”. Il disordine climatico si accompagna alle “guerre per il petrolio” e già sono annunciate le “guerre dell’acqua”. Senza dimenticare le possibili catastrofi determinate dalla biogenetica».

Intanto non si può chiudere questa «rassegna» trascurando le pandemie: i mali che sconvolgono e possono sconvolgere l’umanità presente e futura. Vale a dire il Covid-19 e il mutamento climatico.

La prima dura ormai da tre anni e la storia ci insegna che come tutte le pandemie del passato è destinata a finire. Non così la seconda che dura da più tempo ed è destinata a durare ancora a lungo se l’umanità che la ha determinata non si decide a ridurne progressivamente la gravità.

Allora deve proprio essere estinzione?

Personalmente non credo alla sesta estinzione, al suicidio dell’umanità, ma, molto più ottimisticamente, al sopravvento del principio di conservazione tuttavia è importante riflettere sulle cause e sul modo in cui si potrebbe uscire da questo pericolo. Un modo, peraltro, che a seconda di come e da chi gestito, potrebbe essere causa di un ulteriore inasprimento degli attuali già gravi divari planetari. Il rischio, insomma, potrebbe essere che si possa determinare non la fine dell’umanità ma l’estinzione progressiva della parte più debole ed emarginata.

Le migliaia di morti, in mare e in terraferma, delle centinaia di migliaia di persone che dall’Asia e dal Nord Africa tentano di trovare rifugio e lavoro in Europa ne è un esempio le cui dimensioni si vanno continuamente ampliando.

Ci potrà essere un «rigoglio evolutivo» della umanità che prescinda dalla sua scomparsa?

La risposta sta nella scelta che dobbiamo rapidamente compiere: estinguersi o evolvere? Evolvere è certamente la risposta. Ma attenzione non illudiamoci che l’evoluzione possa produrre anche resilienza. Dobbiamo realisticamente comprendere che poco o niente sarà più come prima. E che anche se si riuscirà a contenere in due gradi o, meglio ancora, in 1,5 gradi l’incremento delle temperature terrestri come concordato a Parigi nel dicembre del 2015; anche se questo importantissimo risultato si dovesse ottenere, chi verrà dopo di noi vivrà su una Terra mutata. Mutata, anche irreversibilmente, in molte delle sue attuali caratteristiche. A questo mutamento bisognerà adattarsi. Adattamento che non è rassegnazione né sopravvivenza, ma il modo in cui vivere e crescere in un pianeta mutato senza dover andare a cercare come colonizzare Marte.

 

Ugo Leone