I funghi, buoni da mangiare e da… studiare

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Si approfondiscono le ricerche su questi organismi sia a livello superficiale sia sotterraneo, in rapporto al terreno e alle piante

Un seminario al mese per capire le potenzialità dei funghi e definire in quale misura possono aiutare il monitoraggio del territorio. È questo l’intento principale del ciclo di seminari promosso e coordinato da Carmine Siniscalco dell’Apat e partito lo scorso marzo, al quale prendono parte i maggiori micologi italiani. Ad oggi il progetto prevede seminari per tutto il 2008 e il 2009.
Gli studi sulla biodiversità micologica nascono con la Convenzione stipulata nel 2003 tra l’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici e l’Amb (Associazione micologica Bresadola), leader del settore micologico e «scrigno» dei maggiori specialisti italiani. Grazie a questa collaborazione si è già lavorato molto sulle banche dati e la ricchezza di informazioni raccolte fino ad oggi consentirà all’Italia di assumere un ruolo leader nel campo.
Allo stesso tempo il ciclo di seminari permetterà di uscire da un concetto vecchio di fungo, legato esclusivamente al consumo e all’alimentazione, per entrare in una nuova fase di ricerca. Innalzare il fungo al rango di indicatore della biodiversità è uno dei punti cardine degli incontri, ma per far ciò è prioritario mettere insieme tutte le conoscenze scientifiche relative alle loro potenzialità.

Da qualche anno, difatti, i funghi stanno perdendo quella fama di elementi strani che spuntano misteriosamente nei boschi, pregiati nell’alimentazione ma pericolosi per chi li consuma senza le dovute cautele. Sta, invece, emergendo il ruolo cruciale da essi rivestito all’interno dell’ecosistema suolo. «Il grosso boom sullo studio dei funghi è avvenuto a partire dagli anni 70 ? spiega Carmine Siniscalco, esperto micologo dell’Apat ?. La comunità scientifica si sta rendendo conto che i funghi sono una fucina di informazioni ed è fondamentale stabilire il loro ruolo all’interno degli ecosistemi».
Nonostante garantisca la vita agli organismi viventi, il suolo è forse la matrice ambientale meno studiata in natura. A motivo di tale circostanza vi è l’enorme complessità di un sistema, quello appunto del suolo, che in pochi centimetri trattiene un’enorme ricchezza di organismi viventi. Un solo grammo di terreno agrario contiene un miliardo e più di microrganismi. Recentemente l’habitat suolo è stato definito la «zona critica» della Terra per il ruolo chiave che riveste negli equilibri ambientali. Ancora più difficile è indagare le interazioni esistenti fra suolo, pianta e fungo, uno degli equilibri più complessi della natura.
Secondi solo ai batteri, i funghi sono i microrganismi più presenti nel suolo. Se ne contano tra i 600 e i 1.000 kg per ettaro di terreno. Tuttavia va immediatamente fatta una doverosa specifica: il ciclo di seminari lanciato dall’Apat analizza le specie fungine che vivono sotto terra e non solo i corpi fruttiferi che emergono in superficie ovvero i classici funghi commestibili da consumo alimentare. Quel che si vede ad occhio nudo nel bosco sono i «corpi fruttiferi» di un tallo, il micelio, che vive generalmente sotto la superficie del suolo ed è costituito da una rete fittissima di ife.
Per micorrize, invece, si intende il rapporto fra il micelio del fungo e le radici assorbenti delle piante. Come un guanto copre la superficie di una mano, così le micorrize rivestono l’apparato radicale delle piante. Quando il contatto è solo esterno e il micelio non penetra all’interno delle cellule delle radici si dicono «ectomicorrize», mentre le micorrize che prevedono attività invasiva all’interno delle pareti cellulari prendono il nome di «endomicorrize».

Il rapporto fra funghi micorrizici e apparato radicale è quello che regola la vita del bosco e degli ecosistemi contenenti piante: senza tali specie di funghi, le piante non sarebbero capaci di assorbire dal suolo l’acqua e i sali minerali di cui hanno bisogno. Se non ci fossero i funghi, insomma, la vita sulla Terra non esisterebbe, perché verrebbe a mancare l’anello che consente la sopravvivenza delle specie vegetali. Infatti, la nascita delle micorrize data oltre 400 milioni di anni fa nel periodo Siluriano, quando le piante uscirono dal mare per colonizzare la terra. Tante le funzioni da loro svolte: biomonitoraggio, indicazione dello stato di salute di un ecosistema, azione di risanamento (bioremediation).

Nei primi tre seminari del ciclo lanciato dall’Apat sono stati analizzati proprio i funghi come indicatori di qualità biologica del suolo. Anna Benedetti, del Cra-Centro per lo studio delle relazioni tra pianta e suolo, ha esplorato la vastissima serie di microrganismi presenti nella suolo. I funghi, assieme ai microbi, giocano il ruolo più importante: decompongono la sostanza organica e provvedono ai nutrienti e al ciclo del carbonio.
Molti studi in materia andrebbero approfonditi e a tal fine è emersa la proposta di allestire, possibilmente all’interno di aree protette, alcune zone pilota, ben delimitate, nelle quali continuare la ricerca sulla bioindicazione fornita dai funghi.
Le «palestre» a cielo aperto (il parco dell’Appennino Tosco-Emiliano e la Riserva Naturale di Monte Rumeno, al confine fra Umbria e Toscana, si sono già rese disponibili) potrebbero essere il luogo più adatto alla sperimentazione di una serie di tecniche, ipotesi di lavoro e ricerche.

Ma come capire se un bosco è sano? Basta fare un carotaggio e si prelevano le micorrize: più le specie fungine tendono a scomparire più le piante lentamente muoiono. Lucio Montecchio è tra i principali studiosi di questo rapporto vitale fra piante e funghi. Il Dipartimento Territorio e Sistemi Agroforestali dell’Università di Padova, del quale Montecchio è ricercatore, ha dimostrato che esiste un rapporto attivo di simbiosi tra piante forestali e comunità micorriziche, particolarmente per l’abete bianco, la farnia e il leccio: più le piante sono vitali, più alta è la probabilità di essere micorrizate. Ed è stato anche verificato che alcuni funghi simbionti svolgono una funzione di protezione verso le piante, trattenendo i metalli pesanti contenuti nel terreno ed evitando che si trasferiscano alla pianta stessa.
«Il fungo micorrizico è un organismo sfuggente e di difficile studio», ha affermato Stefano Bedini dell’Università di Pisa nel corso del suo seminario. Il Dipartimento di cui fa parte Bedini sta effettuando nuovi studi sulla proteina detta glomalina che si trova nelle micorrize. Si sa ancora poco sulla glomalina, ma sembra che svolga la funzione di «collante» del suolo in quanto esiste un rapporto diretto fra quantità di proteina e livello di coesione del suolo stesso. Un’ulteriore dimostrazione del ruolo fondamentale giocato dalle specie fungine all’interno del sistema suolo.

(Anna Rita Pescetelli)
(20 Maggio 2008)