Clima – A Bonn la politica frena…

200

>> Le giornate di Bonn

Nonostante il mese di agosto sia un mese di ferie per la maggior parte dei Paesi dell’emisfero nord, ben 2.400 partecipanti hanno affollato a Bonn (Germania) dal 10 al 14 agosto scorsi, la sessione, per giunta informale, del negoziato per la definizione del nuovo trattato e della revisione del protocollo di Kyoto, che a Copenhagen definiranno i nuovi accordi internazionale che daranno piena attuazione alla Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (detta Unfccc) firmata a Rio de Janeiro ed entrata in vigore nel 1994 e sostituiranno il protocollo di Kyoto, firmato nel 1997 ed entrato in vigore nel 2005.

Anche dopo quest’ultima sessione non c’è stata una accelerazione dei lavori: si gira attorno ai problemi senza risolverli, si spende molto tempo per argomenti secondari e i negoziati sembrano procedere al rallentatore, tanto che il Segretario Generale della Unfccc: Yvo de Boer, ha lanciato un allarme: mancano solo 15 giorni di lavoro negoziale (10 giorni previsti a Bangkok dal 28 settembre al 9 ottobre prossimo e 5 a Barcellona dal 2 al 8 novembre 2009) prima dell’appuntamento di Copenhagen dove approvare i testi elaborati e concordati, e prima di avviare il nuovo (o i nuovi) trattati. Se non ci sarà una fortissima accelerazione i rischi concreti diventeranno una unica certezza: il fallimento.

L’andamento al rallentatore dei negoziati sul clima, sembrerebbe, effettivamente inspiegabile dopo le assicurazioni di buona volontà manifestata dalla maggior parte dei Paesi partecipanti, ma soprattutto dopo la solenne manifestazione della volontà del Gruppo degli Otto Grandi della Terra, dichiarata a L’Aquila, di voler contenere il riscaldamento climatico entro i 2°C rispetto all’epoca pre-industriale. Ma, guardando meglio dentro al negoziato, si scopre che le apparenze ingannano.

Al rallentatore, anzi in frenata, stanno andando solo gli aspetti di forte rilevanza politica sulle strategie di sviluppo e di importanti implicazioni economiche internazionali, quelli cioè che potrebbero trasformare il nuovo trattato di Copenhagen in uno strumento di rivoluzione epocale. Viceversa, gli aspetti di regolamentazione e le tematiche di attuazione stanno correndo tanto velocemente negli approfondimenti e in una miriade crescente di possibili argomenti interconnessi, da aver prodotto finora una amplificazione abnorme di cavilli e bizantinismi, nonostante le numerose esortazioni per un testo sintetico e compatto.

Il testo del nuovo trattato è costituito da oltre 200 pagine, contenenti circa duemila posizioni di dissenso, compreso il dissenso sulla forma legale che dovrà avere questo trattato. A questo testo, poi, vanno aggiunte una cinquantina di pagine circa del nuovo testo di protocollo di Kyoto emendato (ma con molti dissensi anche qui), per gli impegni che i paesi industrializzati dovrebbero assumere entro il 2020. E le posizioni di dissenso non sono banali! Spaziano su importanti questioni internazionali e di rapporti internazionali.

Il problema di fondo è che la questione del clima va ad interferire con problemi cruciali dello sviluppo economico, quali l’energia, l’uso del territorio e delle risorse, l’economia e la finanza, i commerci internazionali, le tecnologie e perfino i brevetti e la proprietà intellettuale, per non parlare della tutela delle popolazioni indigene e della prevenzione dei conflitti ambientali. Di conseguenza, la bozza di testo del nuovo trattato si è trasformata in un documento dove sono affrontate, e messe in discussione, molte incongruenze del diritto internazionale, comprese le contraddizioni di altri trattati internazionali rispetto a quello del clima, così come le disfunzioni (e le necessità di riforma) delle organizzazioni internazionali, comprese le Nazioni Unite. Insomma, allo stato attuale di evoluzione del negoziato, sembrerebbe inevitabile che, per arrivare ad un testo concordato del nuovo trattato sul clima, sia fondamentale modificare o risolvere questioni di diritto internazionale (molte delle quali effettivamente irrisolte), che apparentemente non avrebbero nulla a che spartire col clima.

Ma, perché accade tutto ciò e non si va al nocciolo dei problemi, come la definizione chiara dell’obiettivo da conseguire al 2050, la scelta chiara di un percorso di riduzione delle emissioni, con tappe temporali prefissate di verifica e con la individuazione delle strategie di attuazione da seguire? Semplicemente perché la questione del clima è la questione cruciale dello sviluppo sostenibile e, come tale, è la punta dell’iceberg di un enorme numero di problemi, passati e presenti, che andrebbero reimpostati su nuove basi. Le grandi decisioni politiche sul clima sono viste, in realtà, come il presupposto per un cambio dell’attuale civiltà industriale e di modello di sviluppo. Il problema, infatti, non è impedire il surriscaldamento climatico e fermare la febbre del pianeta, problema su cui, in linea di principio, sono tutti d’accordo. Il problema è «come» fare.

Il percorso virtuoso, per raggiungere l’obiettivo indicato dagli stessi Otto Grandi Paesi della Terra a L’Aquila, implica l’attuazione di una serie di azioni per la mitigazione e per l’adattamento che movimenterebbero, secondo una valutazione della stessa Unfccc, flussi economici e finanziari di circa 300 miliardi di dollari all’anno, per almeno 30 anni (dal 2020 al 2050). Dove si reperiscono queste ingenti risorse? Chi gestisce e controlla questi ingenti movimenti di capitali? Alcuni (tra cui Cina e India) vorrebbero che le risorse finanziarie fossero interamente pubbliche e che il controllo e la gestione sia affidata nelle mani delle Nazioni Unite o di organizzazioni delle Nazioni Unite. Altri (tra cui gli Usa e la maggior parte dei paesi industrializzati) sono fortemente contrari e vorrebbero mobilitare risorse finanziarie private e al di fuori del controllo delle Nazioni Unite, anche se entro le regole delle Nazioni Unite.

Ma non è tutto! Ci sono anche le questioni e gli enormi interessi di grandi imprese multinazionali sugli aspetti tecnologici, energetici, commerciali e produttivi, oltre che ambientali e territoriali. Chi controlla e garantisce la stabilità degli equilibri mondiali su questi aspetti, chi governa i conflitti di interessi contrapposti e previene il formarsi di pericolose egemonie? Chi garantisce che il tutto non porti a conseguenze che si ripecuotano, poi, sulla sovranità nazionale, sull’indipendenza ed autodeterminazione dei popoli, sul libero scambio delle merci e delle persone e perfino sui rapporti di forza economici ed militari?

Ed allora ecco che, per alcuni Paesi, i timori per le conseguenze negative ed i danni dei cambiamenti del clima, sono minori delle preoccupazioni per le conseguenze negative ed i danni derivati da un cambiamento degli equilibri geopolitici mondiali. Per altri Paesi, il problema dei cambiamenti climatici è un’opportunità per uno sviluppo economico diverso dal passato basato su nuovi principi di partnership globale, quali quella della responsabilità comune ma differenziata e l’equità generazionale ed intergenerazionale. Per altri Paesi, ancora, (i più poveri e sognatori) il problema dei cambiamenti climatici può rappresentare finalmente il riscatto di ingiustizie colonialistiche originate nel passato e l’annullamento delle diseguaglianze fra popoli, oppure il superamento del sottosviluppo e della povertà, oppure l’affermazione dei diritti umani e di una qualità della vita dignitosa per tutti.

Tutte queste cose sono state infilate, direttamente o indirettamente, nell’attuale bozza di testo dai delegati ai negoziati sul clima, attraverso osservazioni, commenti, parentesi quadre, emendamenti, riserve e quant’altro consentito. Ma, il tempo che ci separa dall’appuntamento di Copenhagen è purtroppo troppo breve per fare chiarezza su questioni così delicate e così complicate. Molti sperano che le decisioni politiche di alto livello che saranno prese alla fine di settembre nella riunione dei capi di Stato e di governo convocati prima alle Nazioni Unite e poi a Pittsburg per la riunione delle 20 più grandi potenze economiche mondiali, sblocchino finalmente il negoziato e lo portino a conclusione.

Se, però, vogliamo rimanere con i piedi per terra, non possiamo farci troppe illusioni e non dobbiamo caricare questo evento di strepitose aspettative. L’appuntamento di Copenhagen porterà molto probabilmente solo ad un consenso generale su una serie di principi utili a risolvere le linee di azione di base (mitigazione, adattamento) e a definire gli strumenti di attuazione (finanziari e tecnologici), rimandando ad un successivo negoziato la individuazione finale delle diverse soluzioni. Nel frattempo, si andrà avanti con l’attuale protocollo di Kyoto che è già stato emendato e che raggiungerà, a Copenhagen, il consenso necessario sugli emendamenti, per essere approvato ed estenderne la sua validità fino al 2020.