La patata Amflora può danneggiare l’humus

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Perché, sostiene Paolo Manzelli, «è resistente agli attacchi dei batteri perché progettata per essere resistente agli antibiotici e ciò può essere un pericolo per le modificazioni dell’humus del terreno dove vengono coltivate». Ignorata l’esigenza dello sviluppo di una ricerca pubblica nel settore della sicurezza alimentare

Ieri la Comunità europea ha mandato a quel paese la biodiversità ed il principio di precauzione, aprendo alla commercializzazione degli Ogm. Né le decantate sperimentazioni possono essere una garanzia. Inoltre Bruxelles ha autorizzato la commercializzazione ma non la coltivazione di tre tipi di mais Ogm della Monsanto per alimentazione umana e mangimi.

«La patata transgenica chiamata Amflora (che sarà prodotta da Bayer, N.d.R.) è stata creata per la produzione industriale della carta ed è immangiabile dall’uomo, mentre i residui della produzione industriale sono ancora mangiabili dai ruminanti. La patata Amflora è resistente agli attacchi dei batteri perché progettata per essere resistente agli antibiotici e ciò può essere un pericolo per le modificazioni dell’humus del terreno dove vengono coltivate».

È quanto dice Paolo Manzelli, Director of LRE/EGO-CreaNet all’Università di Firenze, che si occupa di alimentazione, nuovi stili di vita ed indaga su materie nuove come la Nutrigenomica.

«Pertanto – continua Manzelli – la Commissione europea prendendo la decisione di concedere la possibilità di coltivare in tutta Europa la patata transgenica Amflora, ha permesso di vanificare il “Principio di Precauzione” per ragioni esclusivamente economiche, senza prendere in alcuna considerazione l’esigenza dello sviluppo di una ricerca pubblica nel settore della sicurezza alimentare».

Manzelli in pratica anticipa parte dei contenuti che saranno trattati dal prof. Vincenzo Vecchio del CeRA (Centro di ricerca alimentare) sul tema: «Ogm: la patata immangiabile della Basf». L’occasione è il convegno sulla Biodiversità che si svolgerà a Firenze il 10 marzo in Palazzo Strozzi.

D’altra parte il periodo puramente teorico di sperimentazione propagandata dalla Ue può essere sufficiente dopo la negativa esperienza degli estrogeni? Chi ci può garantire che dalla catena alimentare animale non passi all’uomo? E con quali conseguenze? (I. L.)