Il tappo regge, e ora?

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Non si sa ancora per quanto, ma da 5 giorni non c’è più fuoruscita di greggio dal pozzo Macondo. I danni sono ingenti, sono stati intrappolati delfini, uccelli, tartarughe, ostriche, distruggendo un ecosistema ricco di biodiversità

Sono cinque giorni che è stato posizionato il nuovo tappo contenitivo sul pozzo Macondo nel Golfo del Messico, spesso 5 metri e del peso di 75 tonnellate, un sistema che non è mai stato sperimentato a queste profondità eche fino ad oggi sembra aver arginato la fuoruscita di greggio che da 3 mesi (il 20 aprile si è verificato l’incidente alla piattaforma di estrazione petrolifera Deepwater Horizon, di proprietà della British Petroleum, la Bp, al largo delle coste della Louisiana) sta avvelenando il Golfo e i 700 km di costa su cui si affacciano Alabama, Florida, Luisiana, Mississipi e Texas. Secondo gli esperti, ad oggi si sarebbero riversati in mare dai 35 ai 60mila barili di petrolio al giorno, cioè dai 3 ai 5 milioni di barili, che corrispondono dai 506 agli 868 milioni di litri.

Il pozzo Macondo è il primo pozzo che posizionato in acque profonde, a circa 1.500 metri di profondità, ha riversato petrolio in mare, ed ecco perché i metodi per risolvere il problema risultano non di facile attuazione e di entità ancor più grave di tutti gli altri incidenti petroliferi off-shore avvenuti negli Usa.

I test di pressione per verificare se la cupola posizionata sul pozzo funziona continuano, anche se nei giorni scorsi si è verificata un’anomalia, forse una falla a 3 km dal pozzo, ma l’ammiraglio Thad Allen, responsabile per conto degli Usa delle operazioni per la chiusura del pozzo, ha dichiarato che «seppure sono state trovate alcune anomalie, non è comunque necessario bloccare il test, che ormai si sta svolgendo da cinque giorni e sicuramente si andrà avanti almeno per altre 24 ore».

L’anomalia sarebbe un riversamento in mare di petrolio e metano, che se fosse confermato aggraverebbe la situazione già disastrosa. Gli esperti affermano che se i tentativi messi in campo dalla compagnia non andranno a buon fine, il pozzo della Bp potrà continuare a riversare in mare tonnellate di greggio per almeno due anni e nella peggiore delle ipotesi addirittura di quattro.

Proprio ieri il presidente Barack Obama e il primo ministro britannico David Cameron, per la prima volta in visita ufficiale a Washington, ne hanno discusso. Il primo ministro Cameron in conferenza stampa ha dichiarato «comprendo totalmente la rabbia di tutta l’America. La fuoruscita di petrolio nel Golfo del Messico è una catastrofe per l’ambiente, la pesca, il turismo: siamo stati assolutamente chiari su questo. E come il presidente Obama sono stato chiaro sul fatto che BP debba tappare la falla, ripulire il pasticcio e pagare con appropriate compensazioni». Ha concluso dicendo che «è comunque importante sia per la Gran Bretagna sia per gli Usa che la Bp rimanga «forte», per pagare i risarcimenti e nell’interesse delle economie di entrambi i Paesi».

La marea nera intanto è un’enorme area che si estende in un raggio di 320 km attorno al pozzo. La Nasa, da quando si è verificato il disastro, ha monitorato costantemente la situazione con riprese satellitari consentendo agli esperti e agli organi governativi di seguire gli spostamenti e l’estensione della macchia oleosa. Nelle immagini acquisite l’11, 12, 14 luglio, (ultime di una serie di immagini) dal sensore Modis (Moderate Resolution Imaging Spectroradiometer) montato a bordo del satellite «Terra», si nota proprio come la macchia grigio chiaro si sia estesa in tutta la vasta area antistante il Golfo del Messico.

Ilpetrolio è ormai ovunque, come si nota anche dalle immagini, e ha intrappolato delfini, uccelli, tartarughe, ostriche, granchi, e ogni altra forma di vita che rientra negli anelli della catena alimentare del Golfo, un ecosistema ricco di biodiversità e sensibile, luogo di riproduzione di specie rare ormai in serio pericolo.

Lo strato denso di petrolio superficiale riduce la quantità di luce che penetra nella colonna d’acqua necessaria alla fotosintesi delle alghe da cui dipende la vita dell’ecosistema marino. Le prime vittime del disastro sono stati gli organismi più piccoli, il plancton, e a seguire le specie più grandi sia per contatto diretto con il greggio e con i prodotti chimici disperdenti, sia indiretto, cibandosi di organismi già contaminati. Tra le specie coinvolte ci sono numerose specie di pesci e uccelli.

Negli uccelli il contatto diretto con il petrolio diminuisce l’idrorepellenza del piumaggio e questo non consente l’isolamento termico morendo così di ipotermia; e quelli che fortunatamente vengono catturati per essere ripuliti restano senza il loro habitat naturale dove esser reinseriti, in quanto esso ha subito danni forse in maniera irreversibile.

Lungo le spiagge dell’Alabama, invece, si stanno recuperando migliaia di uova di tartaruga, per evitare che gli animali appena nati rimangano intrappolati nel petrolio che ricopre la sabbia.

Degli studiosi hanno dichiarato al «Wall Steet Journal» che «nella zona del pozzo Macondo sono presenti 1.728 specie di vegetali ed animali: dai gamberetti ai cetacei e alle tartarughe. Di esse,135 sono endemiche (non si trovano in nessun altro luogo) e47sono in pericolo di estinzione. Anche solo una breve esposizione al petrolio potrebbe indebolire le specie già fragili. C’è la possibilità che, in seguito a questa marea nera, venganoalterate addirittura lecaratteristiche delle acque, e che esse risultino in futuro meno ospitali per la vita».

La parola agli studiosi

Nel nord del golfo del Messico, a Ewing Bank, un team di ricercatori della University of Southern Mississipi ha avvistato in superficie un banco di squali balena, formato da 100 animali di lunghezza tra i 9 e i 13 metri. «Avvistamenti di questo tipo in questa zona non sono rari in quanto loro vengono qui a cibarsi durante l’estate e sono uno degli spettacoli naturali più incredibili» ha affermato Eric Hoffmayer, a capo di una ricerca sugli squali balena in questa area. «Gli esemplari avvistati finiranno però per morire perché stanno ingerendo petrolio ogni volta che aprono la bocca per mangiare il plancton, ormai impregnato di petrolio – ha continuato Hoffmayer -. Ma la causa di morte sarà la deposizione del petrolio sulle branchie e sugli organi interni andando a comprometterne il funzionamento».

Secondo Hoffmayer «gli squali non hanno ancora un meccanismo naturale che gli permette di proteggersi perché, da un punto di vista storico ed evolutivo, l’inquinamento da idrocarburi in mare è un fatto troppo recente. Semplicemente i loro sensi non gli permettono di avvertire un pericolo. Il risultato è che questi animali da giorni nuotano nel petrolio senza far nulla per evitarlo. E nel caso degli squali non potranno essere fatte analisi approfondite per determinare l’effetto correlato alla marea nera, perché morendo affondano e le carcasse non sono recuperabili».

Ronald Kendall, capo del dipartimento di Tossicologia ambientale alla Texas Tech University che insieme a tre colleghi ha appena pubblicato «Wildlife toxicology», una specie di catalogo sui rischi chimici imposti dalla civiltà umana sul mondo animale ha dichiarato che a 1.500 metri di profondità il sole non arriva e non può esercitare il suo effetto foto-degradante e quindi l’attività batterica è ridotta.

«Il problema aggiuntivo sta nei solventi che la Bp usa sott’acqua per dividere il petrolio in tante goccioline, farlo precipitare ed evitare così che arrivi sulla costa. L’obiettivo di proteggere le coste è condivisibile – osserva Kendall – ma l’effetto collaterale è quello di far depositare il petrolio sul fondale, un miglio sotto il livello del mare». Sul fondale, la vita sparisce. E quindi la catena alimentare s’interrompe.

Kendall ha osservato che «con l’inizio della stagione degli uragani, che inizia con l’estate, l’acqua del mare viene fatta risalire e portata lontano formando con il petrolio contenuto in essa, un’emulsione tossica che diventa mortale per gli organismi più fragili, quali le piccole tartarughe, gli embrioni di pesce, le larve dei gamberetti. Per non parlare della vegetazione delle paludi del delta del Mississipi», superando le barriere protettive dislocate dalla Bp e dal governo per proteggere le coste.

Christopher Reddy, chimico della Woods hole oceanographic institution (Whoi) in Massachusetts sta conducendo uno studio sulla risposta che la Natura dà al disastro petrolifero. Secondo lo studioso la Natura ha la sua «cassetta degli attrezzi»per rispondere alla perdita di petrolio, ma che c’è comunque un limite di quantità oltre il quale tutte le contromisure diventano inefficaci.

Il dott. Reddy ha rilasciato un’intervista al National Geographic affermando che la prima funzione naturale utile è l’evaporazione, che ha effetti immediati. «Le molecole più leggere, le prime a raggiungere la superficie, sono anche le più pericolose per gli animali. Si tratta di idrocarburi aromatici, molto sensibili all’evaporazione, ma che, se rimanessero in acqua, potrebbero dissolversi ed essere tossici per la vita marina. Una volta evaporati questi elementi più leggeri, quelli più pesanti sono naturalmente dispersi dall’azione di vento e dalle onde in piccole gocce diventando cibo per i microbi». Questi rappresentano l’altro «attrezzo» utile alla natura per smaltire il petrolio, ma «il problema è che questi microrganismi iniziano a degradare le molecole più semplici, per poi passare a quelle più complesse, rendendo così il processo molto lungo, settimane o anche mesi», ha spiegatolo studioso.

L’unico limite alla loro azione è l’ossigeno, loro agiscono solo in un ambiente ossigenato. È quello che ha spiegato Stan Senner dell’organizzazione Ocean conservancy, dichiarando che «più si va avanti e più il petrolio viene sepolto in sedimenti poveri d’ossigeno, su cui l’loro azione dei microbi diventa nulla».

Oltre agli sforzi messi in atto dalla Natura per resistere e reagire alla catastrofe ambientale, la Bp ha già investito finora 3,95 miliardi di dollari per contenere il disastro! La natura riuscirà a smaltire il petrolio in decine di anni, la Bp si spera che ce la faccia in tempi più brevi!

Una cosa è certa che i danni sono già stati ingenti in tutti i settori, e che l’unica arma per non imbatterci in altre catastrofi ambientali è iniziare ad investire seriamente nelle energie da fonti rinnovabili per attuare una politica energetica sostenibile, coscienti comunque che le energie rinnovabili non sono così sviluppate da poter sostituire i combustibili fossili a cui siamo e saremo costretti a dipendere per molto tempo ancora. Allo stato attuale gli Stati sono alla completa dipendenza da combustibili fossili anche per altri tipi di prodotti di uso quotidiano, quali le plastiche, le vernici, i fertilizzanti, ecc.

Bisogna iniziare a modificare le nostre abitudini e le nostre tecnologie per poter risparmiare sia energia sia risorse e limitare così la richiesta di petrolio… Questo è un piccolo contributo che tutti siamo in grado di dare da subito.