Per il nucleare cambia l’aria in Usa

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Mentre partono i progetti di impianti solari termodinamici di grande taglia negli Stati di California, Arizona e Nevada, l’industria nucleare statunitense rinuncia a realizzare alcune centrali perché i rischi economici e finanziari stanno diventando troppo elevati

Riproponiamo l’editoriale di Gianni Silvestrini pubblicato sull’ultimo numero di «QualEnergia»

Arrivano dagli Usa due notizie emblematiche di importanti evoluzioni dello scenario energetico. La prima riguarda la partenza del solare di grande taglia dopo un ventennio di stasi. L’ultima approvazione fa riferimento ai 1.000 MW del Blythe Solar Power Project da realizzare in quattro gruppi nel deserto californiano del Mojave dal gruppo tedesco Solar Millennium ad un costo di 5 miliardi di dollari. L’impianto produrrà annualmente 2,2 TWh e garantirà lavoro a 400 addetti per i 40 anni di vita della centrale. Si tratta del sesto progetto approvato negli ultimi mesi.
Il rilancio di queste tecnologie avviene vent’anni dopo l’entrata in funzione dei 354 MW delle centrali solari della Luz, tuttora perfettamente funzionanti, dopo la cui realizzazione tutto si era bloccato. Le nuove centrali solari sono le prime di un ampio pacchetto di 7,8 GW (concentratori cilindro parabolici, a torre, Stirling) che verranno costruite in California, Nevada ed Arizona.

Se le prospettive per le rinnovabili si fanno dunque interessanti, non altrettanto si può dire per il nucleare statunitense che è in grave difficoltà per la convergenza di una serie di fattori negativi: calo della domanda elettrica a causa della crisi, prezzi del metano dimezzati a seguito dell’immissione sul mercato del gas naturale contenuto in rocce scistose, mancato accordo in Senato sulla legge «cap and trade» che avrebbe fissato un prezzo per le emissioni di anidride carbonica.

Il risultato è che, uno dopo l’altro, i progetti di nuove centrali stanno affondando. In settembre la Exelon aveva rinunciato a costruire un paio di reattori in Texas. La Duke ha rinviato la realizzazione di un impianto a Lee. Infine, lo scorso 8 ottobre la Constellation Energy, che era alleata con la francese Edf per un nuovo reattore Epr, ha clamorosamente abbandonato il campo.

Secondo una elaborazione riportata dall’Union of Concerned Scientists, il reattore avrebbe prodotto elettricità tra 10,7 e 14 c$/kWh e circa la metà di questo costo sarebbe stato coperto dai vari incentivi pubblici disponibili. Evidentemente però i rischi erano comunque troppo elevati. La compagnia elettrica francese si è detta «estremamente dispiaciuta della decisione». Da parte sua l’amministratore delegato della Constellation, Michael J. Wallace, ha affermato sconsolato: «Le forze del mercato hanno avuto la meglio su di noi».

Aria di tempesta dunque sul nucleare Usa. Del resto, per capire la difficoltà della situazione, basta leggere cosa scrive l’ultimo numero dell’«Economist»: «Prima dell’estate sembrava plausibile la realizzazione entro il 2016-18 di quattro/otto reattori; ora andrà già bene se ne entreranno in funzione un paio entro il 2020».

(Fonte QualEnergia)