Clima – I Paesi inquinatori dettano ancora legge

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In corso a Bonn la seconda sessione negoziale per la messa a punto di tutti i documenti che saranno esaminati nella prossima Conferenza della Parti che si terrà a Durban. L’architettura di questa serie infinita di trattative sembra puntare alla paralisi

Si apre oggi a Bonn e si chiuderà il 17 giugno prossimo, la seconda sessione negoziale dopo Cancún per la messa a punto di tutti i documenti negoziali che saranno esaminati nella prossima Conferenza della Parti della Unfccc (Cop-17) che si terrà a Durban (Sud Africa) alla fine di quest’anno. Oltre alle ulteriori modifiche ai due trattati, uno di lungo periodo, curato dal gruppo di lavoro Agw-Lca e l’altro che riguarda gli emendamenti al Protocollo di Kyoto per prorogarlo fino al 2020, curato dal gruppo di lavoro Agw-Kp, si procederà a discutere (in ambito degli organi tecnici di supporto) sulla messa a punto dei meccanismi finanziari, del trasferimento tecnologico e della «capacity building» nei paesi più poveri, sui meccanismi di verifica e controllo (nel rispetto della sovranità nazionale) sia degli impegni che saranno assunti dai Paesi industrializzati, sia degli impegni che saranno assunti dai Paesi in via di sviluppo.

Altri argomenti in discussione riguardano la messa a punto dei piani di adattamento ai cambiamenti climatici che dovranno redigere i paesi in via di sviluppo più vulnerabili, la definizione delle metodologie di analisi e valutazione degli impatti dei cambiamenti climatici, la individuazione dei settori di vulnerabilità e delle relative azioni di adattamento. Di particolare rilevanza saranno anche le discussioni sul ruolo dell’agricoltura nei cambiamenti climatici in relazione anche ai problemi di disponibilità delle risorse idriche che tenderanno a diminuire alle medie e basse latitudini e le discussioni sulle modalità di valutazione delle riduzioni di emissioni derivanti dalla lotta alla deforestazione e al degrado del suolo.

La situazione attuale

Va, però, sottolineato che mentre le discussioni diventano sempre più approfondite sui diversi meccanismi e sulla molteplicità problemi che riguardano l’attuazione degli impegni, continua a non essere chiara la struttura portante che riguarda obiettivi, strategie ed impegni sia dei paesi industrializzati sia dei paesi in via di sviluppo.

Si andrà verso un solo trattato, omnicomprensivo (di lungo periodo comprendente il breve periodo costituito dal Protocollo di Kyoto emendato e prorogato al 2020), si andrà verso due trattati distinti. E che natura giuridica avrà il trattato o i due trattati? Legalmente vincolante (l’uno o entrambi), volontari (uno o entrambi), uno legalmente vincolante e l’altro volontario?

L’ultima conferenza di Cancún, dopo il fallimento di Copenhagen, non ha risolto alcuna delle «key political questions». Si è solo rimessa la negoziazione, che era uscita fuori dai binari della Unfccc, entro il contesto delle Nazioni Unite e delle sue regole. Sono stati approvati importanti elementi dal «green fund», ai meccanismi Redd (lotta alla deforestazione ed al degrado del suolo) da inserire nel «carbon market», così come sui meccanismi di trasferimento tecnologico e di sistema di finanziamento per lo sviluppo pulito dei paesi più poveri, ma nulla sulla definizione degli obiettivi intermedi e finali, sulla struttura e l’organizzazione del o dei trattati, cioè, nulla della parte più importante della «road map di Bali», che continua a rimanere incompiuta nonostante tutti si fossero impegnati a concluderla nel 2009 a Copenhagen

Va inoltre sottolineato che a Cancún, così come a Copenhagen, l’Europa è rimasta in disparte o si è addirittura defilata. A Copenhagen l’Europa ha delegato tutto a Usa e Cina che hanno preso accordi extra-negoziali, non approvati poi dall’assemblea plenaria (ma solo «preso atto»). A Cancún l’Europa ha delegato il suo ruolo di leadership al Messico ed in particolare a Patricia Espinisa che gli europei hanno molto applaudito ed elogiato.

Christian Figueres, segretario esecutivo della Unfcc, nel dibattito ad alto livello tra Nazioni Unite e Europa sulla questione clima tenuto il 19 aprile scorso a Bruxelles ha chiesto all’Europa di assumere la leadership del processo negoziale, dicendo:

«The European Union has a clear responsibility for leadership in the inter-governmental climate change negotiations. And in many instances, this responsibility has been readily taken up by the European Union. I urge you to continue leading».

Nella prossima Conferenza di Durban sarà ormai tardi per evitare che alla scadenza del protocollo di Kyoto si crei un vuoto, dal momento che per far subentrare un qualsiasi trattato che fosse approvato a Durban occorrono circa 2 anni (tempo medio procedurale per ottenere un numero adeguato di ratifiche depositate). Il rischio maggiore, però, è che a Durban si giunga al culmine della demotivazione globale e si metta una pietra tombale su tutto il negoziato del clima. I negoziati che si sono ormai avvitati in un vortice che sembra non avere sbocchi bloccato sul principio della responsabilità comune ma differenziata e sul principio dell’equità, impaludato su promesse di fondi e finanziamenti che non si vedono, disorientato da cavilli e bizantinismi di varia natura, ma soprattutto inchiodato all’immobilismo dai veti incrociati dei maggiori inquinatori globali: Usa e Cina, con l’Europa, in disparte, che resta a guardare. (V. F.)