Pescare di meno per guadagnare di più

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Solo così è possibile anche salvaguardare l’ambiente. Una scelta che è nelle mani dei pescatori se solo riflettessero fra resa del mare dopo il fermo biologico e numero di uscite

Una volta per farci risparmiare elettricità fu coniato uno spot che più o meno recitava così: «…il risparmio è una nuova forma di energia». In sostanza era (ed è ancora) una cosa vera ed anche giusta: perché tenere le lampadine, i display, i computer, ecc. accesi anche quando non serve? La cosa può apparire ovvia, ma non per questo praticata da tutti.

L’uomo, è bene che ce ne facciamo una ragione, è uno strano animale. Più che logico è emulativo, insomma tende a fare le cose che fanno gli altri senza sempre chiedersi il perché, e spesso lo fa con una sorta di pigra rassegnazione. Se così non fosse avremmo una classe politica di qualità stratosferica ed invece… Che centra con la pesca? Centra centra e voglio spiegare il perché.

I pescatori di tutto il mondo sono uguali, è forse l’unica categoria in cui un qualunque addetto, se non per problemi di lingua, potrebbe intendersi con un suo collega anche se lui pesca aringhe nel Baltico e quell’altro dentici verdi e cernie in Oceano Indiano. Ciò che li accomuna è l’individualismo di chi affronta, da solo o con il suo gruppo, le risorse biologiche naturali ed utilizza a quel fine tutte le «armi» messe a disposizione dalla tecnologia, dalle sue capacità e dalla sua fortuna. Quello del Pescatore (lo scrivo maiuscolo per il rispetto e l’ammirazione che ne porto) è insomma uno degli ultimi lavori liberi dell’uomo.

Qualcuno potrà obiettare che però è un’attività ancestrale, un residuo del Paleolitico ed altro ancora. Ma in questo sta la sua forza ed il suo fascino! Infatti ogni operatore della pesca che esce in mare (o sul lago) è un vero professionista del suo mestiere ed è tanto bravo che nonostante la rarefazione delle risorse ittiche naturali riesce ancora a sostenere se stesso, la sua famiglia e la sua attività. Purtroppo per lui però qualcosa sta cambiando, l’acquacoltura e le importazioni di pesce da tutto il mondo calmierano il valore del prodotto ittico e la sua attività stenta, con il lievitare dei costi, a mantenere un sano rapporto fra costi e benefici.

Bisognerebbe quindi cambiare la testa ai Pescatori, non è un’operazione impossibile anche se difficile, ma la pesca è un settore così particolare che una soluzione può venire solo da loro. Loro infatti sanno che, dopo il periodo di fermo pesca per «riposo biologico», si pesca a strascico (ma anche con altri attrezzi) fino a cinque, sei volte quello che si pescava prima del fermo pesca e la cosa dura purtroppo al massimo una quindicina di giorni. Questo cosa vuol dire: che il prodotto ittico di fondo (demersale) non si sposta da dove si trova e che la capacità di cattura delle nostre imbarcazioni a strascico è di molto superiore alla disponibilità attuale della risorsa. Infatti il surplus di pesce che si trova dopo il fermo pesca viene recuperato al massimo in due settimane. Quindi sorge spontanea una domanda: ma perché allora le imbarcazioni a strascico italiane escono in pesca tutti i giorni consentiti (cinque alla settimana) a contendersi l’un l’altra quel poco pesce rimasto in mare e consumando fior di quattrini in gasolio, usura degli attrezzi, delle imbarcazioni e tanti altri costi di gestione quando potrebbero prendere lo stesso pesce uscendo al massimo tre volte alla settimana?

Questo consentirebbe un risparmio netto di almeno un terzo dei costi di gestione e quindi il raddoppio dell’utile per i Pescatori e un beneficio per l’ambiente… se solo si mettessero d’accordo. Il problema ora è in mano a loro.

(Fonte Accademia Kronos, Prof. Roberto Minervini, Docente di Biologia della Pesca e Acquacoltura)