Le città non più a misura di… passeri

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L’Italia è l’unico paese europeo rappresentato da ben 4 diverse specie di passeri presenti nel suo territorio. Per cercare di arginare il problema del declino dei passeri, sono stati predisposti tre diversi piani di intervento

In Italia, la tutela della biodiversità ha preso avvio da norme emanate per dare ratifica ed esecuzione a convenzioni ed accordi internazionali cui, nel tempo, il Paese ha aderito. Fra queste ricordiamo la Legge 150/1992, in materia di tutela della flora e della fauna, la Legge 157/1992 e successive modifiche ed integrazioni, recante le Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio, e, infine, il DPR 357/1997, che costituisce il recepimento della Direttiva Habitat (43/92/CEE), per la conservazione della biodiversità nel territorio dell’Ue.

Come si evince, è proprio a partire dagli anni 90 che un numero sempre crescente di provvedimenti ha segnato l’evoluzione dell’approccio alla conservazione della biodiversità. Non si parla più di semplici elenchi di specie da proteggere, ma inizia l’elaborazione di strategie utili a garantire sviluppo sostenibile e conservazione del patrimonio naturalistico.

Nella maggior parte dei casi, il legislatore ha previsto specifici regimi di tutela per le aree a speciale interesse conservazionistico, forse tralasciando un po’ gli ambienti rurali e cittadini e, con questi, alcune specie sinantropiche, come i passeri. Non a caso, la storia delle civiltà umane e quella dei passeri sono strettamente legate. In tutti i continenti i passeri sono diventati commensali dell’uomo, allorché questo è divenuto sedentario, agricoltore, allevatore e costruttore di città. Eppure, da opportunisti e tanto comuni da esser chiamati pets nel mondo agricolo, oggi i passeri sono in diminuzione su scala planetaria.

Le ragioni alla base di tale decremento animano molti dibattiti e sono oggetto di convegni e studi scientifici internazionali, come nell’ormai storico congresso di ornitologia tenutosi ad Amburgo nel 2006. Da allora, gli sforzi per studiare ed approfondire queste tematiche si sono moltiplicati e ne è nato un gruppo di lavoro internazionale che si è riunito già due volte (nel 2007 e nel 2009).

A tal proposito, nel 2009, fu proprio il nostro paese a lanciare da Pisa l’idea di organizzare un World house sparrow day, fissato nella giornata del 20 marzo di ciascun anno, con la finalità di portare il tema all’attenzione del pubblico. Va sottolineata, infatti, la particolarità dell’Italia: unico paese europeo rappresentato da ben 4 diverse specie di passeri presenti nel suo territorio. Il più comune, il cosiddetto passerotto, è la famosissima Passera d’Italia (Passer italiae), sostituita nelle grandi isole dalla Passera sarda (Passer hispaniolensis) e nella fascia alpina dalla Passera europea (Passer domesticus), che altro non è che la specie continentale. Più legata alle periferie ed alle zone rurali è, infine, la Passera mattugia (Passer montanus).

Per cercare di arginare il problema del declino dei passeri, sono stati predisposti tre diversi piani di intervento. Il primo prevede il monitoraggio delle popolazioni ancora presenti, allo scopo di stabilire il trend ed individuare le aree ed i contesti in cui il declino è più rapido e manifesto, anche in relazione alle patologie ed al tipo di inquinamento presenti (atmosferico, elettromagnetico, acustico). Il secondo riguarda lo studio dell’identificazione delle ragioni che hanno portato al tracollo la Passera europea e la Passera mattuggia: essenzialmente carenza di cibo dovuta a densificazione degli agglomerati urbani, scorretta gestione del verde urbano, scarsa qualità dell’aria, ristrutturazione dei tetti delle case, etc.

Infine, il terzo livello consiste nell’organizzazione di azioni conservative in grado di avvantaggiare le specie animali cittadine e la stessa sostenibilità delle aree urbane. Per quanto insufficienti nel loro complesso, le esperienze maturate hanno consentito di individuare il fattore-chiave di un approccio di sostenibilità soddisfacente: soltanto l’analisi integrata di indicatori sociali, culturali ed economici potrà esprimere una sinergia utile a garantire l’equilibrio nello sviluppo di un Paese. Nasce così una nuova strategia, strumento integrativo delle esigenze conservazionistiche della biodiversità.

Nuova scadenza fissata dall’Europa l’anno 2020.