Aumentano gli ecoprofughi in tutto il pianeta

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foto di Ennio La Malfa
Una carretta del mare con persone che fuggono dal suolo africano verso la Spagna.

Il rapporto degli scienziati del «Foresight group» del governo britannico: «In milioni migreranno, allontanandosi il più possibile dalle aree di vulnerabilità ambientale. Una sfida politica ancora più grande sarà riuscire a rendere milioni di persone che sono intrappolate in condizioni pericolose, in grado di muoversi verso la salvezza»

Da un momento all’altro, secondo lo studio degli scienziati, la situazione dei precari equilibri climatici della Terra potrebbe precipitare definitivamente e milioni di persone potrebbero restare imprigionate in aree del pianeta sottoposte a fenomeni meteoclimatici estremi. Per molti di questi, climaticamente costretti ad allontanarsi dai loro luoghi d’origine, vuoi per motivi economici, vuoi per motivi di salute o per rassegnazione non avrebbero la possibilità di mettersi in salvo e, quindi, potrebbero diventare vittime del «climate change». Non è questa la trama di un film drammatico di fantascienza, ma il risultato di un attento studio condotto dal governo inglese. Lo studio ha identificato molti luoghi del pianeta che stanno già subendo gli effetti del riscaldamento globale. Effetti che si possono tradurre in alluvioni catastrofiche, uragani di forza superiore a Katrina, ondate di calore sempre più insopportabili, siccità prolungate ed altri fenomeni estremi.

I luoghi a rischio, ovviamente, si trovano in Africa, Asia e, paradossalmente, anche in Europa meridionale. In Italia alcune aree della Sicilia, della Calabria e della Puglia.
«In milioni migreranno, allontanandosi il più possibile dalle aree di vulnerabilità ambientale – ha detto Sir John Beddington, capo consulente scientifico del governo britannico, e capo del Foresight programme -. Una sfida politica ancora più grande sarà riuscire a rendere milioni di persone che sono intrappolate in condizioni pericolose, in grado di muoversi verso la salvezza».
Gli scienziati, nel rapporto intitolato «Migrazioni e cambiamenti ambientali globali», http://webarchive.nationalarchives.gov.uk/+/http://bis.gov.uk/foresight/our-work/projects/current-projects/global-migration/reports-publications hanno scoperto che un numero di persone compreso tra 114 e 192 milioni potrebbero stabilirsi nelle pianure alluvionali nelle aree urbane dell’Africa e dell’Asia entro il 2060, in parte a causa del cambiamento climatico.
Rappresentano un enorme criticità anche le persone che, intrappolate in alcune aree a causa delle conseguenze del riscaldamento del clima (o perché non possono muoversi dalle loro case, o perché si sono trasferiti ma non riescono a trovare posti migliori per vivere) rappresenteranno a breve «una importante preoccupazione al pari di chi si sta preparando a migrare – conclude il rapporto -. Il cambiamento ambientale ha la stessa probabilità di bloccare la migrazione come di stimolarla».
Lo scorso anno, secondo le Nazioni Unite, 210 milioni di persone (circa il tre per cento della popolazione mondiale) sono migrate attraverso i paesi, mentre nel 2009 circa 740 milioni di persone si sono spostate all’interno dei paesi.
Ma gli scienziati hanno anche affermato che la migrazione non dovrebbe essere vista semplicemente come un problema. In molti casi infatti si tratta di una soluzione ragionevole ai cambiamenti ambientali causati da un riscaldamento del clima, e può essere tranquillamente gestito se i governi si prepareranno in maniera adeguata. «La migrazione può essere una buona opzione – è un modo di adattarsi al cambiamento climatico – ha detto Neil Adger, professore di economia ambientale presso l’Università di East Anglia -. Dovremmo essere proattivi circa la pianificazione per la migrazione, per garantire che le infrastrutture necessarie siano a disposizione delle persone».
Gli scienziati del Foresight Programme hanno inoltre affermato che ci sono molti fattori che influenzano la migrazione, ma che il cambiamento climatico è probabile diventi uno dei fattori maggiori nei prossimi 20 o 30 anni.