Turismo sostenibile e… violenza

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Dopo l’ultimo attentato è notevolmente modificato il volto di una delle più rinomate località turistiche e politiche dell’Egitto. Turisti distratti, degrado e il cattivo esempio delle imitazioni occidentali

Credo sia opportuno ed onesto parlare nei propri articoli di fatti, persone e luoghi che si abbia avuto la fortuna di conoscere di persona; spesso questo non è sempre possibile e allora ci si documenta affinché il tutto sia il più credibile e realistico possibile.
Torno appena da un viaggio all’estero che mi ha portato in una delle località turistiche più gettonate. Sono tornata nello stesso luogo dopo tre anni; salto temporale che si è fatto notare nelle trasformazioni che l’ambiente circostante ha subito, ma soprattutto nell’irrigidimento dei tratti del viso degli autoctoni probabilmente sopravvenuto a loro stessa insaputa dopo i fatti di cronaca di due anni fa, che tramutarono questo fantastico posto di vacanza in una trappola mortale di sangue, odio ed orrore. Sto parlando di Sharm el Sheikh, un luogo che conosco e che amo e dei suoi attentati del 2005 che amo molto meno e per fortuna non ho mai conosciuto.
Ciò che però voglio mettere in evidenza in questo spazio a mia disposizione è l’evoluzione che il turismo ha subito in questa località, rispetto appunto a tre anni fa.
Cosa è cambiato sostanzialmente? Si è registrato un vero e proprio «cambio della guardia» del turista: se prima Sharm era la meta amata e scelta dall’italiano in primis, da qualche sporadico francese, pochissimi americani e dal mite e silenzioso danese (a proposito, ma come fanno a resistere tutte quelle ore al cocente sole africano con la pelle opalescente che si ritrovano?), ora si sta verificando un’ondata di europei dell’est, ma anche della lontana Russia.
Questo fenomeno è ovviamente spia della più ampia e rilevante trasformazione degli equilibri del pianeta in questa nuova epoca: la globalizzazione ha di certo, infatti, favorito l’interscambio culturale e le migrazioni turistiche e non solo, ma è il millenovecentonovanta la data storica che ha innescato questo inarrestabile processo di massificazione ed omogeneità delle abitudini, degli usi e dei costumi di popoli fino a poco fa distanti anni luce dagli standard di vita occidentali.
Difatti il millenovecentonovanta è teatro dello sbriciolamento dell’Urss e di tutti i legami economici e politici che facevano dei «paesi orbita» un vero e proprio territorio di colonizzazione da parte della madre Russia, che in un difficile rapporto di odio e amore verso i suoi cuccioli, ora li puniva ferocemente, negando loro qualsiasi velleità futuristica e qualsiasi speranza di riscatto individuale, privato, che mettesse in luce le capacità del singolo con il relativo e dovuto arricchimento del «più bravo di tutti», ora assistendoli con un apparato di intervento pubblico e previdenziale capace quantomeno di assicurare l’essenziale a tutti, come più o meno i governi attuali occidentali dovrebbero intendere la struttura pubblica e laica dello stato.
Il problema è che da parte di questi nuovi turisti del mondo c’è un plagio sterile e quasi sempre negativo del nostro modo di vivere, assumendo spesso l’atteggiamento di chi vede tutto per la prima volta, di chi sperimenta l’inaccessibile finalmente divenuto accessibile, di chi si affaccia al mondo nudo ed esposto, ma fin troppo curioso ed affamato, consumando tutto troppo velocemente, per poi buttar via malamente la buccia a terra di ogni cosa, senza aver assaporato, attraverso il veicolo del rispetto, il vero gusto di cibi, luoghi e persone.
Arroganza, volgarità, esibizionismo chiassoso sgradevole alle orecchie e alla vista, pratiche poco riguardose del comune senso civico fanno di questa gente, almeno quando viaggia, elemento quasi sempre di disturbo, per non parlare poi dei nuovi ricchi russi. Senza opportunamente chiedersi come questi si siano arricchiti negli ultimi anni in una Russia che versa in uno stato di degrado generalizzato.