Usa, Cina e Clima, tanto per iniziare

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Nel Protocollo d’intesa nulla si dice su come collaborare sul breve periodo per il nuovo trattato di Copenhagen

Alla fine del dialogo dei giorni scorsi, è stato firmato un Protocollo d’intesa fra Usa e Cina per la cooperazione nel campo dei cambiamenti climatici, dell’energia e dell’ambiente.

I cambiamenti del clima non sono stati, in realtà, il vero problema del dialogo Usa-Cina, ma la possibile soluzione ai problemi che tra Usa e Cina si trascinano da tempo e che ufficialmente non compaiono come l’oggetto sostanziale del dialogo. Per capire meglio come stanno le cose, bisogna partire dalla situazione esistente su alcune grandi questioni.

La prima questione riguarda il finanziamento del debito americano da parte della Cina. La recessione mondiale e quella degli Usa in particolare, ha messo in allarme la Cina che ha effettuato enormi investimenti in dollari sui «bond» del Dipartimento del Tesoro americano. E se la ripresa economica degli Usa tarda a venire, e con il valore del dollaro che scende, la Cina rischia di perdere parte della sua ricchezza prodotta e investita in Usa. La Cina doveva, quindi, trovare un accordo con gli Usa per salvare i propri capitali trasferiti al Tesoro americano.

La seconda questione riguarda i commerci cino-americani ed in particolare l’invasione dei prodotti cinesi sul mercato americano. La Cina con il suo forte sviluppo ha attratto molti investimenti esteri per insediamenti industriali, che si sono, poi, tradotti in prodotti a «prezzi stracciati» sui mercati mondiali, ma soprattutto sui mercati americani. E gli americani non vedono di buon occhio la concorrenza «sleale» cinese, che deprime i consumi interni a favore dei consumi cinesi. In questo momento, poi, il mercato interno americano, indebolito dai prodotti cinesi, favorisce ancor più la recessione e rappresenta un ostacolo alla ripresa economica. Gli Usa dovevano, quindi, trovare un accordo con la Cina per salvare i consumi interni senza aggiungere ulteriori barriere doganali, che finirebbero per creare forti tensioni fra i due paesi e innescherebbero da parte della Cina (per mantenersi competitiva), anche un ulteriore deprezzamento della moneta cinese nei confronti del dollaro americano.

La questione dei cambiamenti climatici, dell’energia e dell’ambiente poteva risolvere entrambi i problemi: da una parte gli Usa potevano dare assicurazioni alla Cina sul non deprezzamento dei loro finanziamenti e dall’altra la Cina poteva dare assicurazioni agli Usa su metodi commerciali più equi, corretti e da economia di mercato.

Sul tema clima ed energia le strategie di Usa e Cina sono, infatti, coerenti fra loro. Gli Usa vogliono aumentare l’efficienza energetica per rendere più competitivi i loro prodotti, ma soprattutto, vogliono diminuire la dipendenza dall’estero dai combustibili fossili, soggetti a forti oscillazioni dei prezzi: proprio in questa direzione vanno le proposte di Obama di fissare un tetto alle emissioni e di seguire la strada dell’Unione europea sulla «emission trading». La Cina, a sua volta, anche a causa degli enormi problemi di inquinamento ambientale, territoriale e sanitario che si sono creati a causa dell’uso inefficiente dei combustibili fossili nelle proprie industrie, nelle proprie megalopoli e nel traffico veicolare, intende imboccare la strada dell’efficienza energetica delle energie rinnovabili e dell’uso razionale dell’energia, ma per fare questo ha bisogno di acquisire le relative tecnologie ed il relativo know-how.

La cooperazione Usa-Cina, su clima ed energia, rappresenta per entrambi una via di uscita onorevole per iniziare il dialogo sugli altri problemi, anche se gli impegni richiesti nel nuovo trattato di Copenhagen sui cambiamenti climatici sono differenti per i due paesi La Cina, in base al principio della responsabilità comune ma differenziata, non si impegnerà su obiettivi vincolanti, ma potrà impegnarsi su un percorso virtuoso che porti alla riduzione delle proprie emissioni di gas serra. Gli Usa, invece, come tutti gli altri paesi industrializzati dovranno impegnarsi su obiettivi quantificati di riduzione delle emissioni sia per il 2020 che per il 2050.

L’accordo, quindi poteva seguire due linee di azione. La prima riguarda la cooperazione a lungo termine (fino al 2050 ed oltre) affinché sia intrapresa una strada di sviluppo economico con la riduzione progressiva delle emissioni di anidride carbonica, sviluppando congiuntamente una economia «low carbon», l’efficienza energetica, le fonti rinnovabili, le tecnologie Ccs (Carbon capture and storage), fino allo sviluppo di veicoli a basse emissioni ed alla mobilità sostenibile. In questo contesto, gli Usa avrebbero messo a disposizione della Cina sia le nuove tecnologie, sia adeguate risorse finanziarie per la modernizzazione dell’industria cinese. In questo contesto, rientrano, non solo le assicurazioni americane sugli investimenti cinesi in Usa, ma anche i ritorni favorevoli in termini di tecnologie e di finanziamenti allo sviluppo della Cina.

La seconda linea di azione riguarda la cooperazione a breve termine che può portare ad una riduzione significativa delle emissioni di gas serra di entrambi i paesi entro il 2020, se si rendono competitivi ed appetibili nel commercio cino-americano, i prodotti a basso contenuto di carbonio o a basso impatto climatico. Ma, su questo punto, le cose non si sono evidentemente chiarite e sono rimaste in sospeso. Secondo alcuni esponenti del Congresso americano e dello stesso staff di Obama, sarebbe stato necessario «tassare» i prodotti con alto contenuto di carbonio per costringere sia gli Usa, ma soprattutto la Cina, a produrre in modo efficiente e con tecnologie «low carbon». Questa misura, però, non è ben vista dalla Cina e, comunque, rappresenta una barriera protezionistica. Insomma i problemi cino-americani si complicherebbero, piuttosto che risolversi.

In realtà, bisognava partire da un altro punto di vista. Finora i prodotti cinesi sono stati a basso costo e molto competitivi sui mercati internazionali per vari motivi, tra cui: la mancanza di standard di qualità dei prodotti e dei processi di produzione, lo sfruttamento della mano d’opera di lavoratori sottopagati e privi di qualsiasi tutela sindacale e sanitaria, la mancanza di norme per la tutela dell’ambiente, che hanno permesso il proliferare di veicoli e di fabbriche inefficienti ed inquinanti.

Pertanto, rendere competitivi i prodotti a basso contenuto di carbonio implicherebbe, innanzitutto l’attuazione di regole condivise sulla produzione ed il commercio, non solo fra Cina e Usa, ma anche nel resto del mondo, regole che evitino il cosiddetto «dumping ambientale» e che riguardano la qualità dei processi di produzione, la qualità dell’ambiente, la tutela della salute della popolazione e dei lavoratori e non ultimo sul rispetto dei diritti umani.

Su quest’ultimo punto, evidentemente, non si è trovato alcun accordo. Ed il protocollo di intesa firmato tra Usa e Cina si limita alle prospettive di lungo periodo, senza, peraltro, citare risorse tecnologiche e risorse finanziarie da mettere a disposizione. Si parla, inoltre, di come attuare questo protocollo di intesa, agganciandolo ad un accordo già in atto dal 2008. Si specifica, infine, chi lo presiede, ma nulla si dice su come collaborare sul breve periodo (fino al 2020) per il primo traguardo del nuovo trattato di Copenhagen.

Siamo ancora nella fase del «faremo», «vedremo», «intanto cominciamo a dialogare», ma per le questioni concrete che si porranno a Copenhagen per Usa e Cina, non si vede ancora alcuno spiraglio.