Ecco perché l’Italia frana

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L’assetto idrogeologico messo a dura prova dai cambiamenti climatici. Piogge con intensità di 50 mm/ora da molto rare sono diventate la normalità

L’abusivismo edilizio e degli altri insediamenti umani sono certamente un grosso problema, ma appare del tutto irrilevante rispetto a frane e alluvioni che sempre più frequentemente colpiscono il nostro paese e che producono, quasi sempre, danni ingenti. Le responsabilità maggiori sono due: una derivante dai cambiamenti del clima che sta modificando profondamente i regimi termo-pluviometrici italiani, e l’altra derivante dall’incapacità, ormai cronica, degli Enti locali, scoordinati o in conflitto fra loro, di pianificare e gestire il territorio e di prevenire i rischi. Lo dimostrano gli interventi sempre più frequenti ed onerosi per la Protezione civile chiamata a gestire un numero spropositato di emergenze.

In realtà sono abusivi gli strumenti e i metodi di pianificazione del territorio e dell’uso delle risorse naturali, a cominciare dai piani urbanistici e regolatori, perché non tengono conto né dell’ambiente e del clima che cambia, né, salvo rare eccezioni, della prevenzione dei rischi soprattutto di quei rischi, anche generati dalle attività umane, che stanno rapidamente evolvendo con l’evolversi del clima e dell’ambiente.

Sono abusivi i metodi di gestione del territorio, delle coste e delle risorse naturali, a cominciare dalle risorse idriche, perché la gestione è prevalentemente basata sul condono o sulla cecità, non solo verso scempi palesi ed eclatanti, ma anche sui tanti meno eclatanti interventi sul territorio che appaiono assolutamente irrazionali anche agli occhi di un bambino.

Piove di più

Come sta succedendo con l’intensificarsi degli estremi termici (ondate di caldo e di freddo), anche gli estremi di siccità ma soprattutto di intensità della pioggia sono in crescita da circa 30 anni, ma sono in crescita accelerata soprattutto in questi ultimi 15 anni. Piogge con intensità di 50 mm/ora che avvenivano molto raramente nel passato (una volta ogni 10-20 anni), sono ora diventate la normalità, tanto che si manifestano puntualmente ogni anno e più volte ogni anno in varie parti d’Italia. Anzi, si va spesso ben oltre. Piogge di intensità fino a 80-100 mm/ora, paragonabili ai diluvi monsonici, non sono neanche così eccezionali, come dimostrano, non solo l’ultimo evento di Messina, ma anche altri eventi recenti di questo stesso anno, per esempio il 22 settembre nella Calabria Jonica, il 25 settembre in Gallura (Olbia e Budoni), il 29 aprile in Piemonte (Alessandria Cuneo e Val d’Ossola), per non parlare di quelli dell’anno scorso: ancora in Piemonte, a Villar Pollice, in Sardegna (provincia di Cagliari), nel Lazio e Umbria (valle del Tevere), e degli anni precedenti ancora in Calabria (provincia di Catanzaro e Reggio Calabria), in Puglia (province di Taranto e Brindisi), Liguria e via via fino ad arrivare alla tragedia di Sarno del 1998.

Parimenti, sono aumentate a dismisura le «emergenze» siccità, soprattutto quelle estive nella valle Padana (negli ultimi 10 anni per 7 estati su 10 c’è stata un’emergenza siccità per il Po in secca). Ma, anche il sud non è da meno soprattutto in regioni come la Puglia, la Sicilia, la Sardegna dove, con l’aumentato degrado dei suoli, sta contemporaneamente crescendo anche il rischio desertificazione.

Insomma, quelli che nel passato erano i rischi più elevati associati a certi eventi estremi (alluvioni e siccità), oggi sono ormai la normalità. I rischi del passato si stanno in gran parte acutizzando, mentre nuovi e maggiori rischi si stanno, invece, presentando e si acutizzeranno in futuro.

Poiché sono cambiate, sia nello spazio sia nel tempo, le distribuzioni delle precipitazioni che, diversamente dal passato, presentano adesso caratteristiche di forte intensità su periodi di tempo molto brevi (ore o al massimo 1 o 2 giorni) seguiti da periodi lunghi di siccità (mesi), appare del tutto sbagliato usare le statistiche pluviometriche del passato per pianificare il territorio, progettare infrastrutture ed insediamenti urbani ed industriali e prevenire i rischi futuri, come si fa (o quando si fa) e come si continua a fare.

Pianificare il territorio

Basare la pianificazione del territorio, l’uso delle risorse naturali e la programmazione dello sviluppo socio economico su dati ed informazioni che riguardano il passato, e non più vere alla luce della situazione attuale, significa ignorare la realtà dei cambiamenti del clima e dei cambiamenti che stanno avvenendo nell’ambiente, negli ecosistemi naturali e nella disponibilità delle risorse naturali. Significa, in altre parole, stabilire dogmaticamente (e questo è un dogma tipicamente italiano) che il futuro delle caratteristiche ambientali, climatiche e delle risorse naturali, sarà esattamente identico ed immutabile rispetto al passato. Forse, in questo campo, pur tenendo conto dell’esperienza del passato, bisognerebbe guardare avanti e non indietro. Il presente è già diverso dal passato ed il futuro sarà diverso dal presente.

La pianificazione del territorio, le valutazioni di rischio idrogeologico così come degli altri rischi (e delle loro conseguenze sul territorio e sui settori socio economici) andrebbero basati su una nuova strategia che guarda alla evoluzione futura della vulnerabilità ambientale e territoriale, una strategia ignorata dall’Italia, quantunque stabilita dalle Nazioni unite e recepita dalla Unione europea, ma che non circola neanche nei «media» come informazione al pubblico. Si tratta della strategia di adattamento ai cambiamenti del clima, dove adattamento non significa rassegnazione ad un fato ineluttabile, ma la accurata prevenzione dei rischi futuri, in un contesto ambientale che cambia: prevenzione da attuarsi attraverso la riduzione della vulnerabilità territoriale e socio economica ai cambiamenti del clima e dell’ambiente, e attraverso lo sfruttamento delle nuove opportunità che da tali cambiamenti derivano.

L’adattamento

È la strategia che in Europa è stata già adottata da 10 paesi membri della Unione europea attraverso propri piani nazionali di adattamento (Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Ungheria, Olanda, Regno Unito, Romania, Spagna, Svezia). L’Italia, evidentemente, non si è ancora posta questo problema.

Intanto, la Commissione ed il Parlamento europeo, dopo i primi studi iniziati nel 2004 e le prime valutazioni sulla vulnerabilità e l’adattamento ai cambiamenti del clima in Europa, dopo il conseguente Libro Verde del 2007 e dopo la successiva revisione pubblicata recentemente come Libro Bianco, stanno andando avanti su questo problema ed intendono fornire un articolato quadro di riferimento, con la definizione, già avviata, di un’apposita direttiva che sarà emanata nel 2012 e che, a quel punto, dovremo comunque attuare.

Lo sviluppo sostenibile dell’Europa, ed il benessere sociale e sanitario dei cittadini dei suoi Stati membri, non può avvenire senza una forte integrazione tra la pianificazione della crescita economica e la pianificazione strategica del territorio e delle risorse naturali in un ambiente che evolve rapidamente (e non solo a causa dei cambiamenti del clima) e senza una forte integrazione tra strategie nazionali di sviluppo ed adattamento e analoga strategia europea di sviluppo ed adattamento. Ma a noi italiani, eredi di un’antica civiltà latina, tutto ciò non sembra interessarci, almeno fin tanto che c’è San Bertolaso.