Sulle emissioni industriali ancora troppe deroghe

177

Nonostante il Parlamento Ue cerchi di colmare le pesanti lacune presenti nell’attuale legislazione comunitaria sulle emissioni degli impianti industriali, questi ultimi, che finora hanno potuto inquinare senza adeguarsi alle Bat, potranno continuare a farlo per almeno un altro decennio

«La nuova direttiva sulle emissioni industriali colma solo in parte le gravi lacune della legislazione; consistente risulta ancora lo spazio offerto alla possibilità di aggiudicarsi deroghe all’adeguamento alle migliori tecniche disponibili per gli impianti più vecchi e inquinanti».

Questo il commento di Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente, sulla direttiva riguardante l’emissioni inquinanti votata oggi in seconda lettura dal Parlamento europeo. Come primo compito la direttiva cerca di colmare le pesanti lacune presenti nell’attuale legislazione comunitaria sulle emissioni degli impianti industriali, lacune evidenziate dalla commissione europea nel risalire all’effettiva applicazione delle migliori tecniche disponibili (Bat) esistenti ma poco sfruttate grazie alla mancanza di disposizioni chiare in materia e della possibilità accordata alle autorità nazionali di non conformarsi a tali disposizioni nella procedura di autorizzazione.

«Nonostante la nuova direttiva limiti in parte le possibilità di deroga, gli impianti industriali e le centrali a carbone che finora hanno potuto inquinare senza adeguarsi alle Bat potranno continuare a farlo per almeno un altro decennio, mentre i cittadini italiani dovranno continuare a pagare i costi ambientali e sanitari provocati dall’attività inquinante di questi impianti. Nella nuova direttiva, inoltre, i criteri di applicazione delle Bat continuano a mantenere la forma di linee guida e non di criteri legalmente vincolanti, lasciando spazio a possibili abusi da parte degli stati membri e rendendo più difficile la funzione di controllo della commissione».

La direttiva fa intravedere, infatti, la possibilità, per gli stati membri, che grandi impianti di combustione possano avere deroghe sull’applicazione delle migliori tecnologie disponibile fino al 30 giugno 2020, attraverso la redazione di piani nazionali da inviare entro la fine del 2013 alla commissione per la loro verifica ed eventuale approvazione.

E quali sarebbero questi impianti che potrebbero assicurarsi le deroghe?

Vecchie centrali a carbone responsabili di circa il 90% delle emissioni industriali di anidride solforosa (SO2) e ossidi di azoto (NOx), elementi questi di forte impatto sulla qualità dell’aria e sulla salute dei cittadini europei. Ma non solo questi impianti potranno ricevere tale ambito riconoscimento ma anche impianti che non rientrano nei piani nazionali approvati dalla commissione; questi ultimi, infatti, se entro il 1° gennaio 2016 non si adegueranno ai limiti previsti dalle Bat, potranno continuare ad operare per un ammontare complessivo di 17.500 ore, ore spendibili fino e non oltre il 31 dicembre 2023, quando tali impianti dovranno essere chiusi in maniera definitiva.

In Italia, saranno oggetto della nuova normativa grandi impianti industriali e centrali a carbone già in notevole ritardo rispetto ai limiti meno rigorosi previsti dalla normativa vigente, che potranno così rimandare ulteriormente il loro adeguamento. Tra i peggiori impianti industriali per inquinamento atmosferico spunta l’Ilva di Taranto seguita dall’impianto Italiana Coke di Savona e dallo stabilimento Enipower S.p.A di Ferrera – Erbognone.

E sulla deroga all’Ilva, Franco Lunetta, presidente del locale circolo di Legambiente dichiara «siamo ancora in attesa dell’Aia che doveva essere concessa nell’ottobre 2007, data poi slittata all’aprile 2008 a causa della firma dell’accordo di programma tra governo, enti locali e azienda».

Possono essere concesse ancora deroghe a una condizione di inquinamento diffuso e ormai accertato? Quanto dovrà ancora durare il braccio di ferro tra l’azienda, che non ha alcun motivo di velocizzare i tempi di attivazione delle migliori strumentazioni di monitoraggio disponibili se poi non imposte a livello normativo, e le associazioni ambientaliste che richiedono soluzioni in tempi brevi. L’ambiente non è un azienda dalla quale poter trarre profitto, l’ambiente non può più aspettare e con esso anche la salute dei cittadini che sul territorio muovono le proprie attività per il funzionamento di quest’Italia, sempre più indirizzata a una cultura fai-da-te che solo le pagine patinate sanno insegnare e agli scandali rosa che allontanano la mente dai reali problemi del paese. (Elsa Sciancalepore)