Serengeti non deve morire

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Il governo della Tanzania vorrebbe costruire una strada veloce per scopi commerciali fino a raggiungere il Lago Vittoria, taglierebbe in due la piana e le vie di migrazione degli ungulati

 

Chi non conosce Serengeti? Chi non ne ha mai sentito parlare, o non lo ha visto almeno una volta in un documentario, o in un servizio televisivo? Quella fantastica migrazione di migliaia di gnu e zebre, con i coccodrilli che attendono al guado del fiume, e i leoni in caccia che gironzolano poco più avanti: e poi il ghepardo che scatta come una saetta, insegue e afferra una gazzella impala… Intanto gli avvoltoi aspettano pazienti appoggiati ai rami secchi d’un albero morto, o volteggiano alti nel cielo. Tutta la grande fauna africana è presente, antilopi e gazzelle, bufali e facoceri, zebre e giraffe, elefanti e rinoceronti, ippopotami e babbuini, leopardi e sciacalli, iene e licaoni, aquile e nibbi, serpentari e storni variopinti, e molti altri.

 

Impossibile non amare Serengeti, simbolo della vera Africa ancora non contaminata dall’invadenza dell’uomo. Una pianura sconfinata, mossa soltanto dalle grandi emergenze di roccia granitica dette kopjes, vere isole nella distesa infinita, e da una vegetazione sparsa di cespugli e acacie ombrelliformi. Un territorio compreso tra il Kenya, il lago Vittoria e l’enorme cratere di Ngorongoro, abitato solo ai margini da villaggi di pastori Masai. Un Parco Nazionale confinante da ogni parte con importanti Aree Protette, con cui costituisce uno dei comprensori naturali più estesi del mondo. Questo ambiente a prima vista poco rigoglioso cela molte sorprese, e fu proprio nell’adiacente gola di Olduvai che nel 1959 l’antropologo e paleontologo Louis Leakey scoprì i resti degli antenati dell’uomo, risalenti a un milione e mezzo di anni fa.

 

La biodiversità di Serengeti impressiona, perché non viene espressa soltanto dalla grande ricchezza e varietà di specie grandi e piccole, ma anche dalle dimensioni traboccanti delle mandrie di erbivori che si aggregano all’epoca delle migrazioni stagionali. Si calcola che in quel territorio vivono, pascolano, si spostano e si riproducono oltre due milioni di ungulati, in gran parte gnu, ma anche gazzelle e zebre, e certo si tratta attualmente della più alta concentrazione di grandi animali della terra. In passato, solo i bisonti delle praterie americane rese famose dai film western, e le antilopi saiga delle steppe dell’Asia centrale immortalate dalla musica di Borodin, avrebbero potuto competere con i numeri di Serengeti: ma oggi, nell’emisfero settentrionale, le trasformazioni provocate dall’uomo hanno ormai decisamente ridotto le orde di un tempo, e per assistere a spettacoli di una grandiosità senza pari occorre venire e sostare qui, magari con un binocolo, una macchina fotografica o una cinepresa.

 

Eppure anche la vita straordinaria di Serengeti è in pericolo, perché una nuova strada dissennata, che il governo della Tanzania vorrebbe costruire per scopi commerciali fino a raggiungere il Lago Vittoria, taglierebbe il Parco in due. Separando in pratica questa grande piana paradiso della fauna dalle steppe della Riserva Masai Mara, in Kenya, dove scorre il fiume Mara, e dove tutti gli animali si rifugiano nella stagione secca. E spezzando così le loro bibliche migrazioni stagionali.

 

La reazione di tutte le Organizzazioni internazionali impegnate nella difesa della natura e nella tutela dell’ambiente è stata compatta: quella strada a rapido scorrimento Arusha-Musoma avrebbe effetti devastanti, e quindi va assolutamente fermata. Esiste un’alternativa valida, solo a uno sguardo superficiale in apparenza meno vantaggiosa: la cosiddetta strada meridionale, che non intacca Serengeti, ma aggira il comprensorio naturale. Eppure le autorità sembrano decise ad andare avanti, forse perché incapaci di guardare troppo lontano. Intaccare la natura di Serengeti, o anche semplicemente offuscare il suo mito, potrebbe avere conseguenze negative per la Tanzania, che vive soprattutto di ecoturismo: un flusso di comitive e visitatori che ogni anno porta al Paese ben 17 miliardi di dollari, da cui scaturiscono 624.000 posti di lavoro ai vari livelli.

 

Probabilmente sarebbe bene ricordare a coloro da cui oggi dipendono le sorti della natura del Paese le parole del grande padre fondatore della patria Julius Nyerere, che nel 1961, in una solenne e memorabile dichiarazione ancor oggi ovunque citata, proclamava: «queste creature selvatiche non sono soltanto fonte di meraviglia e ispirazione, ma parte integrale delle nostre risorse naturali, e della nostra vita e prosperità futura». E, aggiungeva, «faremo tutto ciò che è in nostro potere per garantire che anche i nipoti dei nostri figli possano godere di questa ricca e preziosa eredità». Un impegno che qualche volta sarebbe bello sentire affermare anche negli Stati cosiddetti sviluppati, ma che la giovane Tanzania deve assolutamente mantenere.