Clima e «green economy» – La Cina pone le condizioni

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In sintesi: se i Paesi industrializzati non si impegneranno dopo il 2012 con obblighi legalmente vincolanti per una seconda fase del Protocollo di Kyoto, è inutile chiedere alla Cina di impegnarsi nella riduzione delle proprie emissioni

Il governo cinese ha pubblicato il documento (Position Paper) che presenterà domani alla 66.ma Sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite e che definisce la posizione della Cina sulle questioni internazionali cruciali, comprese le questioni sullo sviluppo sostenibile.

Le considerazioni e le condizioni, che la Cina pone, sono particolarmente importanti anche per l’esito di due appuntamenti internazionali che sono in programma. Il primo appuntamento è la Conferenza delle Nazioni Unite sul clima (COP-17), che si terrà a Durban (Sud Africa) alla fine di novembre 2011 e che dovrà decidere quale fine farà il protocollo di Kyoto dopo il 2012, e quali interventi concordare sul medio lungo termine per combattere i cambiamenti climatici. Il secondo appuntamento è la Conferenza delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile (Rio+20), che si terrà a Rio de Janeiro nel giugno 2012 e che dovrà discutere sulla «green economy»”, come governarla e quali strategie attuare per raggiungere le condizioni di uno sviluppo sostenibile globale.

Cambiamenti Climatici: verso Durban 2011

La Cina riafferma la sua posizione già espressa in precedenza a Cancún (COP-16) e a Copenhagen (COP-15), che si può così sintetizzare: se i Paesi industrializzati non si impegneranno dopo il 2012 con obblighi legalmente vincolanti per una seconda fase del Protocollo di Kyoto, è inutile chiedere alla Cina di impegnarsi nella riduzione delle proprie emissioni. Il perché di questa posizione viene così spiegato.

La Cina, che sui cambiamenti ha sempre giocato un ruolo costruttivo nei negoziati delle Nazioni Unite e nella cooperazione internazionale, ritiene che qualsiasi soluzione del negoziato in corso debba basarsi sul principio dell’equità e sul principio della «responsabilità comune ma differenziata» nel contesto dello sviluppo sostenibile.

Inoltre, i risultati da raggiungere si potranno considerare soddisfacenti ed equilibrati, se sarà posta la stessa attenzione, sia per le azioni di mitigazione (riduzione delle emissioni antropogeniche che possono causare cambiamenti climatici), sia per le azioni di adattamento (prevenzione delle conseguenze negative e dei danni derivanti dai cambiamenti del clima). Ma, le azioni di mitigazione e quelle di adattamento andranno individuate sulla base delle migliori conoscenze scientifiche e di innovazione tecnologica e, inoltre, dovranno promuovere una cooperazione internazionale, la più ampia possibile e con il maggior consenso possibile.

Pertanto, la Cina, nel riconoscere che nell’ultima Conferenza di Cancún è stato trovato un accordo generale abbastanza bilanciato, non potrà accettare, nella prossima Conferenza di Durban, alcuna soluzione su impegni cinesi di riduzione delle emissioni, se non si applicherà il principio della «responsabilità comune ma differenziata» ovvero, in altre parole, se non saranno accettati, preliminarmente, impegni legalmente vincolanti di riduzione delle emissioni da parte dei Paesi industrializzati nella seconda fase dell’attuale Protocollo di Kyoto che va dal 2012 al 2020.

A conclusione di questa posizione, la Cina fa sapere che, indipendentemente dai negoziati e dagli accordi internazionali in corso, ha già adottato una serie di misure incisive nella lotta contro i cambiamenti climatici, misure che hanno portato a buoni risultati. Inoltre, nel prossimo piano quinquennale cinese (2011-2015) è già stato programmato uno sviluppo socio economico basato sui concetti e i presupposti della «green economy» e del «low carbon development» per conseguire in Cina uno sviluppo «verde ed a basse emissioni di anidride carbonica».

Green economy: Verso Rio+20

Per quanto riguarda la Conferenza di Rio+20 che si terrà a giugno del 2012 e che sarà centrata sulla «green economy» e la «governance» della «green economy», la Cina chiede, in pratica, di partire col piede giusto nella costruzione del quadro complessivo e, quindi, pone quattro condizioni di base, che possono considerarsi come «pregiudiziali» se si vogliono, secondo la Cina, raggiungere risultati soddisfacenti:

1. stabilire i principi e gli obiettivi generali dello sviluppo sostenibile e i fattori di coordinamento fra le tre componenti dello sviluppo sostenibile: economia, società ed ambiente;

2. inserire, tra i principi generali sullo sviluppo sostenibile, i 27 principi approvati a Rio de Janeiro nel 1992 e contenuti nella «Dichiarazione di Rio sull’ambiente e lo sviluppo» introducendo, però, anche il principio della «responsabilità comune ma differenziata» (che manca);

3. stabilire il principio della «diversità dei modelli di sviluppo» e il rispetto del diritto dei popoli di scegliere autonomamente i loro percorsi di sviluppo socio economico, assieme ad adeguate garanzie per adottare in libertà e sicurezza le loro scelte;

4. introdurre il principio della «partecipazione e l’acquisizione del consenso».

Secondo la Cina, la Conferenza di Rio+20 dovrà essere orientata a identificare le azioni da intraprendere sulla «green economy» e lo sviluppo sostenibile, ma dovrà essere nello stesso tempo, focalizzata sulla costruzione del consenso. La Cina chiede che, in quella sede, vengano ascoltate le ragioni ed i diversi punti di vista dei Paesi in via di sviluppo, affinché le differenze siano messe al centro del dibattito per favorire l’ampliamento del consenso.

Infine, la Cina rileva che, se l’eradicazione della povertà è la priorità della «green economy», sarà necessario contrastare quanto prima le barriere protezionistiche poste nei commerci internazionali, le quali non solo impediscono lo sviluppo della «green economy», ma bloccano anche la cooperazione allo sviluppo della «green economy» nei Paesi più poveri. Inoltre, in base ai principi dello sviluppo sostenibile, i Paesi industrializzati hanno il dovere di guidare, a livello internazionale, la lotta a modelli di sviluppo basati su consumi insostenibili e hanno, altresì, il dovere di aiutare i Paesi più poveri con il trasferimento di risorse finanziarie, di nuove tecnologie e di know-how, favorendo il loro più ampio accesso ai mercati internazionali.

(Fonte Enea-Eai)