Disegnati gli interventi per riequilibrare il territorio

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foto di Pina Catino

Il ministro Clini: «vietato abitare nelle zone ad altissimo rischio di alluvione», previsti «lavori di manutenzione dei corsi d’acqua e di difesa dei centri abitati, ricupero dei terreni abbandonati, difesa dei boschi, protezione delle coste e delle lagune esposte all’innalzamento del mare, assicurazione obbligatoria per le costruzioni nelle zone a rischio di inondazione, riattivazione dei Bacini idrografici»

I fiumi straripano, le colline franano, crollano palazzi storici e capannoni industriali scossi dai terremoti e intanto qualcuno ai piani alti, nei palazzi romani, inizia a discutere di messa in sicurezza del territorio.

Durante la mattinata di oggi il ministro dell’Ambiente Corrado Clini ha reso noto che in futuro sarà «vietato abitare nelle zone ad altissimo rischio di alluvione», saranno previsti «lavori di manutenzione dei corsi d’acqua e di difesa dei centri abitati, ricupero dei terreni abbandonati, difesa dei boschi, protezione delle coste e delle lagune esposte all’innalzamento del mare, assicurazione obbligatoria per le costruzioni nelle zone a rischio di inondazione, riattivazione dei Bacini idrografici».
Questi alcuni punti delle linee strategiche per il Piano di adattamento ai cambiamenti climatici, la gestione sostenibile e la messa in sicurezza del territorio, linee strategiche che il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini, ha inviato al Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica). Il piano strategico sulla difesa del territorio dai rischi idrogeologici sarà discusso dal Cipe in una delle prossime sedute, d’intesa con i ministri delle Politiche agricole, delle Infrastrutture e dell’Economia e finanze.

«Il programma di difesa del territorio – si legge nella nota del Ministero – sarà finanziato usando una parte dei proventi, il 40%, delle aste per i permessi di emissione di anidride carbonica, proventi che la legge destina per almeno il 50% ad azioni contro i cambiamenti del clima. Un’altra quota delle risorse potrà venire dai carburanti, rimodulando diversamente gli oneri a parità di peso fiscale. Come misure urgenti – continua – vengono finalmente attivate le Autorità distrettuali di bacino idrografico, le quali da sei anni avrebbero dovuto sostituire le vecchie Autorità di bacino soppresse dalla legge 152 del 2006; inoltre, divieto immediato di abitare o lavorare nelle zone ad altissimo rischio idrogeologico».

In particolare il documento prevede che ogni quattro anni venga aggiornato il Rapporto scientifico sui rischi dei cambiamenti climatici e che vengano aggiornati al 2013 i piani di assetto idrogeologico (Pai) delle Autorità distrettuali idrografiche. Le priorità di intervento sono per esempio limiti alle costruzioni nelle zone a rischio, il contenimento nell’uso del suolo, la manutenzione dei corsi d’acqua (con regimazione, pulizia degli alvei e altri lavori), il ricupero dei terreni abbandonati o degradati puntando sulle colture tradizionali e di qualità, la pulizia dei boschi usando il legname raccolto anche come biomassa per produrre energia pulita. Il diradamento dei boschi più fitti servirà anche a ridurre gli effetti degli incendi che, distruggendo le piante, minacciano anche la stabilità geologica. Nel caso delle foreste demaniali, il documento presentato dal ministro Clini propone per esempio di fermare i rimboschimenti fatti con pini e abeti d’importazione e di piantare invece alberi tradizionali della zona.

Un altro punto fondamentale sarà preparare le misure più idonee per difendere le coste dall’effetto dell’innalzamento del mare. «Le previsioni dei climatologi sono molto preoccupanti e risultano molto esposte al rischio di alluvione tutte le zone costiere dell’alto Adriatico, da Ravenna a Monfalcone, dove molti territori si trovano a quote inferiori al livello del mare», commenta il ministro. «Oggi quei terreni sono difesi e tenuti asciutti da un sistema di canali di scolo e di idrovore concepito fra l’800 e il 900, quando le piogge erano diverse e il mare non minacciava di diventare più alto». Il prelievo sui carburanti, secondo il Ministro, non graverà sulla crescita economica perché sarà una rimodulazione, uno spostamento, «a parità di peso fiscale», osserva Clini.
L’assicurazione obbligatoria, infine, si rende necessaria «per consentire a chiunque viva o lavori nelle aree a rischio idrogeologico di avere la certezza del risarcimento in caso di danni, per ridurre i costi dei premi assicurativi e per non gravare sulle tasche di tutti gli italiani – conclude il Ministro – attraverso i risarcimenti con fondi pubblici».

Dunque seppur in netto ritardo sulla tabella di marcia globale qualcosa sembra si stia muovendo. Intanto le ultime immagini giunte da Taranto o soltanto quelle di qualche settimana fa dalla Toscana hanno inferto un altro duro colpo alla percezione del disastro in cui il Paese langue. E come se non bastasse a proposito di «disastri naturali» in questi giorni il quotidiano americano «New York Times» ha fatto riferimento alla gestione del dopo-terremoto che distrusse il centro storico de L’Aquila per dire agli americani come non si deve affrontare il dopo-Sandy, ovvero l’uragano che ha spazzato la East Coast. Certo non è edificante leggere notizie del genere su quotatissimi giornali esteri, ma è pur vero che non si può occultare o offuscare la dura realtà.
Il dissesto idrogeologico della penisola italiana è il frutto di decenni di incuria e abbandono da parte degli organi deputati, che tradotto in soldoni significa che anziché prevenire i gravi rischi connessi al cambiamento climatico e alla cattiva gestione delle risorse naturali, si è preferito derogare al buon senso, lasciando ampio spazio d’azione alle calamità.
Il terremoto che ha avuto come epicentro L’Aquila, alle 3,32 del giorno 6 aprile del 2009, ha fatto registrare una magnitudo di 5,8 gradi Richter, e ha prodotto uno sciame di polemiche e accuse tradottesi soltanto qualche settimana fa in una sentenza di colpevolezza espressa dal Tribunale de L’Aquila per i membri della Commissione Grandi Rischi. «Siamo fortemente in disaccordo con quelle istituzioni scientifiche e con quei mezzi di comunicazione che continuano a travisare, in modo irresponsabile ed irragionevole, i capi di accusa e la sentenza del processo, influenzando il pubblico con infondati scenari», queste le parole con le quali l’Isso (Associazione internazionale sulla sicurezza sismica) ha espresso sostegno alla sentenza sbaragliando le polemiche. Gli scienziati, che aderiscono all’Isso, dopo aver valutato attentamente la situazione processuale, esprimono sostegno alla sentenza, emessa dal Tribunale de L’Aquila e manifestano l’auspicio di poter cambiare la situazione in Italia, con maggiore responsabilizzazione delle Istituzioni sulla valutazione del rischio sismico e sulla comunicazione del rischio alla popolazione, in modo da salvare migliaia di vite umane nel futuro.
In sintesi è ora di assumersi le responsabilità e bandire la vituperata abitudine italiana di scaricare le colpe sulla Natura. Proprio il ministro della Coesione territoriale Fabrizio Barca ha risposto al critico d’arte del «New York Times», Michael Kimmelman, dichiarando che «entro la fine dell’anno, il Cipe delibererà l’assegnazione di 2 miliardi per i progetti di ricostruzione dei centri storici abruzzesi colpiti dal sisma del 2009. Non si tratta – ha precisato Barca – di fondi nuovi, ma di fondi che già c’erano, ma non si potevano assegnare, perché mancavano i progetti. Il vero problema, nel caso aquilano ma anche in altre vicende di ricostruzioni italiane, non è infatti – secondo il Ministro – nella carenza finanziaria, ma piuttosto in una mancanza di capacità di progettazione e di coordinamento degli interventi, oltre che nella difficoltà di controllo».

Dall’esempio dell’Aquila, New York – chiosa Michael Kimmelman – dovrebbe apprendere che un evento catastrofico può rappresentare l’input per cambiare un territorio senza rincorrere progetti faraonici o idee irrealizzabili.