Altro che Covid se esplode la «pandemia» del dissesto idrogeologico

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Tavola Sogesid
Tavola Sogesid

I segnali non mancano ed anzi sono sempre più ravvicinati. La tragedia di Bitti costituisce non solo un atto di accusa, ma anche l’ennesimo campanello di allarme per l’Italia intera che deve fare i conti con il cambiamento climatico che agisce da moltiplicatore del rischio

I nubifragi che hanno funestato la Sardegna e ancora una volta hanno tragicamente messo alla ribalta le fragilità esistenti nei centri urbani e nel territorio in generale. Ecco come si avvia la riflessione dell’Ordine dei geologi della Sardegna all’indomani della conta dei danni causati dall’alluvione che ha interessato l’area del nord est dell’isola a partire da sabato 28 novembre. Precipitazioni sparse e diffuse, anche a carattere di temporale, che si sono poi concentrate sulla Sicilia e sulla Calabria, specie sui settori meridionali e ionici ma che hanno visto la Sardegna la regione che ha subito i maggiori danni e dove sono decedute, purtroppo, anche tre persone.

Frane e aumento del livello di invasi hanno richiesto l’evacuazione della popolazione con la macchina della Protezione civile impegnata nelle attività di pulizia dai detriti e dal fango delle strade dei comuni colpiti, ossia Bitti, in primis, e poi anche Dorgali, Onifai, Galtellì, Orosei, Oliena, Posada e Torpè.
Una tragedia che si ripete a sette anni di distanza e che vede ribadire concetti espressi più volte, un susseguirsi di avvertimenti che però non avviano quella necessaria politica di difesa del territorio, incentrata sulla prevenzione del dissesto, attuabile con interventi che abbiano, come finalità, la cura e la disciplina del territorio.

Ancor oggi subiamo la conseguenza della mancanza di modelli idraulici tarati sul contesto geologico, questa l’ammonizione dei geologi della Sardegna che proseguono riconoscendo come i modelli comunemente applicati non contemplino, tra gli altri aspetti, il contributo del carico solido mobilitato e trasportato dalla corrente durante gli eventi di piena, aggravando notevolmente l’impatto della massa d’acqua in movimento.

Un’ulteriore occasione per constatare quali siano le conseguenze dei lunghi tempi di approvazione dei progetti piuttosto che della realizzazione degli interventi che devono sì prevedere semplificazioni normative che non vedano però, di contro, uno scavalcamento di passaggi progettuali e di verifiche che sono imprescindibili e che necessitano di figure tecniche negli Enti di controllo territoriale.

Gli scenari drammatici che da diversi decenni si susseguono sempre più frequenti, hanno dimostrato ogni volta con maggiore forza ed insegnato che, allo stato attuale con le pesanti modificazioni che il territorio ha subito, l’applicazione dei modelli idraulici basati sulla previsione degli eventi estremi, entro determinati tempi di ritorno nella gestione del rischio idrogeologico, sia fuorviante se non addirittura pericolosa. Un evento che documenta, ancora una volta, un approccio, nella difesa del territorio, inefficace se non addirittura lesivo e che necessita di competenze specialistiche che sappiano leggere il territorio e cogliere i suoi segnali, comprendere le ripercussioni di un’opera edilizia piuttosto che di un’urbanizzazione, di deforestazioni, di incendi, di arature in pendio, elementi che portano ad una esasperazione degli effetti di eventi che talora così estremi non sono ma che di estremo vedono l’uso del territorio sempre più esposto al rischio idrogeologico.

L’evento in Sardegna segue di qualche giorno quanto avvenuto in Calabria. In entrambi i casi si è assistito al verificarsi di un evento geo-idrogeologico a distanza di anni e l’assenza di interventi volti ad eliminare o, se non altro, a mitigare il rischio per gli abitanti, le case, le infrastrutture, le attività produttive. Un rischio che ci costringe a fare i conti con un’urbanizzazione senza regole figlia, a volte, di una mala politica.

Ritornando al caso Bitti, si evidenzia infatti che il paese è sviluppato con una morfologia ad anfiteatro lungo i versanti acclivi della valle del Rio Cuccureddu e della valle del Rio Podda con l’edificato più recente che ha occupato la valle del Rio Giordano caratterizzata da una morfologia più pianeggiante. Quello che Antonello Fiore, presidente della Società italiana di geologia ambientale (Sigea), sottolinea è la trasformazione di un territorio che ha visto tombare corsi d’acqua a carattere torrentizio che conoscono una sola legge ossia quella della gravità che li spinge verso il mare. Fiore sottolinea come molto poco si sia fatto se non la pubblicazione, il 3 settembre 2020, del bando per la gara di progettazione europea curato dalla Sogesid Spa «Interventi di mitigazione del rischio idrogeologico nel comune di Bitti» dove quello che colpisce sono i costi riportati nel quadro economico per avviare questo bando di progettazione e quelli destinati al funzionamento dell’ufficio del Commissario straordinario delegato per il sollecito espletamento delle procedure relative alla realizzazione degli interventi di mitigazione del rischio. E dopo il bando, tra aggiudicazione della progettazione – eventuali ricorsi – progettazione esecutiva – approvazione della progettazione – aggiudicazione dei lavori – realizzazione e collaudi, ci vorranno anni per completare i costosi interventi.

Perché se è vero che il nostro territorio negli anni è stato trasformato dalla incapacità della politica di amministrare in modo sostenibile e sicuro il bene comune che oggi ha la necessità di interventi per mitigare gli errori passati, è anche vero che la crisi climatica sta moltiplicando gli eventi meteorologici estremi che sono sempre più intensi e frequenti.

La tragedia di Bitti costituisce non solo un atto di accusa, ma anche l’ennesimo campanello di allarme per l’Italia intera che deve fare i conti con il cambiamento climatico che agisce da moltiplicatore del rischio.

Questo è quanto evidenzia il Wwf che sottolinea la necessità di un cambio di passo nella gestione del territorio e questo per favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici lanciando una proposta per «Riqualificare l’Italia» dove riafferma la necessità di una gestione del dissesto idrogeologico a livello di bacino idrografico con avvio di progetti di mitigazione del rischio idrogeologico e di tutela della natura e della biodiversità che le Regioni avrebbero dovuto già avviare da anni.

Di analisi ed effetti del cambiamento climatico si è parlato anche nel convegno online «Analisi ed effetti del cambiamento climatico in ambiente mediterraneo», evento organizzato dalla Sigea, dal Consiglio nazionale dei Geologi, da RemTech Expo.

Il benessere delle popolazioni non si misura prendendo in considerazione il solo Prodotto interno lordo, le ricchezze materiali, ma anche i beni immateriali quali la salubrità degli ambiente, la vivibilità dei luoghi di residenza e in questo scenario i beni naturali hanno preso progressiva importanza in misura alla loro rarefazione che ha creato disequilibri locali e geopolitici connessi alla gestione delle risorse (acqua, suolo, montagna, mari, biodiversità, ecc).

Nel nostro Paese i mutati eventi climatici originano elementi di criticità che necessitano una dedicata analisi dei fenomeni propedeutica all’attività di prevenzione e contrasto che consenta di adeguare il concetto di sicurezza alle svariate esigenze e temi, ambientale – sociale – agroalimentare – culturale – turistico – economico.

Un impegno comune, un’immediata assunzione di responsabilità nella corretta gestione del territorio che deve tenere conto del cambiamento climatico in atto che, purtroppo, ci metterà di fronte ad eventi sempre più frequenti e intensi. Perché come dimostra quello che è accaduto a Bitti se non si interviene subito i disastri non possono far altro che ripetersi.

 

Elsa Sciancalepore