10 domande sulle navi dei veleni

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È dal 1997 che l’Associazione chiede di smantellare la rete internazionale che gestisce i traffici illeciti di rifiuti. Non solo Calabria tra le aree a rischio

Sono 10 le domande che il Wwf da oltre 10 anni pone alle autorità, domande alle quali fino ad oggi non è mai stata data risposta. Nelle domande si ripercorre, infatti, l’intera vicenda che oggi finalmente vede la ribalta mediatica in seguito al ritrovamento della nave affondata al largo di Cetraro, in Calabria.

Risale infatti al 1997 il primo intervento pubblico del Wwf che richiamava una pericolosa «connection» tra il traffico illecito di rifiuti e la Liguria, in particolare il porto di La Spezia. Da allora il Wwf ha richiamato più volte le stesse Commissioni parlamentari d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, a quelle sulla criminalità organizzata, a quelle sui servizi di informazione e sicurezza fino alle Commissioni che indagavano sulla morte di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin (l’ultima comunicazione risale al 2005).

Il Wwf chiede di nuovo di estendere l’indagine anche a terra: il Wwf ricorda che sempre nella provincia di Cosenza, nei pressi di Amantea, è stata ritrovata una collina contaminata con rifiuti radioattivi. Tra le sostanze presenti le indagini dell’Arpacal (Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Calabria) hanno confermato la presenza di Cesio 137. Sul sito del Wwf da giorni è stata lanciata una Petizione al Presidente del Consiglio per chiedere di approfondire le ricerche su quest’area e soprattutto per avviare al più presto le operazioni di bonifica. Qui, nel 2001 il Wwf fu testimone di un fatto sconcertante: un camion proveniente da Caserta sbandò proprio in vicinanza della discarica e si ribaltò. Dal camion fuoruscirono sacchi e liquidi tossici e la zona venne subito perimetrata per impedire a cittadini e passanti di attraversarla. Non si seppe mai cosa contenevano quei sacchi, nonostante le denunce.

Tra i 10 quesiti più gravi posti in questi anni dal Wwf si richiamava innanzitutto la necessità: di indagare sull’esistenza della rete internazionale di traffici illeciti di rifiuti speciali, pericolosi e radioattivi via mare e di smantellarla al più presto, di creare un coordinamento e uno scambio di informazioni sulle indagini e i procedimenti attivati dalle varie procure della repubblica che nel tempo si sono occupati di queste vicende (tra cui si ricordano quelle di Asti, La Spezia, Reggio Calabria, Napoli, Paola), a partire da quelli all’epoca in svolgimento nel Porto di La Spezia.

Il Wwf aveva anche chiesto sin dal 2005 alla Presidenza del Consiglio di compiere un’indagine nelle acque territoriali italiane per individuare i relitti di «navi a perdere» e metterle in sicurezza procedendo, laddove era possibile, alla loro bonifica nonché a recupero del carico e smaltimento dell’area contaminata, accertando le responsabilità degli inquinatori.

Altra richiesta era stata indirizzata al ministro dell’Interno per intervenire e far cessare i traffici illeciti in capo all’Oceanic Disposal Management Inc. – ODM (società nata per lo smaltimento nei fondali oceanici di «siluri radioattivi»); si chiedeva, inoltre, di verificare quale fosse su scala internazionale e nazionale il ruolo della criminalità organizzata nella specifica gestione del traffico illecito via mare di rifiuti radioattivi e di come questo si intrecci al traffico d’armi. Ma il percorso su cui il Wwf richiamava l’attenzione era proprio quello che riportava all’inchiesta sulla vicenda Alpi/Hrovatin. Nella Relazione Conclusiva della Commissione bicamerale sui rifiuti del ’96 si segnalavano attività sospette di occultamento in mare di container a Bosaso (nel nord della Somalia), proprio l’area su cui era impegnata la giornalista Ilaria Alpi prima di essere uccisa.

«Per anni sono stati coperti traffici illeciti i cui responsabili erano ben conosciuti, ad esempio, dalla Commissione bicamerale sulla gestione del ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse, verità che erano e sono sotto gli occhi di tutti. Quali sono allora le coperture istituzionali che hanno garantito sinora lo svolgimento di questi traffici? Questi sono i temi che devono essere affrontati se si vuole evitare che nei mari italiani o di altre nazioni e in zone franche gestite dai vari signori della guerra vengano usati come pattumiera per i nostri rifiuti tossici di origine industriale – ha dichiarato Michele Candotti, direttore generale del Wwf Italia -. Il ritrovamento della nave a largo delle coste calabresi è solo un piccolo spaccato di quel traffico illegale su cui il Wwf richiama fin dal 1997 la necessità di indagare e che coinvolge con molta probabilità una rete internazionale ben organizzata. Perfino all’epoca dello tsunami del 2004, che colpì i paesi del sud-est asiatico, alcune popolazioni della costa settentrionale somala vennero colpite da patologie insolite che lo stesso Unep riferiva a gravi fenomeni di inquinamento provocato dai rifiuti disseppelliti dal maremoto. Sono molte, infatti, le aree dove cercare le navi dei veleni: non solo la Calabria, ma anche la costa ionica, e nel mondo le coste dell’Africa orientale, tra cui la Somalia, e quella occidentale come la Sierra Leone, la Guinea. Anche quest’ultimo ritrovamento a Cetraro ci fa capire quanto sia pesante ancora oggi l’eredità di molte attività industriali senza controlli, a partire dalla stessa produzione di energia nucleare e quanto le scelte di oggi, soprattutto quelle energetiche, debbano essere fatte alle luce di ciò che ancora oggi affiora sotto gli occhi degli inquirenti».

(Fonte Wwf)