Legambiente sfida i Governatori sulla Green economy

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Energia, trasporti, rifiuti, acqua, cave, suolo, dissesto idrogeologico, biodiversità: queste le sfide ambientali nelle regioni italiane nel rapporto Ambiente Italia 2010

«Vogliamo riempire di contenuti concreti la prossima campagna elettorale. Altro che schieramenti e posizionamenti, le Regioni hanno responsabilità enormi per disegnare la qualità dello sviluppo nei territori per uscire dalla crisi». Questo l’assunto di Legambiente che, in Ambiente Italia 2010, l’annuale rapporto sullo stato di salute del Paese, quest’anno ha voluto aggiungere ai tradizionali indicatori anche una significativa analisi delle sfide ambientali che le Regioni devono affrontare per promuovere uno sviluppo più moderno e pulito, avviando sul serio la Green economy, creando nuovi occupati in settori strategici, modernizzando il Paese puntando sulla qualità e la vivibilità concreta.

Alla conferenza stampa di presentazione del rapporto, questa mattina a Roma, hanno preso parte Duccio Bianchi dell’Istituto di ricerche Ambiente Italia e Edoardo Zanchini, responsabile energia e infrastrutture di Legambiente, curatori del rapporto, insieme a Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente, Edo Ronchi, presidente Fondazione per lo sviluppo sostenibile e Maurizio Gubbiotti, coordinatore segreteria nazionale di Legambiente.

Il quadro numerico nazionale mostra un Paese bloccato, con gravi problemi in tema di mobilità, legalità, rifiuti, con sprazzi di eccellenze e buone pratiche sparse che, pur aprendo la strada a momenti di ottimismo non riescono a fare sistema e a caratterizzare lo sforzo unitario della comunità.

Nello specifico, appare decisamente negativa la performance italiana relativa alle emissioni climalteranti. Con 550 milioni di tonnellate di CO2, l’Italia è il terzo paese europeo per emissioni (era quinto nel 1990 e quarto nel 2000). Rispetto al 1990 (anno di riferimento per l’obiettivo di riduzione del 6,5% entro il 2010 del Protocollo di Kyoto) la crescita delle emissioni lorde italiane è stata del 7,1%, soprattutto a causa dell’aumento dei consumi per trasporti (+24%), della produzione di energia elettrica (+14%) e della produzione di riscaldamento per usi civili (+5%). Le emissioni nette, considerando i cambiamenti d’uso del suolo e l’incremento della superficie forestale, sono cresciuti del 5%. Tutto ciò, mentre a livello europeo si registra una riduzione del 4,3% (Eu a 15) delle emissioni rispetto al 1990, con Germania, Regno Unito e Francia che hanno già superato gli obiettivi del Protocollo di Kyoto, seguiti dall’Olanda che li sta raggiungendo.

Tra i settori più critici, va segnalato ancora quello della mobilità. L’Italia è il paese con la più elevata quantità pro capite di mobilità motorizzata. Nel trasporto terrestre i mezzi privati coprono circa l’82% della domanda. Si registra poi una crescita sostenuta del trasporto su moto e ciclomotori. Le merci continuano a viaggiare prevalentemente su strada (il 71,9% nel 2008), poco in nave (18,3%) e pochissimo su ferrovia (9,8%). Il tasso di motorizzazione è ovviamente altissimo, con 598 auto ogni 1.000 abitanti (+91% dal 1980).

La tassazione ambientale ha raggiunto il minimo storico degli ultimi decenni. In rapporto al Pil, l’Italia mostra la massima riduzione della tassazione ambientale in tutta l’Unione europea nonostante l’intensità energetica sia rimasta pressoché invariata (a differenza degli altri paesi europei). L’entità della tassazione è composta per il 77% da tasse energetiche e in particolare dalle accise petrolifere, per il 22% da tasse automobilistiche e per l’1% da tributo di discarica e altre imposte, mentre non esistono imposte riferibili specificatamente al consumo di risorse ambientali.

In positivo, crescono, anche se di poco, le piste ciclabili protette e non protette nei capoluoghi di provincia (sono circa 2.840 km nel 2008 erano circa 2500 l’anno precedente); aumenta ancora la produzione agricola biologica, con 1.150.253 ettari di superficie biologica o in conversione (erano 1.148.162 nel 2006) e continuano a salire, come segnalato anche lo scorso anno, i sistemi di gestione ambientale: le certificazioni Iso 14001 infatti, passano dalle 12.057 del 2007 alle 12.922 del 2008, mentre le licenze rilasciate per prodotto Ecolabel sono il 31% del totale europeo. In tema di risorse naturali, risulta positivo lo stato di protezione delle aree di interesse ambientale con il 100% di territorio sensibile tutelato da Sic (siti di interesse comunitario).

La ricchezza pro capite

Le performance regionali confermano il drammatico ampliamento del divario tra Nord e Sud del Paese. Il Pil pro capite è sempre molto più alto nelle regioni del Nord, con la Valle d’Aosta in testa (33.683 euro), seguita dalla Lombardia (33.474), dal Trentino Alto Adige (32.515) e dall’Emilia Romagna (32.165). Chiude la classifica la Campania con 16.864 euro, preceduta dalla Calabria con 17.004, dalla Sicilia (17.429) e dalla Puglia (17.513 euro).

Le maggiori percentuali della Povertà relativa (rapporto tra numero di famiglie con spesa media per consumi pari o al di sotto della soglia di povertà di 999 euro mensili e il numero totale delle famiglie residenti), si registrano in Basilicata e Sicilia (28,8%), Campania (25,3%) e Calabria (25%). Le percentuali minori in Emilia Romagna (3,9%), Lombardia (4,4%), Veneto (4,5%).

La percentuale (rispetto alla popolazione residente) di presenza straniera è più alta in Emilia Romagna (9,72%), Umbria (9,61%), Veneto (9,30%), Lombardia (9,29%), mentre è più bassa in Sardegna (1,77%), Puglia (1,81%), Basilicata (1,95%).

Il tasso di motorizzazione (mezzi per abitante) è massimo in Valle d’Aosta con 1.093 auto e 110 motocicli ogni mille abitanti, seguita dal Lazio (674 auto e 114 motocicli ogni 1.000 abitanti) e dall’Umbria (666 auto e 92 motocicli). Il tasso minore è in Trentino Alto Adige (540 auto e 82 motocicli) e Puglia (543 e 65). La mortalità stradale più elevata si registra in Friuli Venezia Giulia (89,4 morti nel 2008 per milione di abitanti), nel Lazio (87,6) e in Puglia (86,5) mentre la minore in Liguria (53,9), Campania (56,6) e Basilicata (59,3).

In tema di rifiuti, la raccolta differenziata vola in Trentino Alto Adige (53,4%), Veneto (51,4%), Piemonte (44,8%) e Lombardia (44,5) e langue spaventosamente al Sud: in particolare in Molise (4,8%), Sicilia (6,1%), Basilicata (8,1%), Puglia (8,9) e Calabria (9,1%).

L’illegalità ambientale poi, continua a caratterizzare pesantemente le quattro regioni a tradizionale presenza mafiosa (Campania, Calabria, Sicilia e Puglia), mentre le percentuali minori di infrazioni si registrano in Valle d’Aosta, Molise, Trentino Alto Adige e Friuli Venezia Giulia, pur registrando una sempre più seria penetrazione nelle regioni del Nord.

Le famiglie che possiedono un accesso a internet si trovano più numerose nel Lazio e in Lombardia, meno diffuse in Puglia e Sicilia.

In tema di turismo, le maggiori presenze in termini assoluti dal 2000 al 2007 si registrano in Veneto (61.529.573 nel 2007), Trentino Alto Adige (41.996.391) e Toscana (41.690.528), le minori in Molise (654 nel 2007) e Basilicata (1.856.789). L’attività di agriturismo si concentra sempre in Toscana (27%) e nella provincia di Bolzano (11%), mentre sembra non esistere affatto in Molise e Valle d’Aosta (0%), e con una piccolissima percentuale in provincia di Trento (1%).

Le proposte di Legambiente

«Sono proprio le Regioni, che oggi hanno competenze rilevanti e spesso esclusive in materie delicatissime ad avere la responsabilità di trovare le risposte più efficaci per uscire da questa situazione – ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente -. La sfida che proponiamo ai candidati Governatori è di cogliere le opportunità che la crisi climatica  e la crisi economica ci propongono, dimostrando l’esaurimento del vecchio modello di sviluppo e la necessità di fare della Green economy e della qualità dei territori italiani il punto di forza per rilanciare il Paese.Le nostre proposte sono molto precise: si tratta di spingere le fonti rinnovabili, far crescere la mobilità pendolare sui treni, migliorare la gestione e il recupero di acqua e rifiuti, ridurre il prelievo e l’impatto delle cave, valorizzare il sistema dei parchi, fermare il dissesto idrogeologico. Per farlo, indichiamo strategie chiare e concretamente realizzabili spiegando anche dove andare a reperire le risorse.I governatori devono avere il coraggio di utilizzare una nuova fiscalità che alleggerisca lavoro e imprese e colpisca l’uso delle risorse ambientali perfar pagare finalmente chi oggi lucra scavando le montagne, imbottigliando l’acqua o consumando suoli; devono introdurre trasparenti e efficienti sistemi a tariffa per la gestione dei rifiuti e dell’acqua. Insomma, devono assumersi la responsabilità di cambiare in meglio le regioni italiane per renderle più moderne spingendo l’innovazione nei settori più promettenti».

Energia

L’Italia deve arrivare al 17% di produzione da fonti rinnovabili (dall’attuale 5,2%) rispetto ai propri consumi entro il 2020. Questo obiettivo fissato dall’Unione europea, vincolante per tutti i Paesi membri, prevede un impegno preciso delle Regioni. L’Italia deve arrivare ad una produzione da fonti rinnovabili di 22,5 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) e quindi agire sulle principali voci dei consumi energetici: elettricità, calore, raffrescamento, biocarburanti. Le Regioni del Nord, grazie al «vecchio» idroelettrico sono quelle che storicamente hanno la maggiore produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, mentre è in quelle del Sud dove, grazie a eolico e solare fotovoltaico, negli ultimi anni c’è stata la maggiore crescita.

La sfida è quella di trasformare l’obbligo in un’opportunità di cambiamento in positivo, spingendo solare fotovoltaico e termico, eolico e biomasse, mini-idroelettrico e geotermia. Innovando così e creando nuovi posti di lavoro in ogni territorio, a seconda delle vocazioni e delle risorse naturali presenti.Le Regioni hanno una responsabilità fondamentale: l’Unione europea aspetta il Piano nazionale già a Giugno 2010, con un’articolazione degli impegni divisi per regione. Questo sarà il primo banco di prova dei nuovi Governatori nella loro interlocuzione con il Governo. Diversamente, come per l’Accordo di Maastricht, pagheremo altre multe.

Trasporti

In Italia ci sono 14 milioni di pendolari che ogni giorno si muovono verso le grandi città. Di questi solo 2 milioni e 640mila utilizzano il treno. Perché i treni pendolari sono quelli più inaffidabili, vecchi, affollati e in ritardo. E perché le Regioni, alle quali spetta definire il contratto di servizio con i gestori dei treni e individuare i capitoli di spesa nel proprio bilancio per migliorare i servizi, destinano pochissimo al settore. Nel 2009 in metà delle regioni non si è arrivati allo 0,1% di spesa per i pendolari rispetto al bilancio regionale. La Regione che ha speso di più per i pendolari nel 2009 (1,52% del bilancio) e che ha proposto la migliore politica ottenendo risultati significativi di crescita dei pendolari su treno, è stata la Campania. A seguire, la Lombardia che è anche quella con il maggior numero di pendolari su treno (560mila).

La sfida, è quella di far crescere, nei prossimi 5 anni, la quota di pendolari su ferro in Italia, (fino ad arrivare a 4 milioni), attraverso risorse e politiche attente:parco rotabile rinnovato, nuovi treni, maggiori finanziamenti per rafforzare i servizi, priorità agli investimenti infrastrutturali nelle città.

Rifiuti

Le regioni sono le protagoniste principali della gestione sostenibile dei rifiuti con la loro attività di pianificazione e progettazione del settore con l’obiettivo di abbandonare il vecchio modello basato sullo smaltimento in discarica a favore dell’adozione del principio delle 4 R (riduzione, riuso, riciclo, recupero energetico). La situazione della raccolta differenziata in Italia è particolarmente eterogenea, con regioni storicamente avanzate (Veneto e Lombardia), regioni avanzate di recente (Provincia Autonoma di Trento, Piemonte, ma anche Sardegna) e regioni storicamente arretrate nel Sud, con qualche eccezione a livello comunale.

La sfida è quella di promuovere una filiera virtuosa, attivando politiche di prevenzione e la raccolta differenziata domiciliare in tutti i comuni, aumentando il costo di smaltimento in discarica con l’ecotassa regionale e prevedendo sconti per i comuni più virtuosi, realizzando l’intera filiera di impianti per il recupero e riciclaggio(trattamento della frazione organica, raccolta di rifiuti elettrici ed elettronici, ecc.).

Acqua

L’Italia è un paese ricco di acqua ma con ancora il problema della disponibilità della risorsa idrica in alcune aree del Paese e nei mesi più caldi dell’anno. Gli usi principali sono quello agricolo (60%), industriale e civile. Quest’ultimo, in crescita, è quello che richiede la qualità migliore ed è il principale responsabile dell’inquinamento microbiologico dei fiumi e delle falde. Condutture colabrodo e prelievi abusivi determinano la dispersione di un terzo dell’acqua captata e immessa, con punte che superano il 60%. Le Regioni giocano un ruolo fondamentale nella tutela della risorsa idrica attraverso i Piani di tutela delle acque (Pta), per definire obiettivi di qualità per i diversi corpi idrici e prevedere misure atte a raggiungerli entro il 2015. Ma se quasi tutte le regioni e le province autonome li hanno approvati, sono ancora in fase di adozione i piani di Abruzzo, Molise, Calabria e Puglia, e sono stati adottati quelli di Campania, Basilicata e Sardegna. In generale comunque, siamo ben lontani dagli obiettivi di qualità. Idem per quel che riguarda i servizi di depurazione (che riguardano solo il 70% degli italiani) e la rete fognaria (che serve l’85% della popolazione).

La sfida consiste nel riammodernamento degli acquedotti, delle reti di distribuzione, delle fognature e dei depuratori. Ma anche nel completare e adeguare il sistema di tariffazione per scoraggiare i consumi, e promuovere il riutilizzo delle acque reflue depurate per tutti gli usi compatibili.

Cave

In Italia ci sono circa 6mila cave attive e oltre 10mila abbandonate. Sono pari a circa 142milioni di metri cubi i materiali estratti ogni anno tra inerti, sabbia, ghiaia. Puglia, Lombardia e Lazio da sole raggiungono il 50% del totale estratto. La normativa nazionale al riguardo risale al 1927, e in larga parte delle Regioni la situazione è del tutto inadeguata per un attività che ha un fortissimo impatto sull’ambiente e il paesaggio. Pochissime regioni escludono le aree ambientalmente sensibili dall’attività e in metà addirittura mancano (Friuli Venezia Giulia, Lazio, Molise, Abruzzo, Campania, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna) o sono incompleti i Piani delle attività estrattive, con sommo gaudio delle organizzazioni criminali dedite all’ecomafia. A fronte degli esorbitanti guadagni realizzati da chi cava, i canoni di concessione sono drammaticamente irrisori. Il totale nazionale per regioni non arriva nemmeno a 53 milioni di euro rispetto al miliardo e 735 milioni di euro l’anno ricavato dai cavatori.

La sfida consiste nel completare il quadro delle regole e aumentare il controllo, adeguando i canoni di concessione ai modelli europei: con canoni di concessione pari a quelli inglesi (20% del prezzo di vendita), per esempio, si avrebbero nuove entrate per 570milioni di euro ogni anno. E puntare al recupero degli inerti attraverso la creazione di filiere virtuose gestite dalla stesse imprese edili.

Dissesto idrogeologico

Come è tragicamente noto, in Italia il territorio è quasi totalmente a rischio idrogeologico: ben 5.581 comuni, pari al 70% del totale, sono a potenziale rischio elevato. Il 100% del territorio di Calabria, Umbria e Valle d’Aosta è in questa situazione, mentre nelle Marche riguarda il 99 e in Toscana il 98%. L’eccessiva antropizzazione delle aree di esondazione naturale dei corsi d’acqua e dei versanti franosi e instabili rappresenta un rischio ulteriore. Nello specifico, le regioni con le più alte percentuali di comuni con abitazioni in zone a rischio sono la Sicilia (93%) e la Toscana (91%). In Sardegna c’è la maggior percentuale di comuni con interi quartieri costruiti in zone a rischio, mentre in Sicilia e Toscana si segnala anche il più elevato numero di comuni con insediamenti industriali e produttivi in aree esposte a rischio idrogeologico.

La sfida consiste nell’adeguare le politiche regionali per la tutela e la prevenzione del rischio adeguando le mappe, pianificando la lotta agli illeciti ambientali e demolendo gli immobili abusivi, delocalizzando rapidamente i beni attualmente esposti al pericolo di frane e alluvioni.

Aree protette

L’Italia può disporre di un ricco e articolato sistema di aree protette, tra parchi e riserve nazionali e regionali, che arriva a coprire oltre il 10,27% del territorio. Sono complessivamente 827 queste aree che insieme formano uno straordinario forziere di biodiversità: 57.000 specie animali, pari a 1/3 di quelle europee, e 5.600 floristiche (metà di quelle europee). Ma questo patrimonio rischia di degradarsi progressivamente per via dell’inquinamento, della crescita edilizia, dei cambiamenti di uso del suolo, dei processi di desertificazione e degrado degli habitat. E soffre l’assenza di investimenti in politiche di valorizzazione, recupero e conservazione a causa della continua riduzione di risorse (i parchi nazionali ricevono complessivamente il 25% in meno di risorse rispetto al 2001).

Occorre aprire una nuova stagione di promozione del sistema delle aree protette, come grande occasione di valorizzazione del patrimonio naturale in una chiave capace di rafforzare i territori, promuovere il turismo e la competitività.In questa direzione occorre individuare risorse pubbliche certe per gli investimenti e forme di autofinanziamento che coinvolgano privati, rafforzare e ampliare il sistema delle aree protette terrestri e marine all’interno di un progetto di rete ecologica nazionale.

Consumo di suolo

Negli ultimi decenni il processo di trasformazione di suoli agricoli e boschivi ad usi urbani in Italia ha assunto ritmi impressionanti e impatti sempre più rilevanti in termini ambientali e sociali. Il boom dell’edilizia residenziale dal 1994 ad oggi ha portato a realizzare oltre 11 milioni di nuove stanze a fronte di una popolazione in leggerissima crescita. Il primo paradosso è che questa edilizia speculativa non ha dato alcuna risposta al disagio delle persone che realmente hanno bisogno di una casa. Il secondo è che nessuno (Ministeri o Regioni) monitora la crescita del consumo di suolo e ha ancora definito una chiara politica in materia.

Il tema dello stop alla crescita del consumo di suolo deve entrare nell’agenda politica delle Regioni perché queste hanno competenza esclusiva in materia urbanistica. Per fermare i processi occorre dare priorità al recupero delle aree già urbanizzate, fissare dei tetti massimi di nuove aree trasformabili, fermare la localizzazione di insediamenti commerciali e residenziali fuori da qualsiasi logica di pianificazione urbanistica e dei trasporti, obbligare la compensazione ecologica degli impatti creando nuovi boschi.

(Fonte Legambiente)