Chi rema contro l’ambiente in Italia?

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Troppe coincidenze in pochi giorni: dal Decreto sviluppo alla relazione del presidente dell’Unione Petrolifera, Pasquale De Vita; dall’inizio di Rio+20 alla crescita delle fonti alternative anche in Borsa

C’è una scuola di pensiero che vuole fermare la crescita delle fonti alternative di energia. Se ne parla da tempo e da tempo arrivano gli allarmi delle più importanti aziende del settore.

È chiaro che dire «scuola di pensiero» è un eufemismo. In realtà siamo di fronte a forze concentriche, ben organizzate e ben finanziate che non vogliono fermarsi, non vogliono rendersi conto che il danno ambientale è altissimo, che i cambiamenti climatici sembra abbiano preso il cammino di non ritorno.

Così si deve registrare, nello stretto spazio di pochi giorni, un Decreto sviluppo che da una parte conferma le 12 miglia di rispetto per l’off shore e dall’altra «sono fatti salvi i procedimenti concessori in materia di idrocarburi off shore che erano in corso alla data di entrata in vigore del cosiddetto “correttivo ambientale”».

E mentre da un lato viene «creato un fondo per le attività di salvaguardia del mare e di sicurezza delle operazioni off shore finanziato attraverso l’aumento delle royalties per le estrazioni in mare (dal 7 al 10 per cento per gas e dal 4 al 7 per cento per petrolio)» dall’altro si prevede «la possibilità per il MiSE di far ricorso alla Presidenza del Consiglio dei Ministri per giungere a una decisione definitiva in materia di autorizzazione di infrastrutture energetiche, in caso di mancata intesa delle amministrazioni regionali competenti nei tempi previsti, in coerenza con l’orientamento giurisdizionale attuale della Corte Costituzionale».

«È ormai evidente che il ministro Passera è il migliore amico dei petrolieri: lo dimostra l’art.35 del Decreto sviluppo (Disposizioni in materia di ricerca ed estrazione di idrocarburi) che dà il via libera alle trivellazioni selvagge nei nostri mari, consentendo le proroghe a concessioni scadute e l’autorizzazione di domande che non hanno concluso l’iter autorizzativo: sono di fatto fatte salve le tutte le domande di autorizzazione fatte dalle compagnie petrolifere nei mari italiani – spiega il Presidente dei Verdi, Angelo Bonelli -. Tradotto, nei nostri mari sarà far-west trivelle anche per aree prossime alla aree marine importanti come quelle delle Tremiti, delle Egadi dove insistono domande di trivellare per una superficie massima di 750 Km quadrati. Sono 120 le autorizzazioni già rilasciate che minacciano il territorio italiano per un totale di 42.500 Kmq: un vero e proprio assedio da parte delle compagnie petrolifere. Solo per salvaguardare gli interessi delle compagnie petrolifere si vogliono riempire i mari italiani di trivelle esponendoli a drammatici incidenti come quelli del Golfo del Messico, che nel Mediterraneo avrebbero conseguenza ben più drammatiche».

Giunge quindi a proposito, ora, la relazione annuale del presidente dell’Unione Petrolifera, Pasquale De Vita, il quale sostiene che «al 2035 il petrolio soddisferà ancora il 90% della domanda di mobilità degli 1,7 miliardi di veicoli attesi per quella data (il doppio rispetto ad oggi), di cui la maggior parte sarà concentrata nei paesi non Ocse. Nonostante i progressi tecnologici, l’auspicato sviluppo delle auto elettriche non basterà a soddisfare la richiesta di mobilità dei cittadini».

Certo molte cose si capiscono ed altre no. Ad esempio De Vita snocciola i dati delle raffinerie che in Europa stanno chiudendo. E perché se il petrolio è in buona salute? Poi torna ad una vecchia formula che avevamo dimenticato: il ricatto occupazionale. De Vita si preoccupa per l’occupazione. Ma come mai la domanda è in aumento? Certo, è evidente: sono i Paesi in via di sviluppo che stanno crescendo ed è a loro che tocca il testimone per continuare ad inquinare come è già avvenuto per altre produzioni sporche… Ed è per questo che devono restare fuori dagli accordi ambientali ed è per questo che ormai da anni tutti i vari Kyoto, post Kyoto ed ora Rio+20 sono destinati a fallire…

E qualcuno dovrebbe anche spiegare come mai le maggiori case automobilistiche investono e producono auto elettriche e la Fiat no.

Ma la «risposta» all’andamento delle energie alternative viene, oltre che dai numeri che diffondono le società del settore, anche dalla Borsa.

IR Top, la società italiana specializzata nella consulenza in Investor Relations e Comunicazione Finanziaria, ha presentato in anteprima i principali risultati dell’osservatorio «Green Economy on capital markets – 2012» realizzato su un campione di 114 aziende italiane ed europee operanti nel settore green.

«La green economy europea – afferma Anna Lambiase, Amministratore Delegato di IR Top – ha proseguito la crescita anche nel 2011 sia a livello dimensionale (+23%) che di marginalità (+9%); l’Italia si è confermata come Paese in testa alla classifica europea per crescita della marginalità nel campione di aziende quotate green (+18%) generando un livello di occupazione che segna una crescita del 3% rispetto al 2010, con circa 7.000 dipendenti. L’identikit dell’azienda italiana green quotata è molto più solida e redditizia rispetto al 2010, con un fatturato medio di 112 milioni e un Ebitda Margin medio del 20%».

Nel 2011 è emersa una sostanziale crescita dimensionale di tutti i Paesi europei con un incremento medio dei ricavi del 23% e dell’Ebitda del 9% rispetto al 2010. L’Italia ha segnato una crescita dei ricavi pari al 19% e dell’Ebitda pari al 18% (superiore alla media europea).

Certo in questo bailamme di informazione e controinformazione è difficile districarsi e la Fusione Fredda, ad esempio, fa la figura del classico vaso di coccio, per cui è inutile tirarla in ballo. Ma la segnaliamo egualmente come eccellenza italiana.

Ma il tempo è galantuomo e la Storia prima o poi ci racconterà come stanno andando le cose in realtà e chi sono i responsabili che non vogliono che l’Italia si affranchi dal ruolo di fanalino di coda, di rompiballe tecnologica e che resti soltanto mandolino, pizza e pasta asciutta.